Quando
a Rambouillet, in Francia, nel novembre 1975, ebbero inizio gli incontri
al vertice tra i leader delle maggiori potenze del mondo capitalista,
l'Italia venne invitata solo all'ultimo momento. Il presidente francese
allora in carica, Valery Giscard d'Estaing, avrebbe preferito escluderla
insieme al Canada. Alla fine tuttavia dovette cedere su entrambi i
fronti, e dal giugno 1976 il G7 assunse la sua forma attuale.
In occasione delle riunioni del club più esclusivo del mondo, i primi
ministri italiani sono sempre apparsi grati dell'opportunità loro
concessa, ben felici, insieme ai canadesi e ai giapponesi, di collocarsi
ai lati o in seconda fila nella rituale fotografia di gruppo. Negli anni
'80 e '90, al centro dell'inquadratura si trovavano immancabilmente il
presidente degli Stait Uniti e il cancelliere Helmut Kohl, in apparenza
unico socio permanente del club, la cui figura imponente (a differenza
di quella dei suoi colleghi giapponesi) corrispondeva da vicino al peso
del suo Paese nell'economia mondiale. Inglesi e francesi, come sempre
nella seconda metà del XX secolo, avrebbero voluto contare più di
quanto la realtà di fatto potesse giustificare.
Fino a che punto le esitazioni sull'Italia erano giustificate? Aveva
diritto o no di appartenere al club? Gli economisti si sono sempre
mostrati incerti nel rispondere a questa domanda, talvolta sottolineando
l'instabilità economica del Paese, talaltra esaltandone la vitalità,
talaltra ancora relegandolo alla semiperiferia anziché al centro del
capitalismo mondiale.
Tenendo presenti tali dubbi, il mio principale intento in questo primo
capitolo è quello di condurre il lettore in un lungo viaggio attraverso
i molteplici aspetti dell'economia italiana. Mi sono soffermato in
particolare sul settore terziario, non soltanto perché i servizi sono
giunti a dominare l'economia italiana, ma anche perché essi raramente
ricevono quella specifica attenzione che meriterebbero.
Il primo passo di questo viaggio consiste nel considerare il volume e la
qualità del contributo italiano al commercio mondiale. Nel periodo che
ci interessa, caratterizzato dalla tumultuosa crescita delle economie
del Sudest asiatico, ma anche dalla crescente consapevolezza dei limiti
e dei pericoli di uno sviluppo incontrollato, la presenza italiana sui
mercati mondiali ha superato con onore la prova del tempo. Mentre nel
1951 la quota percentuale dell'Italia sul complesso delle esportazioni
mondiali era appena del 2,2 per cento, nel 1994 aveva raggiunto il 4,5
per cento. Nel 1987, anno intermedio del periodo che stiamo
considerando, la quota dell'Italia ammontava al 5 per cento, a fronte
del 5,7 per cento della Gran Bretagna, del 6,2 per cento della Francia,
del 9,9 per cento del Giappone, del 10,5 per cento degli Usa e del 12,7
per cento della Germania Occidentale.
a) Il commercio mondiale di manufatti. Al di là di queste cifre
complessive, è necessario tracciare una distinzione tra il commercio
dei manufatti e quello dei servizi. Se prendiamo in considerazione i
primi, scopriamo che la prestazione dell'Italia su scala mondiale fu
senz'altro ammirevole, giacché nel 1996 ammontava al 4,8 per cento
delle esportazioni mondiali del settore, e al 3,8 per cento delle
importazioni. Il suo commercio era pienamente integrato con quello delle
altre economie avanzate e decisamente orientato verso queste ultime. Nel
1987, il commercio italiano di manufatti si svolgeva per tre quarti con
gli altri Paesi dell'Ocse, e per più del 50 per cento con i suoi
partner della Comunità Europea. L'Italia esportava con particolare
vigore verso la Germania Occidentale, la Francia, l'Inghilterra e
l'Europa meridionale; più debolmente verso l'Olanda, il Belgio , la
Danimarca e l'Irlanda. Un robusto 10 per cento delle sue esportazioni
prendeva la via degli Stati Uniti. I prodotti italiani erano poi
attivamente presenti sia in Medio Oriente e in Africa settentrionale,
sia, per quanto in misura minore, nell'Europa orientale.
A differenza della Gran Bretagna, dove negli anni '80 si è assistito a
una drammatica crescita del deficit della bilancia commerciale dei
manufatti, e della Francia, il cui deficit nei confronti dell'Europa era
solo parzialmente compensato dalle esportazioni verso i Paesi in viadi
sviluppo, l'Italia beneficiava di un costante surplus negli scambi di
prodotti manufatti con i Paesi dell'Ocse. Nel 1990 Michael Porter della
Harvard Business School pubblicò un significativo studio comparativo
della competitività economica nazionale. Gran parte di ciò che disse
riguardo all'industria italiana era estremamente lusinghiero.
©
Paul Ginsborg
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