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Brillò
sulla valle di Kabul una stella. Fu vista lungo l'Indo, sulla pianura del
Gange. Brillò su Peshawar, capitale del regno dei kushana. I kushana
onoravano un loro re con il nome di Soter Megas, il grande salvatore. I re
dei kushana, che erano magi e nel cielo leggevano il destino dell'uomo e
le trame di Dio, compresero il significato della stella. Non credevano in
un solo Dio, ma avevano un solo sentimento del sacro. Onoravano sulle loro
monete il sole sotto le sembianze di Mitra, la luna nella figura di donna
di Mao, Visnù con quattro braccia e Nandi il toro sacro. Con l'aiuto
dello scalpello di statuari romani di Siria avevano dato un'immagine al
Budda e a Maitreya, il Budda del futuro, che aveva rinunciato alla pace
del Nirvana per amore degli uomini. Lessero chiaro in quella stella la
nascita di un Soter più grande del loro Soter Megas. Poiché la stella si
muoveva verso occidente i re magi la seguirono. Il viaggio non li
sgomentava. Del viaggio conoscevano la metafora e la
pratica. Indoeuropei, erano stati nomadi nelle steppe della Cina.
Incalzati dai cinesi si erano spostati a occidente. A Peshawar erano
diventati sedentari. Ma nelle cellule di ogni sedentario è iscritto il
ricordo di un tempo arcaico e lunghissimo in cui vita e cammino sono la
stessa cosa. Camminando i re magi avevano imparato a scrutare il cielo, a
leggerlo. Giunsero in Palestina per innescare una serie infinita di
viaggi. La Sacra famiglia fuggì in Egitto e ritornò, Gesù fece forse il
viaggio inverso dei magi, in viaggio Paolo di Tarso cadde da cavallo, si
sparsero viaggiando per il mondo gli apostoli. Di nuovo Tommaso prese la
strada dell'oriente, a seminare per la crescita di strane comunità
cristiane e nomadi in oriente. Roma, la valle del Gange e Pechino furono
le mete di incessanti movimenti di uomini e di popoli. Se la metafora
cristiana vede la storia come un viaggio verso la città di Dio, alle
fondamenta di tante civiltà e letterature c'è un viaggio. Viaggiavano i
taumaturghi e gli aedi, viaggiavano i mercanti, viaggiavano i guerrieri e
i postulanti, viaggiavano i fedeli e i reprobi, con loro viaggiavano le
credenze e le idee. Ma per non essere angoscioso, come quello
dell'Ebreo errante, per non essere un esodo, il viaggio deve avere una
meta. Almeno una volta nella vita un buon musulmano deve viaggiare fino
alla Mecca, per compiere il suo giro intorno a una pietra nera inviata dal
cielo al tempo degli dei falsi e bugiardi. Presero i pellegrini la
conchiglia che era stata simbolo di Venere, se la cucirono sul mantello e
affollarono la strada che portava alla fine del mondo, verso Finisterre,
nella Galizia spagnola, dove era sepolto l'apostolo Giacomo. Da Santiago a
Gerusalemme non cercavano la fede, la fede la portavano con loro,
cercavano un luogo, che un evento, sovente una morte, aveva reso
sacro. L'uomo che camminava in pace non portava armi e denaro. A
ricompensare la carità di chi lo accoglieva bastava il racconto di quello
che aveva visto, di quello che altri, che aveva incrociato sul suo
cammino, gli avevano raccontato. Quando il viaggio era sbarrato i
pellegrini non desistevano, non si rassegnavano. Si facevano folla, si
facevano martiri. Il viaggio al sacro era più importante della vita. Per
proteggerli, per ospitarli partirono i cavalieri. Quando il luogo dei
luoghi sacri dei cristiani divenne inaccessibile, i fedeli viaggiarono in
tondo come impazziti, portando croci gravose e flagellandosi. Con loro
viaggiarono le immagini più fosche e le idee più aberranti, alle loro
spalle incalzavano i quattro cavalieri dell'Apocalisse. Furono inventati
surrogati, mete artificiali di viaggi, presepi e sacri monti. Ma si trattò
solo di artificio, qualche volta di arte. Il sacro non può essere
fabbricato neppure dalle mani e dal cuore di un grande artista. Gli
esoteristi sostengono che ci sono luoghi in cui si condensano le energie e
le correnti sotterranee del mondo. Sono come sorgenti di fiumi che
scorrono sconosciuti e inavvertiti per donare la loro acqua in un luogo
magico. Laici e turisti, che sono capitati sull'isola egea di Patmos, dove
san Giovanni ebbe la sua visione, sostengono di avere avvertito un senso
di sacro. Chi scrive, scettico e allora lettore devoto e credulo di Émile
Zola, l'avvertì nonostante tutto a Lourdes. Eppure nulla propiziava meno
al sacro della città deprimente come una periferia urbana nata intorno
alla grotta sacra. Il viaggio, nella versione moderna, in cui la
conchiglia di Venere e di San Giacomo è diventata il marchio di una casa
petrolifera, porta al nostalgico dei tempi andati scandalo e delusioni.
L'attimo di smarrimento provocato dall'esplosione del sacro può facilmente
essere soffocato dalle immagini e dai comportamenti incongrui. Tra la
folla dei pellegrini di Lourdes lo scettico nota una copia arrivata da
qualche parte dal golfo di Guinea, dalla Costa d'Avorio, molto
probabilmente. I due, secondo il costume del loro paese, indossano abiti a
ramages. Tra i tralci fioriti si ripete una cornice. Nella cornice c'è un
ritratto. Una di queste cornici cade esattamente su un gluteo ondeggiante
della signora. Il ritratto è quello di Giovanni Paolo II. Lo scettico
cerca di aggrapparsi a particolari simili per cancellare e negare la
sensazione del sacro che ha avvertito. Al momento l'antidoto funziona, con
il tempo però gli episodi ridicoli diventano povero materiale per lazzi e
racconti, mentre la sensazione del sacro si rigenera nel ricordo sempre
più viva. A nulla serve constatare che i pellegrini con barba e capelli
lunghi, con bisaccia e bordone, che percorrono il cammino di Santiago,
qualche volta si concedono un autobus. In autobus traballanti arrivano ai
loro festival nei luoghi sacri nella giungla gli indù. In treno, per
necessità, partono i pellegrini diretti a Lourdes. E' il contesto. Non
erano meno fedeli i pellegrini che nel Cinquecento incidevano il loro nome
sugli affreschi delle cappelle del Sacro Monte di Varallo Sesia. Né quelli
che acquistano tremenda paccottiglia a San Giovanni Rotondo, e pentole a
pressione, addirittura. Il contesto è il contesto e a nessuno, se non
mosso da odio sprezzante per i propri simili, è dato di sfuggirgli. Anche
i pellegrini che si portavano a casa conchiglie con pitturata all'interno
l'immagine sacra, anche il pellegrino che si portava a casa un portapenne
in olivo con scritto "Ricordo di Gerusalemme", anche il pellegrino che si
portava a casa la boccia che, rovesciata, faceva nevicare sulla Madonna, o
i mentini impastati con l'acqua della fonte benedetta, anche i pellegrini
che si sono fatti fotografare sullo sfondo del catafalco papale hanno
ubbidito all'imperativo del sangue, della mente, del cuore che diceva
"Alzati e cammina". Non importa se quell'imperativo arrivava loro mediato
dalle immagini televisive, dall'emulazione o dalle curiosità. Non importa
se a trasportarli non era stato il cavallo di san Francesco, ma voli
economici e treni e pullmann speciali. Si sono alzati e hanno camminato,
per recarsi all'appuntamento con il sacro, come per tutto il pontificato
si è alzato e ha camminato il Papa. Qualche volta una moltitudine si mette
in cammino per seguire una stella e nessuno riesce a spiegare davvero il
perché.
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