Risvolti di copertina pieni di elogi e soliloqui, pronomi e
aggettivi tirati giù direttamente dalla Treccani e
affibbiati a chi il portafoglio lo apre con generosità.
Lucidi e filo refe, brossura e carta telata, palatina,
modigliani, uso mano, taglio e rifilatura, e ancora giù con
mezza tipografia stipata nel portabagagli e un vecchio
computer polveroso in tinello a far la guardia a chi invia
il manoscritto.
E allora si deve correre, così come l'autore che scrive ed
il poeta che in una notte di ispirazione vomita cinquanta
(dico cinquanta poesie) e ti domandi se Ungaretti, che
impiegava settimane a trovare un verbo, fosse poi così
bravo e intelligente.
Correre, sì, correre come matti perché il libro è pronto ed
è un bestseller, che pochi sanno cosa significa questa
parola in inglese, ma come molte cose straniere ha quel
fascino e allora si insegue il successo. Il successo con
tutte le lettere maiuscole.
Prosciugare il conto e incontrarsi al bar della stazione
con l'editore e accorgersi che il moccichino è grigio e le
scarpe lise, come un etiope lasciato solo sull'Amba Alagi a
far la guardia al bunker del viceré.
E dentro quel bunker il segreto e l'editore che ti stringe
la mano forte e tu lo guardi e vedi i soldi, il successo,
il mauriziocostanzoshow e tutte le altre cose che avresti
desiderato.
Vedi tutto questo mentre suona il postino e ti lascia in
fondo alle scale tre o quattro scatoloni mezzi sfondati e
tu, che sei in mutua per un'ernia, te li carichi sulle
spalle e sali come sansone fregandotene di tutto e tutti.
Poi conti e riconti e ci sono proprio tutti i tuoi libri
che diffondi come un testimone di geova (con tutto il
rispetto, nonostante l'impervio paragone) a chi non legge e
non intende certo iniziare con la tua opera. Non manca
nulla alla sera quando ti corichi e già pensi al nuovo
romanzo o alle poesie e le conti e scopri che non basta più
il cassettone dell'armadio a contenere la tua arte.
Spedisci e rispedisci e attendi, attendi la gloria che deve
arrivare. E' certo, arriverà.
E poi hanno fatto tutti così.
Ma le risposte tardano, mentre le rate arrivano puntuali, e
allora impaziente fuori dalla posta con l'ultimo bollettino
pagato, cerchi al telefono lui l'editore e ti scopri solo
con il vigile che ti multa per divieto di sosta, mentre in
realtà, dovrebbe multarti per ignoranza. Ma non l'ignoranza
che conosci grazie all'amministratore del condomino, bensì
l'ignoranza latina, quella della storia del passato, delle
nostre radici. Quella fatta di mancanza di conoscenza,
quella composta dal gesto di ignorare qualcosa: appunto
ignoranza dettata dall'impreparazione.
Ma non puoi capire e forse non capirai mai e allora
continui a scrivere perché quello che hai in trecento copie
a casa è un bestseller dimenticato e scrivi.
Alla faccia della dignità. Rinsaldi il conto corrente e
parti nuovamente all'attacco e sali le stradine deserte di
quell'Amba dove di guardia c'è sempre quel soldatino dalle
scarpe lise e gli occhi bianchi come l'anima. E ancora bar
e stazioni, treni e contratti da firmare e controfirmare,
timbrati e listati a lutto, perché anche stavolta hai
ignorato e vai avanti.
E incontri editori ladri e tipografi con le scarpe buone,
ma le tasche piene di lana e la schiena che puzza ancora di
piombo e le unghie sporche, da tagliare con i denti buoni.
Incontri altri scrittori, che si vantano e che non
leggono, che si chiudono a riccio e scrivono, rivendono,
ricomprano, sognano e anche un incubo per loro è un buon
affare da scrivere e riscrivere.
Alla fermata del tram tutti sono scrittori e i giornali non
servono più nemmeno ai ciclisti che li mettevano sotto la
maglia per pararsi dal vento.
Nemmeno la bicicletta è più buona per fare storie. Ora si
viaggia in internet. Altro che pioggia e salite. Ora si
corregge al correttore automatico e ci si fida del
vocabolario di billgates che fa capricci, ma che deve
essere per forza di cose buono, come i vecchi vocabolari
che infilavi nello zaino e portavi a scuola una volta la
settimana.
Finiremo tutti alla mensa dei poveri in fila magri e
consunti con l'editore dietro e qualche scrittore o poeta a
leggere poesie tra un polpettone e due finocchi lessi. Non
manca il romanziere e il saggista, il polemico, che al
budino scaduto ti infila una trafila di sproloqui sul mondo
che nessuno ascolta, perché intenti a parlare a se stessi e
a gonfiare il petto, mentre l'editore si taglia le unghie
con il coltello di plastica e siede guardando le cosce
grasse della cuoca.
Finiremo tutti così in fila al consultorio a parlare dei
nostri guai e dei nostri malanni e quando l'infermiera
chiederà il mestiere tutti a dire scrittore, editore,
mentre lei scriverà solo una parola: ignorante. Ma non nel
senso cattivo. Lei ha una villetta in periferia. Lei ha
studiato e legge Fante e Fenoglio, perché non la tradiscono
mai. Lei balla il tango e non è bella, ma sa esserlo con
chi la guarda diritta degli occhi.
Scriverà ignorante solo perché tutta quella gente in fila
ignora e non sa nulla. Non sa nulla e non vuole sapere
nulla.
Finiremo tutti così tra quattro scatoloni bifamiliari a
passarci la birra e recitare l'ultima poesia scritta sulle
cartine per le cicche. A contare le pulci e far le gare a
perdere i denti.
O forse no. Forse finiremo oltre, oltre la villetta
dell'infermiera, oltre il bunker dell'etiope, che ora dorme
in pace perché nessuno lo cerca più lassù sull'Amba
sperduta.
Andremo oltre.
Ed io che sono editore vi invito a vedere dove.
E non sarà solo una questione di stile.
© Andrea Giannasi - 2003
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