" Niccolò Ammaniti" di Nunzio Fiore

Niccolo Ammaniti - “Io non ho paura”
Niccolò Ammaniti, Francesca Marciano - “Io non ho paura”

Se si affronta l'annosa questione sulla validità dei film tratti da romanzi, è inevitabile imbattersi nella storia dell'asino a Hollywood. Si racconta che quest'asino, entrato in un magazzino di Hollywood, trovò una pizza del film Uomini e topi e cominciò a mangiarla. Un cavallo, nel vederlo, gli chiese:
-E' buona?
-Si-, rispose l'asino, -ma il libro era meglio.

Senza entrare nel merito di tale questione, è possibile affermare che "Io non ho paura" non corre il rischio di deludere i cavalli di Niccolò Ammanitti.
La regia di Gabriele Salvatores riesce a tradurre la linearità del libro con immagini semplici, ampie e solari. Il forte giallo dei vasti campi di grano e il blu di un cielo che non presenta mai una nuvola, ci trasportano facilmente nella terra afosa della storia. Il contrasto tra il mondo buio e lontano del buco in cui vive il piccolo prigioniero e l'accecante luce degli esterni è reso magistralmente dal regista, tanto da tramutare il viso del protagonista che fa capolino dalla cima del buco in una vera e propria icona per il film. Il caldo torrido dell'estate del 1978 ci arriva attraverso i giochi annoiati dei pochi bambini di Acqua Traverse, un minuscolo paese del Sud Italia.
Lo stesso Ammaniti (insieme a Francesca Marciano) cura la sceneggiatura, e questo fa sì che il film rimanga maggiormente impregnato delle sensazioni che l'autore voleva trasmettere con il romanzo.
L'intero cast del film riesce a rendere perfettamente i caratteri principali della storia, è lodevole l'interpretazione di Abbatantuono lontano dai consueti ruoli tanto nell'aspetto quanto nel carattere.
Salvo qualche piccola eccezione, la storia non subisce stravolgimenti dovuti a una facile retorica o a scontati moralismi.

La storia: Michele Amitrano, nove anni, scopre per caso l'esistenza di un buco in cui è stato segregato un bambino sequestrato, Filippo Carducci. Tiene per sè il segreto del ritrovamento e instaura un rapporto fantastico con il piccolo prigioniero. Quest'ultimo diviene malleabile e cambia forma sotto la pressione della fantasia di Michele. E così diventa un tesoro, poi un morto, poi un resuscitato (come Lazzaro), poi addirittura un fratello perduto e rinnegato dalla famiglia. Fino alla lucida consapevolezza che quasi l'intera cittadina di Acqua Traverse, compresi i genitori di Michele, sono coinvolti nel rapimento. L'incontro tra i due bambini così vicini e uguali nonostante la loro diversità, lo scontro con la violenza del mondo dei grandi, un mondo che campa di espedienti, segneranno profondamente il passaggio del protagonista all'età adulta.

Il film sembra essere l'ideale montaggio della storia. Per certi versi, le esigenze cinematografiche arricchiscono la trama di una maggiore veridicità, eliminando alcuni passi del romanzo poco utili ai fini del racconto. Alcune piccole trovate letterarie (quali la bicicletta nuova di Michele) vengono purtroppo a mancare, ma la pellicola sembra raggiungere il giusto compromesso nella trasposizione.
Tra le differenze principali del film, abbiamo il personaggio di Sergio (Diego Abbatantuono). Nel libro è romano ed umanizzato dalle storie famigliari che racconta a Michele prima di addormentarsi. Sullo schermo lo vedremo diventare milanese e, fatta eccezione per le foto della moglie brasiliana, non sembrerà  in alcun modo voler assumere tratti umani. Questo è dovuto alla necessità di dover mantenere tra i cattivi il personaggio in modo che possa incarnare il finale leggermente diverso dal libro. Se nel film Sergio avesse raccontato la brutta fine di suo figlio Francesco, difficilmente avrebbe potuto dimostrarsi così spietato da voler uccidere il bambino sequestrato nonostante la vicina resa dei conti.
L'espediente fantastico di Michele che racchiude dentro la propria pancia i mostri cattivi come rituale per potersi addormentare, e le riflessioni bambinesche sulla prigionia di Filippo, nel fim vengono trasformati nelle filastrocche e nei monologhi sotto le lenzuola del piccolo protagonista intento a scrivere le possibili ragioni della prigionia del bambino.
Nel film sono completamente assenti alcuni particolari quali l'attaccamento alla bicicletta rotta, la "Scassona", a cui Michele è così affezionato da recuperarla per la missione finale, lasciando da parte Red Dragon , la bicicletta nuova regalatagli dai genitori. Oppure il tentativo di fidanzamento di Barbara con Michele, o l'attaccamento dei bambini a un cane randagio comune, o la scena dell'auto che schiaccia Felice. Quest'ultima è stata logicamente eliminata nella sceneggiatura in quanto ribadiva inutilmente degli elementi già noti allo spettatore-lettore.
Le squadre di Subbuteo di Salvatore (un amico di Michele) diventano, nel film, delle macchinine, evitando il concetto di ricchezza della casa del bambino, con conseguenti estensioni moraliste.
La riconciliazione tra Salvatore e Michele, nel libro, è molto più verosimile e adolescenziale rispetto a quella nel film. Nel romanzo, infatti, i due bambini stanno giocando a nascondino e mettono da parte i propri problemi per poter vincere al gioco. Nel film, Michele urla con voce adulta contro Salvatore che gli vuole svelare dove i grandi hanno nascosto Filippo solo a patto che facciano pace.
Un chiaro esempio di come l'immagine traduca perfettamente i pensieri e le riflessioni del romanzo, è dato dai maiali di Melichetti. A questi, nel romanzo, viene dedicato un intero brano, Melichetti è un buon uomo, ma le voci sui suoi maiali, enormi e cattivi, ne alterano l'aspetto agli occhi dei bambini. Nel film, Melichetti è un uomo duro che urla contro i bambini, minacciandoli di darli in pasto ai propri maiali. Gli animali compaiono solo in una scena all'inizio, ma le loro dimensioni, i loro rumori, e l'indugiare della macchina da presa per qualche istante su di loro, ci conduce a riflettere sulla loro bestialità portandoci inconsciamente a ricalcare le riflessioni di Michele nel libro.
Molto incisiva la scena, presente solo nel film, in cui Michele va a comprare qualcosa da mangiare per Filippo con 500 lire. Il piccolo Michele rovista tra gli scaffali di snack e cerca di trovare qualcosa per saziare l'amico. Con poche parole, sguardi e gesti, ci arriva tutta l'innocenza che caratterizza il protagonista.
Come ho anticipato precedentemente, la differenza che balza all'occhio del lettore e che potrebbe indurlo a riflettere sulla validità del film rispetto al libro, risiede nel finale. Nel romanzo, dopo lo sparo e il bianco, Michele, che già si era storto una caviglia, apre gli occhi e vede l'immagine confusa del padre che cerca di salvarlo. Nel film Michele non si ferisce, subisce lo sparo, ma a questo punto viene aggiunta una scena. Filippo torna sui suoi passi e esclama una frase strappalacrime sul fatto che lui doveva essere la vittima del colpo di pistola. Sergio cerca di raggiungerlo, ma viene bloccato dagli elicotteri dei carabinieri che atterrano sul posto. Filippo si avvicinerà a Michele, che aprirà gli occhi tendendogli la mano.

Se l'asino di cui parlavamo all'inizio stesse mangiando la "pizza" di "Io non ho paura", alla domanda del cavallo risponderebbe:
-E' differente, ma ha lo stesso sapore del libro.

Nunzio Fiore


Nota biografica a cura della redazione:

Nunzio Fiore è nato nel 1977 a Milano, qui vive e lavora nel ramo informatico. Appassionato di letteratura, da Borges a Murakami Haruki, da Llosa, o Saramago alla letteratura classica, accosta la passione per le pagine scritte alle sceneggiature cinematografiche e, di conseguenza, al cinema. Dopo la pubblicazione di qualche racconto in alcune riviste e sul web, nel maggio 2003 ha pubblicato il suo primo romanzo dal titolo “Il figlio di Arianna” edito da Montedit. Ha un proprio sito Internet: www.nunziofiore.com .

 

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