"Ray Bradbury/François Truffaut" di Nunzio Fiore

Ray Bradbury - “Gli anni della Fenice
Jean Louis Richard, François Truffaut - “Fahrenheit 451

Le parole che state osservando, la possibilità di fermarvi a ragionare, di leggere, di pensare, ciò che state facendo in questo preciso istante e voi stessi sareste considerati sovversivi nella società di Guy Montag, ex-pompiere, conosciuto ormai come: “I racconti del mistero e dell'immaginazione” di E.A.Poe. Perchè Guy Montag è un uomo-libro, un uomo considerato morto dalla propria società, ma vivo ai margini di un mondo che tenta di ricomporsi senza dimenticare la propria evoluzione. Ma proviamo a raccontare la storia in un’altra maniera.

Nel 1951, sulla rivista Galaxy, esce il romanzo a puntate: “Gli anni della Fenice”, del trentenne Ray Bradbury. Due anni dopo, quelle pagine divengono romanzo, e nel 1966, vengono adattate per il grande schermo attraverso la sceneggiatura scritta da Jean Louis Richard e da un talentuoso giovane regista che aveva già lasciato salde orme nella crescita stessa del cinema nonostante i suoi 34 anni: François Truffaut.
La trama in breve: in un futuro e in un luogo non chiaramente precisati è severamente proibita la lettura: possedere libri è considerato un crimine verso lo Stato. I pompieri non spengono gli incendi, come in un passato perduto di cui nessuno sembra possedere memoria, bensì danno fuoco ai testi ritrovati nelle abitazioni dei sovversivi. Guy Montag, è uno zelante pompiere che, come chiunque in una società del genere, non si pone domande, né cerca di formulare pensieri propri, e sembra subire l’atmosfera orwelliana che lo circonda. E’ sposato con una donna che conosce a malapena, che pare essergli accanto perché è giusto che sia così: per essere “felici”, ma la famiglia è abolita e sostituita dalla Grande Famiglia della televisione, le emozioni sono controllate da pillole. L’incontro con una ragazza esuberante, lettrice, curiosa, colorata e chiaramente differente dalle persone con cui Montag trascorre il proprio tempo, seminerà in lui dei dubbi che lo porteranno a cercare una via d’uscita da un mondo felice ad ogni costo, anche a quello di spegnere le intelligenze.
Se non fosse per la non troppo sottile metafora dei libri/cultura al bando e in fiamme, verrebbe difficile distinguere la realtà del protagonista da quella in cui viviamo attualmente. Eloquente più di qualsiasi mio sproloquio in tema è il passo in cui Beatty, il capo dei pompieri, riceve Montag nel proprio ufficio e tenta di redimerlo da questa sua insana nuova mania di chiedersi se ciò che fa è giusto.
“Se non vuoi un uomo infelice per motivi politici,”- spiega Beatty - “non presentargli mai i due aspetti di un problema, o lo tormenterai; dagliene uno solo; meglio ancora, non proporgliene nessuno. Fa’ che dimentichi che esiste una cosa come la guerra.
Se il Governo è inefficiente, appesantito dalla burocrazia e in preda al delirio fiscale, meglio tutto questo che non il fatto che il popolo abbia a lamentarsi. Pace, Montag. Offri al popolo gare che si possano vincere ricordando le parole di canzoni molto popolari, o il nome dei vari Stati dell’Unione o la quantità di grano che lo Iowa ha prodotto l’anno passato. Riempi loro i crani di dati non combustibili, imbottiscili di fatti al punto che non si possano più muovere tanto sono pieni, ma sicuri d’essere veramente bene informati. Dopo di che avranno la certezza di pensare, la sensazione del movimento, quando in realtà sono fermi come un macigno. E saranno felici, perchè fatti di questo genere sono sempre gli stessi. Non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia affinchè possano pescare con questi ami fatti ch’è meglio restino dove si trovano. Con ami simili, pescheranno la malinconia e la tristezza. Chiunque possa far scomparire una parete TV e farla riapparire a volontà, e la maggioranza dei cittadini oggi può farlo, sarà sempre più felice di chiunque cerchi il regolo-calcolatore per misurare e chiudere in equazioni l’Universo.”


Il film non si discosta quasi per nulla dal romanzo. L’amore di Truffaut per i libri, già espresso in altre pellicole (si pensi a I 400 colpi), è la principale motivazione della sceneggiatura. Così forte nella sua semplicità ideologica e nell’asetticità degli ambienti, da fargli azzardare un passo nei confronti di un genere completamente differente dalla sua normale produzione. Ed è proprio questa passione per la pagina scritta che lo spinge a diventare tra i principali teorici della trasposizione cinematografica di soggetti letterari.
Così come Bradbury non presenta particolari tecnologici o clichè fantascientifici, anche Truffaut elimina ogni particolare che parli degli oggetti nel futuro, per poter catalizzare l’attenzione sull’uomo nel futuro. Ogni oggetto viene tolto dalla fotografia, per rappresentare un'immagine di un futuro pulito e sterilizzato. L’unico particolare tecnologico che assume una certa rilevanza nel romanzo è rappresentato dal “segugio” meccanico che rincorre i sovversivi e che darà da penare a Montag. Nel film è completamente assente, e questa è forse l’unica differenza che si può riscontrare tra i due modi di raccontare la storia. La presenza di un aggeggio meccanico per rilevare la presenza di un fuggitivo, le telecamere addosso al fuggiasco, sono elementi che avrebbero distratto lo spettatore dalla verosimiglianza di un futuro tragicamente presente. E’ da segnalare invece la voce fuori campo che sostituisce i titoli nel film, dato che è vietata la scrittura nel mondo di Bradbury e Truffaut.

In anni di reality show, pubblicità, lotta dei media per fornire un’informazione disinformante e di parte, la storia di Montag è quanto mai attuale. Una volta presa coscienza di sè, per riuscire a scappare dalla clausura della società della “felicità”, dovrà arrivarne ai margini dove scoprirà una labile e vaga possibilità di riscatto. Pochi uomini sovversivi che ricordano a memoria interi libri, ognuno il proprio, ognuno la possibilità di tramandare ancora le parole di scrittori, filosofi e scienziati del passato. Per non dimenticare l’evoluzione, la storia e l’intelligenza collettiva che han portato al tracollo del pensiero individuale, per poterle comprendere, per ottenere un’altra possibilità di crescita, di sviluppo, di esistenza. E’ così che il film e il libro si concludono con queste parole, così come avrebbero potuto iniziare:
“Ho da raccontare una storia la cui essenza è piena d'orrore...”: è un passo dei racconti di Poe, che Montag recita nelle ultime immagini, per impararlo a memoria.

Nunzio Fiore

 

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