"Stephen King/Frank Darabont" di Nunzio Fiore

Stephen King - "Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank" (Stagioni diverse)
Frank Darabont - "Le ali della libertà - the Shawshank redemption"

Scrittore da comodino, sofisticato rapitore dell'attenzione dei lettori, commerciale cantastorie da falò; comunque lo si voglia vedere Sthephen King ha raccontato storie perfette e ha saputo incatenarci alle sue pagine con la maestria di un prestigiatore. Carpire i trucchi di un mago, non attendere altro che vederlo sbagliare, a volte può essere più limitativo che non cercare di vivere a pieno l'emozione che il mago in questione cerca di trasmetterci. Che lo faccia per pagarsi la quarta o quinta villa al mare, o che il suo desiderio sia il più fine accostamento all'essenza di ciò che ci vuole trasmettere, dovrebbe importarci molto poco. E' sensata, invece, la ricerca di quell'essenza; del profumo della storia, dell'anima, se esiste, se la possiamo scorgere, se possiamo percepirla. Nelle "Ali della Libertà", quest'anima è decisamente palpabile e pulsante, possiede più nomi, da Libertà ad Amicizia, a Speranza.

Dal racconto "Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank", contenuto nella raccolta "Stagioni diverse", lo sceneggiatore Frank Darabont trae e dirige il proprio lungometraggio d'esordio: "The Shawshank Redemption".
La storia: Maine, 1947: Andy Dufresne (Tim Robbins), bancario condannato per duplice omicidio, si ritrova nel carcere di massima sicurezza di Shawshank, un carcere dai contorni nettamente evocativi di una quasi contemporanea Alcatraz. L'amicizia con un ergastolano di colore (Morgan Freeman) e le capacità fiscali, reminescenze di una perduta libertà, gli forniranno la possibilità di combattere con i lunghi anni di prigionia.
Come inevitabilmente avviene nella trasposizione da testo a immagini cinematografiche, la storia subisce qualche leggero cambiamento, ma la sua anima non viene toccata, e questo fa della pellicola un gioiello del genere carcerario.
Abbiamo così un irlandese dai capelli rossi chiamato Red che nel film è invece un uomo di colore, che a giustificare il proprio soprannome adduce il diminutivo del cognome Redding. Vediamo uno spilungone Robbins attraversare gli eventi nel ruolo del protagonista Andy Dufresne in modo leggermente meno credibile rispetto all'esile personaggio del libro. Assistiamo a scene di cui poteva essere testimone esclusivamente Dufresne, sebbene le vicende vengano raccontate da Red, senza palesare mai il fatto che molto di ciò che vediamo viene trasmesso nell'infinito vociferare del carcere e dalle supposizioni del narratore. Nel libro si fa molta attenzione a questo particolare e alla trasformazione della vita di Andy Dufresne in leggenda tra le mura di Shawshank. Ma particolari come questi riescono a ledere l'anima della storia? Io risponderei "no".
La bellezza di questa storia (come in molti altri casi di trasposizioni) è da ricercarsi oltre il limite del mezzo con cui ci viene raccontata, senza dare per scontata la superiorità di una tecnica rispetto all'altra. Una delle scene più emozionanti del film, ad esempio, non è presente nel libro. Andy riesce ad afferare un attimo per regalare una sensazione di libertà a se stesso e a tutti i prigionieri del carcere: estrae con cura un disco dal materiale della biblioteca e fa in modo che ne venga diffusa la melodia incisa in tutto il penitenziario. E sulle note mozartiane delle "Nozze di Figaro", vediamo gli uomini in infermieria affacciarsi alle finestre, il brulicare del cortile arrestarsi davanti al megafono, e sentiamo la voce off di Red recitare: "Ancora oggi non so che cosa dicessero quelle due donne che cantavano, e a dir la verita' non lo voglio sapere. Ci sono cose che non devono essere spiegate. Mi piace pensare che l'argomento fosse una cosa cosi' bella da non poter essere espressa con delle semplici parole. Quelle voci si libravano nell'aria a un'altezza che nessuno di noi aveva mai osato sognare. Era come se un uccello meraviglioso fosse volato via dalla grande gabbia in cui eravamo facendola dissolvere nell'aria, e per un brevissimo istante tutti gli uomini di Shawshank si sentirono liberi."

Notevoli differenze balzano all'occhio del lettore/spettatore, alcune giustificate ai fini cinematografici, altre un po' più banali dovute al desiderio di far leva sull'emozioni dello spettatore più superficiale.
Così nel film assistiamo alla morte di Tommy Williams, mentre nel libro quest'ultimo viene semplicemente trasferito in un carcere di minima sicurezza in cui può godere di alcuni favori che lo allontanano dalla causa di Andy. In questo, a mio avviso, il film ne perde assoggettandosi inutilmente al sensazionalismo e ai buoni sentimenti. Il libro semina un pensiero in un altro campo, più oscuro, quello in cui un uomo può curare i propri interessi personali a scapito di persone che gli son vicino.
Un punto in cui il film si discosta dalla trama del libro, guadagnandone è il contrappasso tra Andy che raggiunge la propria libertà e il direttore Norton che si suicida, prigioniero dei propri raggiri ed orgoglio, o il secondino Hadley che viene arrestato e ridotto in lacrime. Questo è decisamente buono ai fini di mitizzare Andy, essendo lui il mittente dei documenti che incastrano i due.
Nel libro si succedono diversi direttori durante gli anni in cui Andy Dufresne rimane prigioniero, nel film abbiamo il direttore Norton fin dall'inizio, probabilmente per non creare confusione e per poter alimentare la figura dell'antagonista insensibile e perfido, tanto cara e utile in molte sceneggiature. Per quanto riguarda il tempo poi c'è da notare un lieve errore nella pellicola, infatti, nonostante la storia si svolga in più di trentanni, nessun personaggio mostra segni di invecchiamento
Anche l'esistenza della persona fiscale inventata da Dufresne per la propria fuga subisce una mutazione. Nel libro era una figura a cui Andy stava già lavorando prima ancora di finire in carcere in collaborazione con un suo amico, nel film invece è il prestanome con cui Andy-contabile-Dufresne firma i documenti illeciti del direttore Norton. E' curioso il cambiamento del nome di questo personaggio, nel libro è Peter Stevens, nel film Randall Stevens. Sarebbe interessante scoprirne il motivo.
E così tantissimi altri punti della storia, che troviamo da una parte e che perdiamo o non troviamo dall'altra. Dai cinquecento dollari che, nel libro, Andy riesce a portarsi in carcere per vie traverse, alle pagine scritte da Red e portate fuori dal carcere attraverso lo stesso metodo. Oppure, nel film, la promessa di Red di andare nel luogo in cui Andy ha nascosto la chiave della cassetta di sicurezza, cosa che nel racconto è assente. Il motivo per cui il narratore va a cercare quella roccia è la pura curiosità di vedere se il suo amico ce l'ha fatta, oltre al desiderio di trovare qualcosa a cui aggrapparsi per dare un senso alla vita "libera".
Il martelletto nella bibbia o la scacchiera sono particolari aggiunti dalla scenggiatura, più o meno discutibili per i soliti fini emotivi, mentre è bella l'ansia psicologica che porta alcuni detenuti, Red in testa, a sospettare che Andy si volesse suicidare con la corda che si fece prestare. Questo aspetto non viene per nulla toccato dal libro.
Decisamente più d'impatto nel film è il momento in cui Norton scopre che dietro al poster di Rachel Welles si nasconde il foro nel muro. Arrabbiato comincia a scagliare i piccoli oggetti di pietra di Andy contro Red e chiunque ha di fronte, fino a tirarne uno contro il poster, questo si buca e il rumore della pietra si perde nel vuoto lasciando tutti ammutoliti. Nel libro, il puritano Norton straccia semplicemente il poster di Linda Ronstadt e scopre il segreto di Dufresne.
Si potrebbe andare avanti a lungo con questi particolari, ma in conclusione si può semplicemente comprendere come "Le ali della libertà" sia complementare al primo racconto di "Stagioni diverse". Si toccano, abbracciano e completano in diversi punti, ognuna con il proprio stile, ognuna con il proprio fine, letterario o cinematografico, comunque non intaccano l'anima della storia ma riescono a trasmetterla efficacemente, facendoci pensare a cosa possa essere la Libertà al di fuori di un carcere, così come nel mondo in scala ridotta in cui vivono i personaggi. E' inevitabile farsi toccare dall'Amicizia tra i due protagonisti, così come è potente e non si può scansare l'eco commovente della parola Speranza al termine di ognuno dei due modi di raccontare questa storia affascinante.

Nunzio Fiore


Nota biografica a cura della redazione:

Nunzio Fiore è nato nel 1977 a Milano, qui vive e lavora nel ramo informatico. Appassionato di letteratura, da Borges a Muakami Haruki, da Llosa, o Saramago alla letteratura classica, accosta la passione per le pagine scritte alle sceneggiature cinematografiche e, di conseguenza, al cinema. Dopo la pubblicazione di qualche racconto in alcune riviste e sul web, nel maggio 2003 ha pubblicato il suo primo romanzo dal titolo “Il figlio di Arianna” edito da Montedit. Ha un proprio sito Internet: www.nunziofiore.com .

 

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