Sulle orme del sacro ai tempi della televisione di Sandro Fusina, 2005

 

Brillò sulla valle di Kabul una stella. Fu vista lungo l'Indo, sulla pianura del Gange. Brillò su Peshawar, capitale del regno dei kushana. I kushana onoravano un loro re con il nome di Soter Megas, il grande salvatore. I re dei kushana, che erano magi e nel cielo leggevano il destino dell'uomo e le trame di Dio, compresero il significato della stella. Non credevano in un solo Dio, ma avevano un solo sentimento del sacro. Onoravano sulle loro monete il sole sotto le sembianze di Mitra, la luna nella figura di donna di Mao, Visnù con quattro braccia e Nandi il toro sacro.
Con l'aiuto dello scalpello di statuari romani di Siria avevano dato un'immagine al Budda e a Maitreya, il Budda del futuro, che aveva rinunciato alla pace del Nirvana per amore degli uomini. Lessero chiaro in quella stella la nascita di un Soter più grande del loro Soter Megas. Poiché la stella si muoveva verso occidente i re magi la seguirono. Il viaggio non li sgomentava. Del viaggio conoscevano la metafora e la pratica.
Indoeuropei, erano stati nomadi nelle steppe della Cina. Incalzati dai cinesi si erano spostati a occidente. A Peshawar erano diventati sedentari. Ma nelle cellule di ogni sedentario è iscritto il ricordo di un tempo arcaico e lunghissimo in cui vita e cammino sono la stessa cosa. Camminando i re magi avevano imparato a scrutare il cielo, a leggerlo. Giunsero in Palestina per innescare una serie infinita di viaggi.
La Sacra famiglia fuggì in Egitto e ritornò, Gesù fece forse il viaggio inverso dei magi, in viaggio Paolo di Tarso cadde da cavallo, si sparsero viaggiando per il mondo gli apostoli. Di nuovo Tommaso prese la strada dell'oriente, a seminare per la crescita di strane comunità cristiane e nomadi in oriente. Roma, la valle del Gange e Pechino furono le mete di incessanti movimenti di uomini e di popoli.
Se la metafora cristiana vede la storia come un viaggio verso la città di Dio, alle fondamenta di tante civiltà e letterature c'è un viaggio. Viaggiavano i taumaturghi e gli aedi, viaggiavano i mercanti, viaggiavano i guerrieri e i postulanti, viaggiavano i fedeli e i reprobi, con loro viaggiavano le credenze e le idee.
Ma per non essere angoscioso, come quello dell'Ebreo errante, per non essere un esodo, il viaggio deve avere una meta. Almeno una volta nella vita un buon musulmano deve viaggiare fino alla Mecca, per compiere il suo giro intorno a una pietra nera inviata dal cielo al tempo degli dei falsi e bugiardi.
Presero i pellegrini la conchiglia che era stata simbolo di Venere, se la cucirono sul mantello e affollarono la strada che portava alla fine del mondo, verso Finisterre, nella Galizia spagnola, dove era sepolto l'apostolo Giacomo. Da Santiago a Gerusalemme non cercavano la fede, la fede la portavano con loro, cercavano un luogo, che un evento, sovente una morte, aveva reso sacro.
L'uomo che camminava in pace non portava armi e denaro. A ricompensare la carità di chi lo accoglieva bastava il racconto di quello che aveva visto, di quello che altri, che aveva incrociato sul suo cammino, gli avevano raccontato. Quando il viaggio era sbarrato i pellegrini non desistevano, non si rassegnavano. Si facevano folla, si facevano martiri. Il viaggio al sacro era più importante della vita. Per proteggerli, per ospitarli partirono i cavalieri. Quando il luogo dei luoghi sacri dei cristiani divenne inaccessibile, i fedeli viaggiarono in tondo come impazziti, portando croci gravose e flagellandosi.
Con loro viaggiarono le immagini più fosche e le idee più aberranti, alle loro spalle incalzavano i quattro cavalieri dell'Apocalisse. Furono inventati surrogati, mete artificiali di viaggi, presepi e sacri monti. Ma si trattò solo di artificio, qualche volta di arte. Il sacro non può essere fabbricato neppure dalle mani e dal cuore di un grande artista.
Gli esoteristi sostengono che ci sono luoghi in cui si condensano le energie e le correnti sotterranee del mondo. Sono come sorgenti di fiumi che scorrono sconosciuti e inavvertiti per donare la loro acqua in un luogo magico. Laici e turisti, che sono capitati sull'isola egea di Patmos, dove san Giovanni ebbe la sua visione, sostengono di avere avvertito un senso di sacro. Chi scrive, scettico e allora lettore devoto e credulo di Émile Zola, l'avvertì nonostante tutto a Lourdes. Eppure nulla propiziava meno al sacro della città deprimente come una periferia urbana nata intorno alla grotta sacra.
Il viaggio, nella versione moderna, in cui la conchiglia di Venere e di San Giacomo è diventata il marchio di una casa petrolifera, porta al nostalgico dei tempi andati scandalo e delusioni. L'attimo di smarrimento provocato dall'esplosione del sacro può facilmente essere soffocato dalle immagini e dai comportamenti incongrui. Tra la folla dei pellegrini di Lourdes lo scettico nota una copia arrivata da qualche parte dal golfo di Guinea, dalla Costa d'Avorio, molto probabilmente. I due, secondo il costume del loro paese, indossano abiti a ramages. Tra i tralci fioriti si ripete una cornice. Nella cornice c'è un ritratto. Una di queste cornici cade esattamente su un gluteo ondeggiante della signora. Il ritratto è quello di Giovanni Paolo II.
Lo scettico cerca di aggrapparsi a particolari simili per cancellare e negare la sensazione del sacro che ha avvertito. Al momento l'antidoto funziona, con il tempo però gli episodi ridicoli diventano povero materiale per lazzi e racconti, mentre la sensazione del sacro si rigenera nel ricordo sempre più viva. A nulla serve constatare che i pellegrini con barba e capelli lunghi, con bisaccia e bordone, che percorrono il cammino di Santiago, qualche volta si concedono un autobus. In autobus traballanti arrivano ai loro festival nei luoghi sacri nella giungla gli indù. In treno, per necessità, partono i pellegrini diretti a Lourdes. E' il contesto. Non erano meno fedeli i pellegrini che nel Cinquecento incidevano il loro nome sugli affreschi delle cappelle del Sacro Monte di Varallo Sesia. Né quelli che acquistano tremenda paccottiglia a San Giovanni Rotondo, e pentole a pressione, addirittura. Il contesto è il contesto e a nessuno, se non mosso da odio sprezzante per i propri simili, è dato di sfuggirgli. Anche i pellegrini che si portavano a casa conchiglie con pitturata all'interno l'immagine sacra, anche il pellegrino che si portava a casa un portapenne in olivo con scritto "Ricordo di Gerusalemme", anche il pellegrino che si portava a casa la boccia che, rovesciata, faceva nevicare sulla Madonna, o i mentini impastati con l'acqua della fonte benedetta, anche i pellegrini che si sono fatti fotografare sullo sfondo del catafalco papale hanno ubbidito all'imperativo del sangue, della mente, del cuore che diceva "Alzati e cammina". Non importa se quell'imperativo arrivava loro mediato dalle immagini televisive, dall'emulazione o dalle curiosità. Non importa se a trasportarli non era stato il cavallo di san Francesco, ma voli economici e treni e pullmann speciali. Si sono alzati e hanno camminato, per recarsi all'appuntamento con il sacro, come per tutto il pontificato si è alzato e ha camminato il Papa. Qualche volta una moltitudine si mette in cammino per seguire una stella e nessuno riesce a spiegare davvero il perché.


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