"Lezioni napoleoniche" di Ernesto Ferrero, Mondadori, 2002.

 

Il governo dei collaboratori. La meritocrazia è uno dei pilastri della managerialità napoleonica. Premiare il merito è una delle ossessioni di Napoleone che mette a punto un sistema rapido ed efficiente di riconoscimenti per chi abbia dato particolari prove di ardimento, efficienza, lealtà, capacità di sacrificio. Scrive Las Cases: "Gli stessi titoli, le stesse decorazioni toccavano ad ecclesiastici, militari, artisti, scienziati, letterati… Bisogna ammettere che da nessuna parte, presso nessun popolo, in nessuna epoca, il merito fu più onorato, né il talento magnificamente ricompensato". Napoleone aveva già provveduto a spiegare che "nessuno ha interesse a rovesciare un governo in cui tutto quel che ha merito trova il suo posto". Ma inversamente occorre una giustizia giusta e rapida: "Punire severamente per non punire tutti i momenti". Proprio perché la carriera deve essere aperta ai talenti, dopo ogni battaglia distribuisce donativi, decorazioni, ricompense, cariche pubbliche, nomine, concessioni. Parsimonioso del suo, è generoso con gli altri. Dopo Austerlitz, due milioni di franchi oro vengono distribuiti tra gli ufficiali di grado più elevato, alle vedove vengono assegnate pensioni generose, gli orfani sono formalmente adottati dall'imperatore ed hanno il permesso di aggiungere il suo al loro nome. Ai soldati: "Se tra i vostri figli ce n'è uno degno di voi, gli lascio i miei beni e lo nomino mio successore". Presto si diffonde la convinzione che Napoleone conosca personalmente tutti i suoi soldati. Il riconoscimento, le parole d'apprezzamento o d'incoraggiamento, le ricompense, i doni creano un legame profondo che resiste all'usura degli anni. Anche nel momento dell'improvvisa sconfitta del 1814, i vecchi "grognards" si disputano con accanimento i 400 posti della Guardia che accompagnerà all'Elba il sovrano. Il generale Cambronne, coperto di ferite, abbandona il letto e si affretta a raggiungere l'isola (i fedeli ad oltranza, occorre precisare, rappresentano in quell'occasione una minoranza esigua, ma comunque significativa).
L'arte di gestire le sconfitte. Minimizzare le perdite, ostentare sicurezza nonostante tutto, rilanciare annunciando progetti ambiziosi, rassicurare i propri uomini, intimorire i nemici, ribadire la propria fama d'invincibilità. A partire dalle fasi tormentate della campagna d'Egitto, Napoleone sa che dissimulare gli incidenti di percorso è più importante che magnificare le vittorie. All'indomani dalla ritirata di Russia, guarda già alle prossime battaglie: "Quello che è successo non è nulla. Una disgrazia, un effetto del clima. Il nemico non ha mai fatto nulla, l'ho battuto dappertutto. Volevano accerchiarmi alla Beresina, sono andato in tasca a quell'imbecille di ammiraglio. A Marengo ero battuto fino alle sei di sera, il giorno dopo ero padrone d'Italia.. Così in Russia". Allo stesso modo Napoleone gestisce con sagacia la sua prima uscita di scena, nella primavera del 1814. Accetta di abdicare per salvare Parigi dalle asprezze dell'assedio e tratta con gli alleati l'assegnazione di un regno, quello dell'Isola d'Elba e di una rendita annua (che non gli verrà comunque corrisposta). Scelta strategica: l'Elba dista poche miglia dal continente, è controllabile con poche forze (quindi con una spesa ridotta) dispone di una piazzaforte che ha già dimostrato di saper resistere ad assedi prolungati, è decentrata ma in grado di garantire contatti con il resto d'Europa: la Francia dista sei giorni di corriere.


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