"Philip Kindred Dick / Scott Frank, Jon Cohen" di Nunzio Fiore

Philip K. Dick - "Miinority Report"
Scott Frank, Jon Cohen - "Minority Report"


“Due sono state le domande fondamentali che hanno guidato la scrittura dei miei romanzi: uno, che cos’è realtà? due, che cos’è umano?”
Philip Kindred Dick

Anche nel racconto "Minority Report", Dick, ripropone, seppur modificandole, queste tematiche. Le domande in cui si imbatte sono: quale futuro e' reale? esistono implicazioni meccaniche e ineludibili nel libero arbitrio? Basta questo a distinguere l'uomo dal replicante perfetto?
E' da questi semi che ha avuto genesi, negli anni cinquanta, il racconto "Minority Report", che successivamente, nei primi anni del duemila, ha ispirato l'omonimo film di Spielberg.

Quando, agli inizi degli anni ottanta, chiesero a Dick di esprimere un'opinione sul film "Blade Runner", di Ridley Scott, tratto dal suo romanzo "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?", lo scrittore rispose: "Ciò che posso dire è che il film e il libro si rinforzano a vicenda. Ossia, se vedi prima il film e poi leggi il libro, ne ricaverai un materiale più ampio di quello che avevi guardando il film. Se invece inizi con il libro, puoi andare al cinema e ricavarne ancora. Quindi non si ostacolano a vicenda. Il libro e il film non lottano fra loro. Si rinforzano a vicenda pur essendo diversi.".
Dick morì senza poter assistere all'uscita del film nelle sale, ma ne fu ragionevolmente entusiasta perché, nonostante la sceneggiatura avesse tagliato e modificato alcuni particolari della storia, l'idea di fondo di Scott andava a combaciare con l'universo visionario e cupo della sua vasta produzione letteraria. Se l'intervista si fosse potuta ripetere in occasione del film "Minority Report", le cose sarebbero andate molto diversamente.

I tre finali probabili di "Blade Runner", l'accuratezza con cui ogni particolare fantascientifico riportava chiari segni di "vissuto", la realta' di una societa' buia di giorno e di notte, in cui un'enorme torre della polizia sovrasta la citta' e le vite dei personaggi, hanno regalato a Dick la sensazione di poter realmente assistere su schermo a cio' che finora aveva potuto vedere solo con gli occhi della fantasia e le parole delle proprie pagine. L'universo pulito di "Minority Report", l'atteggiamento "politically correct" dilagante, una fotografia in cui il giorno e' splendente e perfetto, la notte e' buia e minacciosa, creata ad hoc per i pochi di buono e i disperati, avrebbero contrastato decisamente con i mondi ricreati dallo scrittore. Spielberg, nella sua estrema maestria e professionalita', non riesce a fare a meno della morale, della assoluta correttezza dei protagonisti delle sue pellicole e, purtroppo, e' chiaro anche allo spettatore piu' distratto che la storia risente dell'industria cinematografica in cui e' stata costretta.

Del racconto, il film conserva il titolo, i nomi di alcuni personaggi e l'idea scatenante, ovvero: cosa potrebbe succedere in un mondo in cui gli assassini possono essere preventivamente arrestati prima che possano commettere il proprio delitto? Per il resto non riesce ad approfondire minimamente l'argomento, ma si limita a condirlo con una salsa fiction tutta americana fatta di una coppia in rottura per via della perdita di un figlio, di trite scene in cui un genitore guarda le immagini dei filmini di famiglia al tempo in cui "tutto era perfetto", dell'incorruttibilita' morale di un giovane ispettore (Tom Cruise), che non portera' a termine il crimine di cui e' pre-accusato, del consueto superiore, figura di riferimento del protagonista, che si rivelera' essere un assassino traditore. La grandezza di Spielberg scivola su questi presupposti qualunquisti con cui da' scarsa prova di fiducia negli spettatori. Si nasconde dietro a falsi specchi per sfuggire alla censura e non affronta un tema che, in un periodo storico in cui la parola "guerra preventiva" entra nei sussidiari, sarebbe stato decisamente di piu' alto valore e impatto.

Durante gli anni cinquanta, Dick pubblica il racconto in questione per la prima volta, e affronta, nella brevita' concessagli dal genere, l'argomento con una capacita' di distacco degna di nota. I suoi personaggi, le sue ossessioni, le sue paure e i temi portanti della sua narrativa trovano sfogo nelle righe di "Minority Report" senza avanzare pretese filosofiche o proporre metri di giudizio su quanto potrebbe esserci di corrotto in una societa' che previene un atto violento accusando chi, al momento, e' ancora innocente. E' mia umile opinione e speranza che il film di Spielberg avesse quanto meno lo scopo di demandare la riflessione allo spettatore, ma credo che sia un eccesso di fiducia da parte mia.

La trama comune ai due modi di raccontare la storia: in una città americana del futuro la tecnologia è arrivata ad un punto tale per cui i crimini possono essere previsti e impediti. Un poliziotto, John Anderton, a capo della divisione pre-crimini, si trova ad essere ricercato per un omicidio che non ha ancora commesso.

Di come la sceneggiatura di Scott Frank e Jon Cohen abbia sviluppato l'argomento, abbiamo pressappoco gia' parlato. Nel racconto di Dick ritroviamo un anziano ispettore John Anderton alle prese con una moglie di cui non si fida completamente, un giovane assistente che vuole/dovra' prendere il suo posto, organismi militari, statali e segreti, che si controllano vicendevolmente per mantenere uno stato di calma apparente. A tutto questo si va a unire il lucido quadro di cosa esattamente sia il "rapporto di minoranza" che nel film di Spielberg non assume l'importanza dovuta. A emettere i verdetti di colpevolezza di un futuro assassino, concorrono tre figure umane, chiamati precog, che prevedono (in maniera visivamente eccellente nel film e piu' rudimentale nel libro) il futuro omicidio, rilasciando immagini (nel film) e schede perforate (nel libro), che attestano la propria predizione. Se il verdetto fosse emanato da un solo computer-umano potrebbe risentire di un errore, due non ci darebbero la sicurezza sulla veridicità di uno o dell'altro, tre creerebbero una situazione di maggioranza che legittima la fiducia riposta nella predizione. Per tanto la presenza di una maggioranza, determina l'esistenza di un altro rapporto, quello di minoranza. E fino a questo punto arriva anche la pellicola del regista di E.T.. Il racconto riesce ad andare un attimo oltre e ci presenta la possibilità che tutti e tre i precog abbiano emesso un verdetto di minoranza e che al contempo abbiano tutti e tre detto la verità. In maniera geniale, Dick, illustra i tre verdetti ciclici e la loro semplice struttura concatenata, a partire l'uno dalla determinazione dell'altro.

I personaggi di Dick sono uomini che potremmo incontrare ogni giorno lungo il nostro cammino. Sono persona vecchie, stanche, sono uomini stempiati e grassi, sono donne fedifraghe e giovani arrivisti, ognuno con le proprie ragioni e le proprie giustificazioni. E' interessante leggere il seguente brano:
"Affrontando di petto Anderton, (Witwer) disse: -Adesso la semttera' di dire che si tratta di una mia cospirazione.-
-Si', ho capito che nono e' lei.
-Non pensa piu' che io stia..- fece un'espressione disgiustata -complottando per prendere il suo posto.
-Ma certo che lo sta facendo. Siamo tutti colpevoli di questo genere di cose. Io, per esempio, sto complottando per mantenerlo, il mio posto..."

Il lato umano dei personaggi di Dick, e' proprio in questa ammissione di colpa. Nella sincera constatazione di essere uomini e di discostarci, a volte, da una morale utopistica che non ci porta a nulla.

In conclusione, Minority Report (il film) è la riduzione piccolo-borghese di temi apocalittici. Libro e film sono "letteralmente" due facce di una stessa medaglia: da un lato, uno scrittore visionario, cinico e inquietante; dall'altro, un regista altrettanto visionario, ma la cui cinepresa e' politicamente corretta da gelatine di perbenismo e cliché cari a un pubblico di divoratori di pop-corn.


 

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