"Il mondo di Pantagruel" di Marco Gasperetti

 

Meglio è di risa che di pianti scrivere, ché rider soprattutto è cosa umana, dice il distico al primo dei cinque libri del Gargantua e Pantagruel. Anche giocare, mangiare e bere, soffrire, provare piacere e dolore, fare e dire del bene e delle cattiverie al prossimo, pensare, leggere, defecare, urinare, morire sono attività umane, comuni a tutti noi.
Ma nessuno forse, in tutta la storia della letteratura, è riuscito a mettere tutte queste cose insieme come fa François Rabelais. Sono quasi cinque secoli che il frate e medico francese, fattosi scrittore perché aveva bisogno di "far soldi", continua a deliziare con le sue risate grasse, oscene, ciniche, irriverenti nei confronti di tutti e di tutto, spesso anche del più sacro, sempre del più ovvio. Lo fa giocando con le parole - altra caratteristica che distingue la nostra specie da tutte le altre. Tutte, di tutti i tipi. In quasi tutte le lingue: nel francese moderno, di cui è il primo classico universale, ma anche greche, latine, ebraiche; nella lingua popolare, in ogni tipo di slang e inflessione dialettale, di quasi tutte le altre lingue della tradizione occidentale, ma anche nei gerghi specializzati dell'accademia, della giustizia, della religione. Anche parole inventate di sana pianta, puri suoni, semplici effetti, impressioni di colore. Le gira, rigira. Le tira e le stira. Ci giostra. E le cataloga: interi capitoli sono sequenze esilaranti di termini, sinonimi, verbi, variazioni sullo stesso tema. Le combina, le storpia, le travisa, le falsifica, le compone, le forgia, le crea, le accoppia nei modi più disparati. In una girandola infinita, enciclopedica, da capogiro. In una fantasmagoria di riferimenti che vanno dall'esplicito, fin crudo e scurrile, al puramente evocativo, all'allusivo, al doppio, triplo o anche quadruplo senso. Non per niente c'è chi lo ha definito "l'uomo di tutte le parole".
Nessun altro libro al mondo ha una così grande varietà di insulti, ingiurie e parolacce (nemmeno in Shakespeare o Cervantes), tanti sinonimi per il motto nazionale "merde" ("foyre, bren, crottes, merde, fiant, dejection, matière fecale, excrément, repaire, lasse, esmeut, fumée, estront, scybale ou spyrathe?", Libro IV, capitolo 67), per l'atto sessuale, per gli organi e relative appendici.
Nel solo Libro Terzo vengono elencati 303 epiteti del membro maschile, mentre i qualificativi di "couillon", in 153 variazioni, prendono quasi tre capitoli. Nel Libro Quarto di tanta attenzione ossessiva c'è anche una spiegazione, incontestabile, fattuale, matematica: "Vous noterez que par le monde y a beaucoup plus de couillons que d'hommes. Noterete che nel mondo ci sono più coglioni che uomini. Ricordatevene." Gioca, dall'inizio alla fine. Eppure Rabelais non è un autore "facile". Tanto meno "per bambini". Anzi, è "il più difficile autore classico di tutta la letteratura mondiale": così lo considera Mikhail Bakhtin, altro pazzo geniale, catalogatore maniacale di parole ed erudizione, che si dedicò, in piena Russia staliniana, a interpretare Rabelais come campione delle tradizioni popolari del "carnevale" contro ogni "mondo autoritario". 
Dietro l'apparenza della semplicità e della banalità, ci sono giochi complicati, come è complicato il mondo. Quanto in pittura lo sono quelli del suo contemporaneo Pieter Bruegel il Vecchio, anche lui gran "catalogatore": di festini, giochi infantili, proverbi, conflitti). O, di appena qualche anno prima, i giochi surreali di Hyeronimus Bosch. Ci vorrebbe il microscopio, i dettagli dicono più dell'insieme. Non basta un dizionario, non bastano le note a piè di pagina, e probabilmente nemmeno le intere biblioteche di commenti, note e repertori eruditi che sono stati dedicati alla sua opera per capire tutte le sfumature dei suoi scherzi di parole. Abbiamo il paradosso di un libro da sempre popolarissimo, un best-seller di largo consumo, terra terra, plebeo, sboccato, volgare; ma al tempo stesso di comprensione difficilissima, qualcuno ha addirittura azzardato: "illeggibile". Non è detto che lo capissero persino i contemporanei. Forse nemmeno le "gens sçavants et studieux", il pubblico colto, l'élite di "sapienti e studiosi" cui si rivolgeva dichiaratamente. Ci sono pagine che restano, o ridiventano ermetiche anche per gli specialisti. "Dato anche il caso che in senso letterale voi troviate qui cose abbastanza allegre e ben rispondenti al titolo, tuttavia non bisogna fermarsi lì, come al canto delle sirene, ma al contrario in un senso più alto interpretare ciò che per avventura credevate scritto solo per gioco", avverte l'autore nel prologo al Primo libro, su La molto orrifica vita del grande Gargantua padre di Pantagruel, che firmava ancora come Mastro Alcofribas Nasier (anagramma di Rabelais), "astrattore di quintessenza".
Per poi concludere, alla fine del Quinto, uscito postumo: "Siate voi stessi interpreti della vostra impresa". Accogliamo e giriamo l'invito. Con una sola avvertenza: attenti a prenderlo a piccole dosi, evitare l'indigestione. È un libro che contiene tutto il mondo, tutta la cultura occidentale, e insieme tutta la derisione di essa, un banchetto senza fine (letteralmente: una biblioteca-cucina di Babele, il catalogo completo di tutto quello che può entrare, mangiando e bevendo, da tutti i punti di vista, compreso quello culinario, nel corpo umano, nonché di quel che può uscirne). Ma rischia di essere indigesto se si volesse gustare tutte le portate. Andrebbe assaporato poco per volta. Per questo ci limiteremo a proporre solo qualche assaggio, stuzzichino. Nascono tutti "en façon bien estrange", in modo ben strano i giganti di Rabelais. Gargantua "fu portato undici mesi nel ventre di sua madre". Per ragione consimile a quella per cui "Giove fece durare qurantott'ore la notte che egli passò letto con Alcmena: perché in minor tempo non avrebbe potuto fabbricare Ercole, che doveva ripulire il mondo da mostri e tiranni".
E a quella per cui "tutte le vedove possono francamente giocare a stringichiappe, a libero invito e a rischiatutto, per due buoni mesi dopo il trapasso dei loro mariti". Poi meglio ancora: "conosciuta la gravidanza potranno tirar dritto di gran cuore, et vogue la gualée puisque la panse est pleine!". E "se qualcuno ci trovasse da ridire, di farsi rataconniculer così, sulla gravidanza, mentre le bestie in tale stato non sopportano mai il maschio masculant, loro rispondano che quelle sono bestie, ma che loro sono donne, bien entendentes dei gioiosi minuziosi diritti della superfetazione". Ma soprattutto niente accanimento terapeutico: "E se poi il diavolo non vuole che esse ingravidino, bisognerà tortre le douzil, darci un giro di tappo, e bocca chiusa" (Libro I, capitolo 4). Sia quello di Gargantua che quello del figlio Pantagruel sono parti complicati, malgrado il concepimento sia stato passabilmente "naturale" (non come quelli "assistiti" delle sacre scritture giudaico-cristiane, da Abramo e Sara ultraottantenni in poi). Nel caso di Gargantua, colpa della troppa trippa di cui si era abbuffata la mamma, "sirilasciarono nel basso ventre i cotelidoni della matrice: per via dei quali soprassaltò il bambino e si cacciò nella vena cava; e risalendo attraverso il diaframma fino al di sopra delle spalle (dove la detta vena si biforca), prese di qui a mano manca, e andò a sortire dall'orecchia sinistra" (I, 4) (Rabelais è medico). Nel caso di Pantagruel, generato da Gargantua quando questi era "all'età di quattrocento e quattro volte venti e quarantaquattro anni", il bambino "era così straordinariamente grande e pesante che non poté venire alla luce senza soffocare con ciò la madre".
E non senza prodigi tecnologici, ché, mentre sua madre lo stava partorendo "le uscirono prima dal ventre ben sessantotto mulattieri, ciascuno dei quali tirava per la cavezza un muletto carico di sale, e dopo di loro uscirono nove dromedari carichi di giamboni e lingue di bue affumicati, e sette cammelli carichi di anguillette salate, e poi venticinque carrettate di porri, some d'aglio, cipolle e cipolline…" (Libro II, capitolo 2). Col neopapà che non sa "se doveva piangere per la perdita della moglie, o ridere di gioia per la venuta del figlio", ché "per l'un verso e per l'altro aveva una quantità di argomenti filosofici che lo soffocavano: perché riusciva a sillogizzare assai bene in modo et figura, ma non a risolvere il problema" (II, 3). Quasi si trovasse alle prese con la Legge 40.
Si parla di giganti perché erano di moda, il pubblico ne andava pazzo, l'idea di farne il soggetto dei primi due libri a Rabelais era venuta dopo aver contato il successo di un'oscena parodia dei romanzi di cavalleria dal titolo "Grandes et inestimables Croniques du grant et enorme géant Gargantua", "che in 3 mesi aveva venduto più copie che la Bibbia in nove anni" (nei libri successivi la statura conta meno, nel Quarto e nel Quinto la moda sopravvenuta è quella dei grandi viaggi d'esplorazione, isole e continenti misteriosi, fonte inesauribile di utopie e satire allusive). Ma soprattutto perché niente fa ridere, si presta al grottesco, stimola la fantasia e la riflessione quanto l'esagerazione, la "caricatura". In Rabelais non ci sono mezze misure. Tutto è esagerato, all'insegna della "stroppiatura", dall'inizio alla fine, da quel che ci volle per vestire (I, 8), o far giocare (I, 22) il piccolo Gargantua, agli appetiti smisurati, cui corrispondono menù altrettanto pantagruelici (IV, gli interi capitoli 59 e 60), dai riferimenti dotti, alle puntigliose citazioni giuridiche degli avvocati e alle diatribe dei doctores della Sorbona, dalle minuzie di anatomia medica, ai numeri e alle "statistiche". C'è molta risata "militante".
Ma anche risata pura, "quintessenza" della risata. Del capitolo 13 del Libro I qualcuno ha osservato che rende superati tutti i libri che sono stati prima e inutili tutti quelli scritti dopo. E' quello in cui Gargantua che sta per compiere il quinto anno racconta al padre di come, "con lunge e diligenti esperienze" è arrivato ad "inventare il modo più signorile, più eccellente, più efficace che mai si sia visto" de "me torcher le cul", pulirsi il culo.
Dice di aver provato con "la mascherina di velluto di una damigella… una sciarpa da collo… il berretto di un paggio con su un bel piumetto dalla Svizzera… un gatto marzolino… i guanti della mamma". "Poi - prosegue- mi pulii con la salvia, il finocchio, l'aneto, la maggiorana, le rose, le foglie di zucca, di bietola, di cavolo, di malva, di verbena (che è come il rossetto del culo… con le ortiche (ma me ne venne il cacasangue dei Lombardi, da cui fui guarito nettandomi con la braghetta… Quindi mi pulii con le lenzuola, con la coperta del letto, con un cuscino, con un scendiletto… Mi pulii col fieno, con la paglia, la stoppa, la borra, la lana e la carta (Ma sempre lascia ai coglion qualche cosa/ chi con la carta si cosa)…". Molti capitoli dopo ci sarà chi si pulisce con le decretali papali. "Provai a nettarmi in seguito con un copricapo, un passa- montagna, con una pantofola, con un carniere, con un paniere (ma quello era proprio un brutto nettaculo!)… poi con un cappello di panno; e notate che di questi cappelli certi sono di panno rasato, altri di feltro, altri uso velluto, altri uso seta… ma il migliore di tutti è sempre quello di feltro…. Poi mi nettai con una gallina, un gallo, un pollastro; con la pelle di un vitello, d'una lepre, di un piccione, d'un cormorano, con la servietta di un avvocato, con una barbuta, con un cappuccio da falchi… Ma in conclusione, affermo e sostengo, che non v'è miglior nettacelo d'un'oca ben piumata: purché si abbia l'avvertenza di tenergli la testa in mezzo alle zampe".
Nel capitolo 58 del Libro I si parla dell'enigma degli enigmi, ritrovato nello scavare le fondamenta dell'abbazia di Theleme. È una profezia in versi, alla maniera delle cinquine di Nostradamus, e di tutti i catastrofismi prima e dopo. Tra le tremende "cose che ancor debbono accadere", prevede che "L'inverno che vien, senza più attesa,/ E forse prima, in questo stesso suolo/ Vedrem levarsi d'uomini uno stuolo/ Che senza pace, e senza far soggiorno/… Solleveran gente d'ogni nazione/ A levarsi in partito e in fazione/… Faran nascere liti e gran querele/ Fra amici e le stesse parentele:/ Il figlio audace affronterà l'obbrobio/ Di sollevarsi contro il padre proprio;/ Gli stessi grandi, da tempo ubbiditi/Dai sudditi fedel saran scherniti/…E non potrà nessun trarsene fuore,/ Purché una volta ci abbia messo il cuore, /Prima d'aver di grida e strane liti/ Riempito sino ai più solinghi liti…". 
E così via, per diverse pagine, con tanto di calura, diluvio, maremoto, "acque correnti, donde i più perversi/ ancor pugnando resteran sommersi", "tumulti e disturbo profondo", ermetiche allusioni alla "grande macchina del mondo" e l'inquietante riferimento al fatto che "i più felici, e che più in guardia l'hanno/ Saran quelli che più la guasteranno".
Cosa vorrà mai significare? Armageddon? Il gran rifiuto degli ex alleati? L'effetto serra? I rimedi peggiori del male? Quelli che più hanno che guastano il pianeta? "Trovateci dentro tutte le allegorie e interpretazioni più gravi che volete, e sognateci sopra, voi e tutto il mondo, fino a che vi piacerà.
Io per parte mia non penso che ci sia dentro nessun altro significato se non una descrizione d'una partita al pallone in termini oscuri…" , l'interpretazione del sanguigno Frate Giovanni, il più simpatico di tutti gli intonacati dei Cinque libri. Insomma, Rabelais avrebbe semplicemente profetizzato il tifo allo stadio, la Domenica sportiva e Il processo di Biscardi. Nel capitolo 36 del Terzo libro compare un vecchio giudice, che per più di quarant'anni ha svolto "santamente la sua professione". Veniamo a sapere che "in questo periodo avrà pronunciato quattromila sentenze definitive", e mai che gli abbiano trovato una pecca. Che "di duemilatrecentoenove di queste sentenze, le parti perdenti si appellarono alla Corte sovrana del Parlamento… e tutte , per decisione di tal Parlamento sono state ratificate, approvate e confermate, e gli appelli respinti e confermati". Ma nei suoi "vecchi anni" finisce per l'essere indagato e viene citato a comparire per giustificarsi del suo operato. Il che, osserva Pantagruel che lo stima e ne è amico, "non può essere accaduto senza qualche disastro". Quale sia il "disastro" lo apprendiamo solo tre capitoli dopo, nel 39esimo: un conflitto tra potere giudiziario e poteri elettivi, l'"aver dato una certa sentenza contro l'eletto B. (Toucheronde, che vuol dire Boscotondo), che a quella corte di 100 membri non pareva del tutto equa".
Il vecchio giudice dal nome molto campagnolo (si chiama Bridoye, cioè Briglialoca), si giustifica per ben cinque capitoli di seguito, fino al 44esimo. Spiegando, con una profusione di riferimenti al Codice di Giustiniano, il suo metodo infallibile: il lancio dei dadi.
Come?, quali dadi?, gli chiedono. E lui imperterrito: "I dadi delle sentenze: alea judiciorum… Esattamente come fate voi signori, io dò sentenza favorevole a colui che primo arriva al numero di punti richiesto dalla sorte giudiziaria, tribuniana, pretoriana, dei dadi". E' un giudice scrupoloso, che segue tutte le procedure alla lettera, non un cialtrone sbrigativo. "Procedo esattamente come fate voi, signori, e secondo la consuetudine dei giudizi, alla quale le nostre Leggi comandano di attenerci sempre… E cioè avendo visto ben bene e rivisto, letto e riletto, squadernato e sfogliato, protestazioni, aggiornamenti, comparizioni, nomi del relatore, istruttorie prima del processo, e dichiarazioni, allegazioni, richieste di prova, contraddittorie, inchieste, repliche, dupliche, tripliche, processi verbali, ricuse di testimoni, riserve opposte alle ricuse, deposizioni, confronti, impugnazioni, depignatorie, anticipatorie, evocazioni, invii, rinvii, conclusioni, dichiarazioni di non luogo a procedere, dilatorie, rilievi, confessioni, transazioni, ordini esecutori…".
Non ha fretta, non trascura nulla: "Come fate voi, signori, io considero che il tempo matura ogni cosa… e per questo appunto, come fate voi, signori, io soprassiedo, diluisco e differisco il giudizio: affinché il processo, ben ventilato, crivellato e dibattuto, arrivi in prosieguo di tempo alla sua maturità…", spiega. Poi, in conclusione, mette ordinatamente i fascicoli uno di fronte all'altro, e se li gioca a dadi. Il metodo, assicura, non ha mai fallito. Tranne una volta, e per una ragione di cui non ha colpa: il guaio è che era "divenuto ormai vecchio, e non aveva più la vista buona come una volta… non riusciva più a distinguere bene i punti dei dadi.. per cui nella decisione del processo di cui si trattava aveva scambiato il 4 per un 5…". E' assolutamente a prova di parzialità e di "corruzione" - che è quel di cui si cibano i "Gatti in pelliccia" del paese di Mordigraffiante, visitato nel Libro Quinto: "Bestie molto orribili espaventevoli, che mangiano i bambini… non hanno il pelo fuori dalla pelle, ma nascosto all'interno (la toga di conermellino)…. Impiccano, bruciano, squartano, decapitano, massacrano, imprigionano, minacciano ne rovinano tutto, senza distinzione di bene o di male"(V, 11). Il vecchio giudice non si limita ad avere una soluzione per i problemi che affliggono la giustizia ordinaria, tali che, secondo il detto scolpito sul santuario di Delfi: "Miseria essere compagna di processo, e miserabili sempre i litiganti: perché giungono prima alla fine della loro vita che dei loro pretesi diritti" (I, 20). Ha anche un metodo per la soluzione delle più complesse crisi internazionali.
Lo racconta nel capitolo 41 del Terzo libro, nella "storia del conciliatore di processi", che entra in gioco a risolvere le cose nel momento in cui "i litiganti si trovano al grado estremo delle loro cause, perché hanno la borsa vuota, e sono obbligati a mettere da parte citazioni e sollecitazioni". "Con questo sistema credo che riuscirei a mettere pace, o almeno diciamo armistizio, fra il Gran re e i Veneziani, tra l'Imperatore e gli Svizzeri, fra gli Inglesi e gli Scozzesi, fra il Papa e i Ferraresi. Vuoi che ti dica di più? M'aiuti Iddio: fra il Gran Turco e il Gran Softì, fra i Tartari e i Moscoviti. Sentimi bene: li prenderei in quel momento in cui tutti quanti fossero stanchi di guerreggiare, e si trovassero con le casse vuote…". Rabelais non ama le guerre. Non più di quanto gli vadano a genio preti, teologi e dottori della Sorbona, magistrati e avvocati. Ma non è esattamente un "pacifista". I suoi eroi giganti, esattamente come i suoi contemporanei, ne fanno di tutti i tipi. Per necessità. O anche per scelta, come quando, nel Quarto Libro, Pantagruel organizza una spedizione per liberare le Salsiccie (Andouilles, propriamente salamelle) dalla tirannia dell'odioso fondamentalista Quaresimante. Salvo ritrovarsi a fare la guerra con le povere Salsiccie che voleva così onestamente e generosamente solo liberare.
Tra i suoi consiglieri c'era chi lo aveva calorosamente incitato: "Mi dò al diavolo se io non sto per loro. Cos'è questo disordine contro natura, di fare la guerra alle donne (andouilles è al femminile)? Voltiamo le navi e diamo una lezione a questo villanzone". C'era chi consigliava invece prudenza: "Combattere Quaresimante? Per tutti i diavoli, non sarete così matto e temerario insieme! Quis juris, se ci trovassimo presi in mezzo, fra le Salsiccie e Quaresimante? Fra l'incudine e i martelli? Canchero! Guardiamocene bene. Tiriamo dritto. Caro il mio Quaresimante, vi dico addio: vi raccomando tanto le Salsiccie, e non dimenticate i Marzapani!" (IV, 29). Altri l'avevano ben avvertito che la faccenda era complicata. Metter fine alla guerra e conciliarli? "Non è possibile per il momento. Sono quattro anni che mi sono messo in dovere di trattar pace tra di loro. O almeno una lunga tregua. E a quest'ora sarebbero buoni amici e vicini, se sia l'uno che le altre avessero potuto liberarsi dalle loro passioni su un certo articolo". ("Quaresimante non voleva comprendere nel trattato di pace i Budini selvatici, né i Salsicciotti montigeni", mentre le Salsiccie ponevano come pregiudiziale che "dal Castello di Salamoia fossero cacciati non so quali puzzoni, marrani, assassini e briganti che lo possedevano"). Ed era finita che "le due parti si erano orribilmente inasprite, invelenite, indignate e rinfocolate negli animi, né è più possibile porvi rimedio; sarebbe più facile riconciliare insieme i gatti e i ratti, i cani e le lepri" (IV, 35). Calvinisti e papisti, le guerre di religione, ci dicono gli specialisti. E se invece avesse profetizzato il medio oriente? Le più meritatamente famose delle molte guerre di queste pagine sono però quelle "picrocoline", del Primo Libro. Nascono per un'inezia, però comune a molti conflitti: perché i focacciari del regno di Picrocole si rifiutano di vendere ai vendemmiatori del regno del padre di Gargantua, Grangola, le loro focacce, e ne nasce una rissa. Picrocole ne approfitta per invadere le terre del vicino, dopo un delirante con ciliabolo in cui "Certi suoi governatori, con precipitoso consiglio, lo spinsero all'estremo pericolo".
E' il titolo del 33mo capitolo, un altro di quelli prodigiosamente senza tempo e senza luogo. I biografi di Rabelais vi diranno che la materia viene da un conflitto locale sui diritti di passaggio della Loira che contrappose per decenni un signorotto locale e le gilde dei mercanti, sfociando in un processo in cui il padre di Rabelais era l'avvocato di una delle parti. Ad un francese del Cinquecento, Pricocole avrebbe fatto venire in mente Carlo V. Nell'Utopia dell'inglese Thomas More, al contrario, uno che parla come Pricocole richiama il francese Francesco I. A un inglese degli inizi dell'Ottocento avrebbe evocato Napoleone… nel Novecento Hitler… poi Stalin…. oggi chi vi pare: è il fascino dei classici, bellezza! Fanno piani grandiosi. Una parte dell'esercito "andrà a buttarsi su Grangola e i suoi uomini" e "basterà quella a sconfiggerlo facilmente sui due piedi". L'altra parte conquisterà il resto del mondo. In crescendo pirotecnico. "..Verso l'Angomois e la Guascogna, nonché Perigot, Medoc ed Elanes… E senza resistenza conquisteranno città, castelli e fortezze. A Baiona… prenderete tutte le navi; e costeggiando verso la Galizia e il Portogallo, saccheggerete tutti i luoghi marittimi fino a Lisbona… la Spagna si arrenderà, perché non sono che marrani!... passato il Mare Picrocolino, ecco pascià Barbarossa che vi si dà per schiavo… (- Sì, gli farò grazia della vita; - Certo, ma a patto che si faccia battezzare)… E oppugnerete i reami di Tunisi, Diserta, Algeri, Bona, Corena… Quel povero signor Papa già muore di paura (- Perbacco, certo che non gli bacerò la pantofola!)…. Presa l'Italia ecco Napoli, Calabria, Apulia e Sicilia… Cipro, Rodi, e Dio guardi Gerusalemme: perché il sultano non è più niente di fronte a voi… - Sì e così farò ricostruire il tempio di Salomone… - No, non ancora, aspettate un momento, non siate così precipitoso nelle vostre imprese…Festina lente… - Vedremo Babilonia e il monte Sinai?... - No, non è questo il momento… - Come faremo a bere in questi deserti? … - Oh, noi abbiamo già provvisto a tutto: avrete novemila e quattordici grandi navi… cariche dei migliori vini del mondo… - Certo! Ma ho paura che non berremo fresco… Intanto vi hanno preso Brettagna, Normandia, Fiandre… hanno passato il Reno sul ventre degli Svizzeri e dei Lanzi… si sono adunati in Boemia, dopo aver messo a sacco Svevia e Wittemberg, Baviera e Austria… poi tutti insieme hanno assaltato Lubecca, la Norvegia, la Svezia, la Dacia, il Gotland, la Groenlandia, l'Estonia, fino al Mar Glaciale…fatto ciò hanno conquistato le isole Orcadi, e soggiogato Scozia, Inghilterra e Irlanda… e di là hanno vinto e domato Prussia e Polonia, Lituania, Russia, Ungheria Bulgaria e Turchia, e ora sono a Costantinopoli… - Basta, sorvoliamo. Ma io ho soltanto paura che quei diavoli di eserciti di Grangola, mentre noi siamo in Mesopotamia, non vengano a pestarci la coda. Come si rimedia? … - Basterà un piccolo ordine, che voi manderete ai Moscoviti, per mettervi in campo all'istante quattrocentocinquantamila guerrieri scelti…". Il buon Grangola, a dire il vero, fa di tutto per evitare la guerra. Cerca persino di "comprare la pace", "facendo restituire le focacce" (I, 32). E' uno convinto che "ci è comandato di tenere sicuri, difendere, governare bene e amministrare ciascuno i suoi paesi e le sue terre, e non di invadere con la violenza le terre degli altri" e che "ciò che i Saraceni e i barbari di un tempo chiamavano prodezze, ora le chiamiamo atti di brigantaggio e birbonate" (I, 46). Ma si deve rassegnare che "non c'era speranza alcuna di trarli alla pace, fuor che per via di pronta e forte guerra" (I, 32). Insomma, quando ci vuole ci vuole.


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