|
David Benioff - “La 25a ora”
Montgomery Brogan è un giovane spacciatore di New York condannato a sette anni
di carcere. Ventiquattro ore, ancora solo ventiquattro ore alla fine della
propria libertà, al termine del suo modo di vivere spensierato e privo di
scrupoli. Bei vestiti, bella macchina, bella donna, soldi come se piovessero e
potere, soprattutto Potere. Il Potere di muoversi come e dove si desidera a
testa alta, il rispetto di chiunque ascolti pronunciare il proprio nome. Poi una
telefonata, il tradimento di una persona vicina, ed ecco che il bel Monty si
ritrova sulla strada per il carcere di Otisville. Il suo potere non vale più
nulla ora, è stato ridimensionato dalla realtà. Ora è consapevole di aver
gettato al vento la propria vita e di non essersi accorto della melma in cui si
invischiava. Non c'è che dire, già di per sè abbiamo di fronte a noi una
grande e ricca storia. Aggiungiamo il talento di Spike Lee e proviamo a pensare
che da pochissimo tempo a questa parte New York è Monty Brogan. New York, e con
lei chiunque dopo l'11 settembre 2001, è il giovane che ha improvvisamente
aperto gli occhi su un futuro inaspettato e senza libertà a cui non era
preparata.
A soli trent'anni David Benioff firma il romanzo e la sceneggiatura che han
portato Spike Lee alla pellicola più matura e sofferta della sua produzione
artistica. Con il precedente "Summer of Sam" Lee aveva già dimostrato
una notevole crescita, superando l'esperienza di militante che nonostante gli
ottimi risultati rischiava di svilire le proprie capacità in un cliché
monotematico senza via d'uscita.
In questa storia i protagonisti sono due: Monty (Edward Norton) e la sua città.
Così come intorno al ragazzo gira una variegata schiera di personaggi comuni e
schiacciati dalla vita della metropoli, anche New York non fa che mostrare la
moltitudine di etnie che la popolano, con dissapori e abitudini, con dolore e
rabbia.
Eccetto l'ambientazione, la celebrazione di Ground Zero e la nuova
consapevolezza americana, il film rispecchia quasi completamente il romanzo
edito prima della caduta delle Twin Towers.
Un'abile capacità narrativa cattura il lettore riga dopo riga all'interno di
una storia senza una vera e propria trama. Le azioni sono molto poche, mentre i
ricordi sono molti e vivono freschi nella memoria del giovane Brogan e di tutti
coloro che lo accompagneranno durante la sua ultima notte di libertà. Fin dalle
prime pagine veniamo colpiti dalla lucida paura del protagonista e dei
personaggi minori della storia. La normale-tranquilla-vuota-insulsa vita di
Jakob Elinsky (Philip Seymour Hoffman) un ragazzo timido e goffo che soffre
della propria esistenza senza prospettive, invidia Monty per anni e non sa come
comportarsi davanti all'amico in partenza per il carcere. Oppure la rabbia
repressa di Frank Slattery (Barry Pepper), un rampante consigliere finanziario
che riesce ad aver tutto dalla vita fuorché la soddisfazione di dimostrare la
propria personalità nelle situazioni difficili e violente.
La versione cinematografica differisce dal libro per la mancanza di alcune scene
girate ma eliminate in fase di montaggio. Poco prima dell'entrata nel bar del
padre, Monty recita il monologo del Potere che spiega completamente e cerca di
giustificare le azioni che lo hanno condotto al punto in cui si trova, ma questa
scena purtroppo non è presente nel film, così come non lo sono altre parti in
cui il boss Uncle Blue anticipa alcuni avvenimenti della serata di commiato di
Monty. Grazie all'eliminazione di queste scene si ottiene un risultato di
mobilità degli eventi altrimenti assente nella storia.
Nel libro e nel romanzo, Montgomery voleva fare il pompiere da adulto, questo fa
sì che Spike Lee utilizzi questo particolare come ponte di passaggio tra le
vicende del protagonista e la tragedia delle Torri Gemelle. Per questo motivo
l'altro potente e discusso monologo del film viene esteso a concetti assenti nel
libro. Si tratta del monologo del vaffanculo pronunciato da Monty davanti
a uno specchio. E' la città che grida la propria rabbia rigettando tutto fino
ad odiare se stessa, è Monty che impreca contro ogni persona che gli ruba la
libertà, è Monty che sgrida Montgomery Brogan per essersi fottuto da solo, è
New York che domanda, su immagini raffiguranti Bin Laden, il motivo di ciò che
è accaduto.
Nel romanzo, Monty sa già chi lo ha tradito e lo si può intuire già a metà
libro, mentre nel film lo scopre solo davanti all'evidenza. Un'ultima grande
differenza, oltre all'assenza di alcuni personaggi affascinanti letterariamente
ma poco stimolanti sul grande schermo, è data dal finale. Nel libro Monty si
perde nelle fantasie di una sua probabile fuga da solo, nel film, invece, il
sogno di Monty dura un tratto di autostrada e poi fugge via. La fantasia sulla
fuga e la redenzione è simile, eccetto la presenza di Naturelle, la sua
compagna, ma l'auto con cui il padre lo sta accompagnando verso la galera supera
il ponte di George Washington, e questo significa che si sta addentrando a
Otisville senza possibilità di scampo.
Una delle caratteristiche più evidenti e coinvolgenti del romanzo è data dalla
quotidianità delle piccole cose. Mangiare un mandarino con la propria donna,
scacciare una mosca fastidiosa durante una chiacchierata, dormire, muoversi,
gesticolare, tutto descritto fin nella più sconcertante banalità del reale.
Questo contribuisce ad enfatizzare ancor di più l'angoscia di Monty ad
abbandonare la propria condizione di uomo libero per un mondo in cui quegli
stessi gesti non saranno più così scontati.
Allo stesso modo anche il film non nasconde per niente la propria anima
documentaristica sulla New York dei giorni nostri, e così si apre con
un'immagine confusa, sui titoli di testa. Una luce indefinita ferisce lo sguardo
dello spettatore, poi la camera ruota e comprendiamo che quelli che vediamo sono
gli enormi riflettori delle Tower Light Memorials, una serie di stacchi e
vediamo le luci da più angoli della città, fino al momento in cui, a
mezzanotte, si spengono, abbandonando Gound Zero in balia del buio.
Le musiche di Terence Blanchard donano al film una carica emotiva non
indifferente. Il regista e il musicista collaborano insieme fin dai tempi di
Jungle Fever e il loro sodalizio, la potenza delle immagini reali, squadre di
operai che ancora cercano resti dei superstiti tra le rovine delle torri, un
bravo scrittore e sceneggiatore alla base della storia, la possibilità di
riscatto di Slattery e della sua rabbia, il tradimento, la malavita e la facilità
con cui tutto può essere messo in discussione, che si parli di un uomo o di una
nazione, tutto quanto contribuisce alla realizzazione di un romanzo e di un film
che ormai sono già culto.
Nunzio Fiore
Nota biografica a cura della redazione:
Nunzio Fiore è nato nel 1977 a Milano, qui vive e lavora nel ramo informatico. Appassionato di letteratura, da Borges a Murakami Haruki, da Llosa, o Saramago alla letteratura classica, accosta la passione per le pagine scritte alle sceneggiature cinematografiche e, di conseguenza, al cinema. Dopo la pubblicazione di qualche racconto in alcune riviste e sul web, nel maggio 2003 ha pubblicato il suo primo romanzo dal titolo “Il figlio di Arianna” edito da Montedit. Ha un proprio sito Internet: www.nunziofiore.com .
|