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Stephen King - "The green Mile"
Frank Darabont - "The green Mile"
"Non sei fregato veramente
finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla"
(A. Baricco)
Come gia' era accaduto con il primo articolo di questa rubrica, ci ritroviamo nuovamente davanti alla coppia King/Darabont e il libro/film di cui andremo a parlare presenta le medesime caratteristiche del precedente. L'altra volta abbiamo parlato de "Le ali della
libertà", questa volta abbiamo "Il miglio verde".
King incarna perfettamente la figura stereotipata di re del brivido che gli e' stata cucita addosso, ma riesce a sorprendere la sua maestria nel raccontare storie che si discostano notevolmente dal romanzo di genere. Oltre a questa
ecletticità narrativa, poi, riesce, sfruttando la potenza del proprio nome, a sondare "nuovi" generi di pubblicazioni, creando validi presupposti per una nuova diffusione letteraria. Recentemente si e' addentrato con successo nel faticoso mondo della distribuzione attraverso l'e-book. Per quanto concerne "Il miglio verde", ha riesumato il romanzo d'appendice e la sua pubblicazione a puntate. Il successo e' stato il medesimo, ma i
più accaniti lettori di King hanno sofferto l'impossibilita' di leggere d'un fiato le migliaia di pagine con cui lo scrittore e' solito farcire le proprie storie.
La coppia scrittore/regista era già stata valutata come azzeccata per quanto concerneva "Le ali della
libertà" e la stessa sensazione di adeguatezza viene trasmessa dalla pellicola. Le immagini di partenza sono nettamente diverse. Si dice che prima di dare alla luce "Il miglio verde", King avesse in mente una sola immagine: un gigante nero seduto in una cella. Questo e nient'altro e' stato quindi alla base di una storia su
più livelli che va a scavare nella psiche di prigionieri. di guardie carcerarie, che parla di un'amicizia impossibile, di scelte faticose, di morte e tanto altro ancora.
La storia: Paul Edgecomb è una guardia carceraria nella Louisiana degli anni '30, più precisamente nel braccio E, quello della sedia elettrica. Il suo compito è quello di controllare la vita dei detenuti e di accompagnarli in quello che è il loro ultimo viaggio verso Old Sparky, la pena per cui sono stati condannati, attraverso un corridoio di linoleum verde, chiamato appunto "miglio verde". A cambiare drasticamente la vita del capo Edgecomb e dei suoi colleghi sarà l'arrivo di John Coffey, un gigantesco uomo di colore, accusato dell'omicidio di due bambine. Durante la sua permanenza nel braccio, John darà mostra di quello che è il suo meraviglioso potere: asportare le sofferenze a chi lo circonda e prendersene carico. Ed era quello che in effetti stava facendo quando è stato ritrovato con i corpicini inerti delle due sorelline fra le braccia: cercava in qualche modo di riportarle alla vita usando il suo potere, ma purtroppo era già troppo tardi. L'essere umano, per sua natura, ha sempre bisogno di trovare una causa scatenante, qualcuno da ringraziare o da incolpare per ciò che accade. Ed è per questo che Coffey si ritrova a subire la pena per un reato che non ha commesso: la sua pelle in un'america ancora razzista, le apparenze della situazione, il suo essere assolutamente privo di passato lo condurranno attraverso il suo ultimo miglio verso la morte.
Per poter affrontare le vaste tematiche del libro e rendere al meglio la
corposità dei personaggi la pellicola finisce per durare ben tre ore, ma, nonostante qualche taglio sarebbe stato efficace, il film non risulta pesante. Alcuni tratti sono assolutamente privi di significato e frutto di banali espedienti da sceneggiatore alle prime armi. E' un peccato ad esempio essere caduti nell'immagine di John Coffey in lacrime davanti ad uno schermo cinematografico, rapito dai passi di danza sulle note di "Cheek to Cheek". Il regista necessitava di un raccordo per iniziare e concludere la narrazione, e di
un espediente perché la storia fosse raccontata in prima persona (è infatti guardando la stessa scena che un Edgecomb di molto invecchiato si commuove e decide di raccontare la storia ad un'amica). Il monologo finale del film risulta schiavo di questa stessa sensazione, come se il film non volesse accettare il fatto che stia per finire e rimandasse continuamente i titoli di coda con immagini che ci aspettiamo e che sarebbero state
più efficaci se avessero subito l'editing cui spesso vengono sottoposti molti testi. Per quanto riguarda lo svolgimento del film, invece, il giudizio è più positivo. La scelta del cast è perfettamente combaciante con le descrizioni dei personaggi di King, (cosa che non era accaduta con "le ali della
libertà") così come le loro psicologie e le ambientazioni sono state rispettate. Anche la decisione dello scrittore di disseminare citazioni e spunti di riflessione è stata accolta e rappresentata egregiamente: sia dal film sia dal libro si possono ricavare interessanti dibattiti su svariati argomenti, dalla pena di morte alla religione (infiniti sono i richiami in questo senso, infatti, e per la maggior parte si nascondono dietro alla figura chiave di Coffey), dalla vita nei carceri all'apartheid, dalla filosofia alla violenza delle apparenze. E' su questi ultimi due punti che, a mio avviso, ci si dovrebbe soffermare più di tutto. Lo scopo finale dell'opera non è comunicare il proprio punto di vista in merito alla situazione, ma semplicemente esporla per quello che è. Raccontare una grande storia, scavare insieme agli autori (regista e scrittore) fino a scoprire che non sempre l'apparenza è madre di una giusta spiegazione. Scoprire di essere stati imprigionati anche noi e di aver interpretato perfettamente il nostro ruolo, di non essere stati altro che qualcuno utile ad ascoltare questa buona storia.
"Questa è la cosa peggiore secondo me. Quando il segreto rimane chiuso dentro non per mancanza di uno che lo racconti, ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare."
(S. King)
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