"Una questione di stile" da L'assenzio di Andrea Giannasi, editore, Prospettiva Editrice, 2003


Risvolti di copertina pieni di elogi e soliloqui, pronomi e aggettivi tirati giù direttamente dalla Treccani e affibbiati a chi il portafoglio lo apre con generosità.
Lucidi e filo refe, brossura e carta telata, palatina, modigliani, uso mano, taglio e rifilatura, e ancora giù con mezza tipografia stipata nel portabagagli e un vecchio computer polveroso in tinello a far la guardia a chi invia il manoscritto.
E allora si deve correre, così come l'autore che scrive ed il poeta che in una notte di ispirazione vomita cinquanta (dico cinquanta poesie) e ti domandi se Ungaretti, che impiegava settimane a trovare un verbo, fosse poi così bravo e intelligente.
Correre, sì, correre come matti perché il libro è pronto ed è un bestseller, che pochi sanno cosa significa questa parola in inglese, ma come molte cose straniere ha quel fascino e allora si insegue il successo. Il successo con tutte le lettere maiuscole.
Prosciugare il conto e incontrarsi al bar della stazione con l'editore e accorgersi che il moccichino è grigio e le scarpe lise, come un etiope lasciato solo sull'Amba Alagi a far la guardia al bunker del viceré.
E dentro quel bunker il segreto e l'editore che ti stringe la mano forte e tu lo guardi e vedi i soldi, il successo, il mauriziocostanzoshow e tutte le altre cose che avresti desiderato.
Vedi tutto questo mentre suona il postino e ti lascia in fondo alle scale tre o quattro scatoloni mezzi sfondati e tu, che sei in mutua per un'ernia, te li carichi sulle spalle e sali come sansone fregandotene di tutto e tutti. Poi conti e riconti e ci sono proprio tutti i tuoi libri che diffondi come un testimone di geova (con tutto il rispetto, nonostante l'impervio paragone) a chi non legge e non intende certo iniziare con la tua opera. Non manca nulla alla sera quando ti corichi e già pensi al nuovo romanzo o alle poesie e le conti e scopri che non basta più il cassettone dell'armadio a contenere la tua arte.
Spedisci e rispedisci e attendi, attendi la gloria che deve arrivare. E' certo, arriverà.
E poi hanno fatto tutti così.
Ma le risposte tardano, mentre le rate arrivano puntuali, e allora impaziente fuori dalla posta con l'ultimo bollettino pagato, cerchi al telefono lui l'editore e ti scopri solo con il vigile che ti multa per divieto di sosta, mentre in realtà, dovrebbe multarti per ignoranza. Ma non l'ignoranza che conosci grazie all'amministratore del condomino, bensì l'ignoranza latina, quella della storia del passato, delle nostre radici. Quella fatta di mancanza di conoscenza, quella composta dal gesto di ignorare qualcosa: appunto ignoranza dettata dall'impreparazione.
Ma non puoi capire e forse non capirai mai e allora continui a scrivere perché quello che hai in trecento copie a casa è un bestseller dimenticato e scrivi.
Alla faccia della dignità. Rinsaldi il conto corrente e parti nuovamente all'attacco e sali le stradine deserte di quell'Amba dove di guardia c'è sempre quel soldatino dalle scarpe lise e gli occhi bianchi come l'anima. E ancora bar e stazioni, treni e contratti da firmare e controfirmare, timbrati e listati a lutto, perché anche stavolta hai ignorato e vai avanti.
E incontri editori ladri e tipografi con le scarpe buone, ma le tasche piene di lana e la schiena che puzza ancora di piombo e le unghie sporche, da tagliare con i denti buoni. Incontri altri scrittori, che si vantano e che non leggono, che si chiudono a riccio e scrivono, rivendono, ricomprano, sognano e anche un incubo per loro è un buon affare da scrivere e riscrivere.
Alla fermata del tram tutti sono scrittori e i giornali non servono più nemmeno ai ciclisti che li mettevano sotto la maglia per pararsi dal vento.
Nemmeno la bicicletta è più buona per fare storie. Ora si viaggia in internet. Altro che pioggia e salite. Ora si corregge al correttore automatico e ci si fida del vocabolario di billgates che fa capricci, ma che deve essere per forza di cose buono, come i vecchi vocabolari che infilavi nello zaino e portavi a scuola una volta la settimana.
Finiremo tutti alla mensa dei poveri in fila magri e consunti con l'editore dietro e qualche scrittore o poeta a leggere poesie tra un polpettone e due finocchi lessi. Non manca il romanziere e il saggista, il polemico, che al budino scaduto ti infila una trafila di sproloqui sul mondo che nessuno ascolta, perché intenti a parlare a se stessi e a gonfiare il petto, mentre l'editore si taglia le unghie con il coltello di plastica e siede guardando le cosce grasse della cuoca.
Finiremo tutti così in fila al consultorio a parlare dei nostri guai e dei nostri malanni e quando l'infermiera chiederà il mestiere tutti a dire scrittore, editore, mentre lei scriverà solo una parola: ignorante. Ma non nel senso cattivo. Lei ha una villetta in periferia. Lei ha studiato e legge Fante e Fenoglio, perché non la tradiscono mai. Lei balla il tango e non è bella, ma sa esserlo con chi la guarda diritta degli occhi.
Scriverà ignorante solo perché tutta quella gente in fila ignora e non sa nulla. Non sa nulla e non vuole sapere nulla.
Finiremo tutti così tra quattro scatoloni bifamiliari a passarci la birra e recitare l'ultima poesia scritta sulle cartine per le cicche. A contare le pulci e far le gare a perdere i denti.
O forse no. Forse finiremo oltre, oltre la villetta dell'infermiera, oltre il bunker dell'etiope, che ora dorme in pace perché nessuno lo cerca più lassù sull'Amba sperduta.
Andremo oltre.
Ed io che sono editore vi invito a vedere dove. E non sarà solo una questione di stile.


© 
Andrea Giannasi - 2003 


 

www.rottanordovest.com home page