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La supremazia che gli imperi centrali detenevano sui campi di battaglia ebbe, al principio del 1916, riflessi sull'atteggiamento che l'impero austro-ungarico assunse nei confronti delle minoranze al suo interno. A gennaio il tedesco fu proclamato unica lingua ufficiale della Boemia. Nelle strade di Praga la polizia metteva mano al manganello ogni volta che sentiva parlare ceco. Ma a Vienna, dove si de-cidevano le strategie politiche, i leader austriaci erano consapevoli degli enormi problemi che la guerra creava, soprattutto perché l'esercito russo, nonostante i rovesci subiti, continuava a battersi con tenacia. "La distruzione della macchina bellica russa è fuori questione" disse il generale Conrad il 4 gennaio al conte Tisza, aggiungendo: "Sconfiggere l'Inghilterra è impossibile. Occorre fare la pace in tempi abbastanza rapidi, se non vogliamo indebolirci fatalmente e, forse, essere distrutti".
La Gran Bretagna e il Canada erano gli unici paesi belligeranti a non avere un esercito di leva. Nel giorno in cui Conrad lanciava il suo monito, la Gran Bretagna aveva sotto le armi due milioni 675.149 uomini, tutti volontari. Il Canada ne aveva arruolati 150.000 dallo scoppio della guerra e aveva inviato sul fronte occidentale quattro divisioni. Il suo primo ministro, Sir Robert Borden di ritorno da un viaggio a Londra, dove si era reso conto dell'enormità del compito, nel suo messaggio di fine anno aveva sollecitato l'arruolamento di altri 500.000 canadesi. Il paese contava otto milioni di abitanti. In Gran Bretagna si moltiplicavano nel frattempo le pressioni per introdurre la coscrizione obbligatoria, che avrebbe portato sotto le armi almeno altri due milioni di uomini. Il 15 gennaio il primo ministro Asquith presentò alla Camera dei Comuni una proposta di legge per istituire la leva. Uno degli ex colleghi di Asquith, Winston Churchill, trascorreva in quel momento le sue prime giornate di comandante di battaglione sul fronte occidentale. Il 17 gennaio si recò a Hazebrouck per ascoltare la conferenza di un amico, il colonnello Tom Holland, sulla battaglia di Loos. Churchill descrisse la riunione in una lettera alla moglie Clementine: "Il teatro era stracolmo di generali e ufficiali. Non riuscii neppure a trovare posto e rimasi in piedi dietro le quinte. Tom ha parlato molto bene, ma il suo è stato il racconto di un disperato fallimento, di un sublime eroismo totalmente sprecato e di splendidi soldati scozzesi inutilmente falciati ... senza che mai avessero la minima possibilità di farcela. Seimila fra morti e feriti in questa sola divisione scozzese che ne contava 10.000. Ahimè, ahimè. Al termine della relazione gli hanno chiesto quale lezione se ne dovesse trarre. Mi morsi la lingua per non replicare: "Che non si ripeta mai più". Ma si ripeterà, ne sono sicuro".
Con il suo battaglione, Churchill prese posizione in prima linea nei pressi del villaggio di Ploegsteert, condividendo con i suoi uomini i pericoli della guerra. Una mattina, mentre si recava al fronte, una granata tedesca esplose nella cantina del convento in rovina davanti a cui si trovava a passare. "Si levò in aria un getto di frammenti di mattone" scrisse alla moglie "e io, che mi trovavo a una cinquantina di metri di distanza, tenevo gli occhi bene aperti per scansarmi nel caso qualche scheggia giungesse fino a me. Improvvisamente, quasi in concomitanza con l'esplosione, vidi piombare su di me cinque o sei oggetti neri. Tu sai quanto veloce sia il pensiero. Bene, non feci neppure in tempo a supporre che fossero schegge, a realizzare che non potevano far parte della stessa esplosione o a formulare qualsiasi altra ipotesi, che mi accorsi che erano uccelli terrorizzati!"
Churchill restò al fronte per sei mesi, durante i quali rischiò più volte di essere ucciso dalle granate tedesche. Un giorno, mentre si trovava fra le truppe di riserva, gli entrò nella stanza una granata che fuoriuscì dalla parte opposta e s'infilò, senza esplodere, nella cantina in cui si erano sistemati parecchi dei suoi uomini. Un'altra volta, mentre andava verso le trincee, si fermò a osservare un cannone tedesco che bombardava sistematicamente la prima linea, con tiri sempre più precisi. ('Si poteva calcolare con una certa approssimazione dove sarebbe andato a finire il proiettile successivo" scrisse tre giorni dopo alla moglie. Il sentiero che conduceva alle trincee correva lungo il convento in rovina (e io mi dissi: "La prossima volta toccherà al convento"). Andò proprio così. La granata arrivò mentre passavamo davanti, con un gran sibilo e un ruggito e con tremendo fragore e una pioggia di mattoni e nuvole di fumo, e tutti i soldati si sbandarono correndo all'impazzata. Alcuni sbirciavano dai crateri e da dietro gli angoli. Io non mi sono mosso, né il battito del mio cuore ha subito alcuna accelerazione. Il rumore non mi spaventa, come accade ad altre persone coraggiose. Ho pensato: 20 metri più a sinistra e niente più matasse da sbrogliare, ansie da affrontare, odi e ingiustizie con cui confrontarsi... una buona fine per una vita movimentata, un ultimo dono - immeritato - a un paese ingrato, un impoverimento della capacità combattiva della Gran Bretagna di cui nessuno avrebbe saputo nulla, che nessuno avrebbe commiserato o pianto".
Completata, prima della fine del 1915, la conquista della Serbia, l'8 gennaio 1916 l'Austria aprì un altro fronte: 45.000 soldati austriaci, 5000 musulmani bosniaci e addirittura 3000 italiani, sudditi dell'impero austro-ungarico, attaccarono il Montenegro, vicino e alleato della Serbia. Ad aprire le ostilità furono cinquecento cannoni, appoggiati dall'aria e dal mare. In sole ventiquattro ore i montenegrini furono sloggiati dal monte Lovcen, "la Gibilterra dell'Adriatico", e costretti a riparare nella capitale, Cettigne. L'11 gennaio, anche Cettigne cadde. Sei giorni dopo il Montenegro si arrese. "È tutto finito per il povero, piccolo Montenegro, a parte le grida" scrisse nel diario il 16 gennaio il diplomatico americano John Coolidge. "Nel momento dell'emergenza nessuno lo aiutò, e così è dovuto uscire di scena." La guerra era durata sette giorni. Le poche truppe montene-grine che riuscirono a fuggire raggiunsero i profughi serbi a Corfù.
Nel giorno in cui gli austriaci attaccavano il Montenegro, le ultime truppe inglesi nella penisola di Gallipoli abbandonavano Capo Helles. In undici giorni erano stati evacuati senza perdite 35.268 soldati. Con un ultimo gesto di sfida ai turchi, gli Alleati si lasciarono alle spalle mine antiuomo e anticarro, manichini sentinella e fucili "a orologeria", che facevano fuoco ogni volta che l'acqua, colando da una lattina colma di sabbia, ricadeva in un secondo contenitore, che - abbassandosi - premeva il grilletto. Uno degli ultimi soldati inglesi ad andarsene, il sergente Mannion, così descrisse la scena: "Quando fummo a un miglio dal litorale, ricevemmo tutti l'ordine di andare sottocoperta. Nello stesso istante saltò in aria un grande deposito sulla spiaggia e sentimmo i pezzi di lamiera cadere sul tetto della nostra imbarcazione. Il mare era in burrasca e il natante si sollevava e ricadeva come un sughero sbattuto dalle onde. Stavamo tutti male. Si sparse la voce che andavamo alla deriva e i marinai ce ne diedero conferma. Il cavo si era spezzato e vagavamo nel mare in tempesta allargo di un litorale ostile. Ma nessuno sembrava preoccuparsene più di tanto. Eravamo riusciti ad andarcene sani e salvi da Gallipoli, cosa che nessuno di noi aveva osato sperare".
Oltre agli uomini, dalla penisola furono tratti in salvo anche 3689 cavalli e muli. Ma 508 si dovette abbatterli, così come si dovettero abbandonare 1590 veicoli. Quali fossero stati i costi umani dell'impresa lo dicono i dati d'archivio di ciascun esercito. Erano morti più di 66.000 soldati turchi, 28.000 inglesi, 7595 australiani, 2431 neozelandesi, 10.000 francesi. Due monumenti commemorativi, uno a Ca-po Helles e l'altro nella baia Anzac, ricordano i soldati del Regno Unito dispersi. Nella penisola di Gallipoli sorgono trentatré cimiteri di guerra del Commonwealth, in cui riposano le spoglie dei soldati che ricevettero sepoltura. Sulla lapide del cannoniere J.W. Twamley i famigliari fecero incidere queste parole: "Solo un ragazzo ma un ragazzo inglese,/figlio di un millennio."
Un australiano in lutto mandò i seguenti versi: "Fratello Bili un cecchino l'ha abbattuto:/noi l'amiamo ancora, e sempre l'ameremo".
E da genitori il cui dolore non riusciva a trovare conforto nella religione veniva la domanda: "Che male ti ha fatto, o Signore?"
I turchi, sollevati che il nemico se ne fosse andato da Gallipoli, trasferirono in Mesopotamia 36.000 uomini. Ma sul fronte del Caucaso il comandante russo, generale Judeni, nonostante il freddo polare che provocò sintomi da assideramento in 2000 uomini, costrinse i turchi ad arretrare fino alla città di Erzurum, dopo una battaglia che vide molti soldati arabi disertare le file ottomane. Entrate a Erzurum a metà febbraio, le truppe zariste fecero prigionieri 5000 turchi. Poi continuarono a incalzare i turchi verso ovest, catturandone altri 5000. Erano vittorie in terre remote ma, almeno per il momento, servirono a sollevare il morale dei russi. La Germania teneva sempre d'occhio i movimenti pacifisti in Russia, convinta che costituissero un mezzo per allentare la pressio-ne sul fronte orientale, forse per chiuderlo definitivamente. L'11 gennaio, oltre 10.000 operai incrociarono le braccia a Nikolajev, por-to e base navale russa sul Mar Nero. In due settimane l'agitazione si estese fino a Pietrogrado, dove scesero in sciopero oltre 45.000 portuali. Il malcontento che la guerra suscitava in Russia e il nazionalismo dei popoli ad essa soggetti ricevevano interessate attenzioni da parte della Germania. L'11 gennaio Berlino venne informata da uno dei suoi agenti che erano stati stabiliti contatti. con il rivoluzionario estone Keskula. A far pendere l'ago della bilancia a favore dei tedeschi non erano tuttavia soltanto le cospirazioni, ma anche i responsi dei campi di battaglia. Quella settimana l'ammiraglio Holtzendorff, capo dello stato maggiore della marina tedesca, si disse certo che i suoi sommergibili avrebbero costretto la Gran Bretagna ad uscire di scena molto prima che l'anno finisse. E l'ammiraglio Scheer, nominato il 24 gennaio comandante supremo della flotta d'alto mare tedesca, era convinto che sarebbe riuscito a costringere il grosso della flotta inglese ad ingaggiare battaglia nel Mare del Nord e che l'avrebbe sconfitta.
La Gran Bretagna, con altrettanto ottimismo, si preparava ad una lunga guerra. Il 27 gennaio mosse un altro passo verso la coscrizione obbligatoria. I finanziamenti che continuava a ricevere dagli Stati Uniti le fornivano i mezzi necessari per l'acquisto e la produzione di armi. Nel frattempo la Germania aveva lanciato una campagna antiame-ricana, incentrata su mia vignetta raffigurante il presidente Wilson che con una mano liberava nei cieli la colomba della pace e con l'altra rovesciava una pioggia di munizioni sugli Alleati. Il 27 gennaio a Berlino, nel genetliaco del Kaiser, venne issata sulla statua di Federico il Grande una bandiera statunitense listata a lutto, con un nastro di seta su cui erano incise in oro le parole: "Wilson e la sua stampa non sono l'America". Fotografie dell'evento furono diffuse in tutta la Germania. Un giornale tedesco dichiarò: "Federico il Grande fu il primo a ri-conoscere l'indipendenza della giovane Repubblica quando essa si affrancò dal giogo dell'Inghilterra, conquistando in anni di lotta la libertà con il sangue. Ora l'America manifesta la propria gratitudine al suo successore, Guglielmo Il, sotto forma di parole ipocrite e di forni-ture di guerra al suo mortale nemico".
Le truppe tedesche al fronte avevano celebrato il compleanno del Kaiser con qualche giorno d'anticipo, gridando agli inglesi attestati davanti a loro: "Siamo sassoni e dopo il 29 potete prendervi le nostre trincee e anche quel fottuto del Kaiser". Altri soldati tedeschi, un po' più entusiasti, volendo fare un regalo di compleanno al loro imperatore, nella notte fra il 27 e il 28 gennaio attaccarono le posizioni francesi a sud della Somme, conquistando il villaggio di Frise e catturando o uccidendo tutte le truppe nemiche che vi si trovavano. Nelle prime ore della mattina seguente i tedeschi andarono poi all'assalto di un settore della linea britannica vicino a Carnoy, ma si scontraro-no con la resistenza dei Liverpool Pals, uno dei primi battaglioni di Kitchener a raggiungere il fronte. Il reparto inglese respinse l'attacco e grande fu l'emozione dei soldati nello scoprire che uno degli uffi-ciali catturati, il tenente O. Siebert, portava al petto il nastrino della croce di ferro di seconda classe. Il tenente morì qualche giorno dopo per le ferite riportate.
L'Intesa non si concedeva pause. In Mesopotamia le truppe britanniche che cercavano di raggiungere la guarnigione di Kut, stretta d'assedio, erano impegnate in uno scontro aspro e ininterrotto con i turchi, di cui però si aveva in patria scarsa eco rispetto alle notizie provenienti dal più accessibile fronte occidentale. I rinforzi, attesi con tanta ansia a Kut, si aprivano faticosamente la strada verso nord, contrastati strenuamente dai turchi guidati dal settantaduenne feldmaresciallo tedesco von der Goltz. Il 13 gennaio, nella battaglia di Wadi, morirono più di 200 soldati inglesi e indiani, e i feriti furono 1.400.
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