Da "Dire quasi la stessa cosa" di Umberto Eco,  Ed. Bompiani, 2003


Che cosa vuole dire tradurre? La prima e consolante risposta vorrebbe essere: dire la stessa cosa in un'altra lingua. Se non fosse che, in primo luogo, noi abbiamo molti problemi a stabilire che cosa significhi "dire la stessa cosa", e non lo sappiamo bene per tutte quelle operazioni che chiamiamo parafrasi, definizione, spiegazione, riformulazione, per non parlare delle pretese sostituzioni sinonimiche. In secondo luogo perché, davanti a un testo da tradurre, non sappiamo quale sia la cosa. Infine, in certi casi, è persino dubbio che cosa voglia dire dire.
Non abbiamo bisogno di andare a cercare (per sottolineare la centralità del problema traduttivo in molte discussioni filosofiche) se ci sia una Cosa in Sé nell'Iliade o nel Canto di un pastore errante dell'Asia, quella che dovrebbe trasparire e sfolgorare al di là e al di sopra di ogni lingua che li traduca — o che al contrario non venga mai attinta per quanti sforzi un'altra lingua faccia. Basta volare più basso — e lo faremo molte volte nelle pagine che seguono. Supponiamo che in un romanzo inglese un personaggio dica it's raining cats and dogs. Sciocco sarebbe quel traduttore che, pensando di dire la stessa cosa, traducesse letteralmente piove cani e gatti. Si tradurrà piovea catinelle o piove come Dio la manda. Ma se il romanzo fosse di fantascienza, scritto da un adepto di scienze dette "fortiane", e raccontasse che davvero piovono cani e gatti? Si tradurrebbe letteralmente, d'accordo. Ma se il personaggio stesse andando dal dottor Freud per raccontargli che soffre di una curiosa ossessione verso cani e gatti, da cui si sente minacciato persino quando piove? Si tradurrebbe ancora letteralmente, ma si sarebbe perduta la sfumatura che quell'Uomo dei Gatti è ossessionato anche dalle frasi idiomatiche. E se in un romanzo italiano chi dice che stanno piovendo cani e gatti fosse uno studente della Berlitz, che non riesce a sottrarsi alla tentazione di ornare il suo discorso con anglicismi penosi? Traducendo letteralmente, l'ignaro lettore italiano non capirebbe che quello sta usando un anglicismo. E se poi quel romanzo italiano dovesse essere tradotto in inglese, come si renderebbe questo vezzo anglicizzante? Si dovrebbe cambiare nazionalità al personaggio e farlo diventare un inglese con vezzi italianizzanti, o un operaio londinese che ostenta senza successo un accento oxoniense? Sarebbe una licenza insopportabile. E se it's raining cats and dogs lo dicesse, in inglese, un personaggio di un romanzo francese? Come si tradurrebbe in inglese? Vedete come è difficile dire quale sia la cosa che un testo vuole trasmettere, e come trasmetterla.
Ecco il senso dei capitoli che seguono: cercare di capire come, pur sapendo che non si dice mai la stessa cosa, si possa dire quasi la stessa cosa. A questo punto ciò che fa problema non è più tanto l'idea della stessa cosa, né quella della stessa cosa, bensì l'idea di quel quasi. Quanto deve essere elastico quel quasi? Dipende dal punto di vista: la Terra è quasi come Marte, in quanto entrambi ruotano intorno al sole e hanno forma sferica, ma può essere quasi come un qualsiasi altro pianeta ruotante in un altro sistema solare, ed è quasi come il sole, poiché entrambi sono corpi celesti, è quasi come la sfera di cristallo di un indovino, o quasi come un pallone, o quasi come un'arancia. Stabilire la flessibilità, l'estensione del quasi dipende da alcuni criteri che vanno negoziati preliminarmente. Dire quasi la stessa cosa è un procedimento che si pone, come vedremo, all'insegna della negoziazione.

Ho iniziato a occuparmi teoricamente di problemi di traduzione forse per la prima volta nel 1983, nello spiegare come avevo tradotto gli Esercizi di stile di Queneau. Per il resto credo di avere dedicato al problema pochi accenni sino agli anni Novanta, durante i quali avevo elaborato una serie di interventi occasionali nel corso di qualche convegno, e in riferimento, come si vedrà, ad alcune mie esperienze personali di autore tradotto. Il problema della traduzione non poteva essere assente dal mio studio sulla Ricerca della lingua perfetta (1993b), e ad analisi minute di traduzioni sono tornato sia parlando di una traduzione di Joyce (Eco 1996) che a proposito della mia traduzione di Sylvie di Nerval (Eco i 999b) . Ma tra il 1997 e 1999 si sono svolti due seminari annuali per il Dottorato di ricerca in Semiotica dell'Università di Bologna dedicati al tema della traduzione intersemiotica, vale a dire di tutti quei casi in cui non si traduce da una lingua naturale a un'altra ma tra sistemi semiotici diversi tra loro, come quando per esempio si "traduce" un romanzo in un film, un poema epico in un'opera a fumetti o si trae un quadro dal tema di una poesia. Nel corso dei vari interventi mi sono trovato a dissentire con parte dei dottorandi e dei colleghi circa i rapporti tra "traduzione propriamente detta" e traduzione detta "intersemiotica". La materia del contendere dovrebbe apparire chiara dalle pagine di questo libro, così come dovrebbero apparire chiari gli stimoli e le sollecitazioni che ho ricevuto anche e specialmente da coloro con cui dissentivo. Le mie reazioni di allora, così come gli interventi degli altri partecipanti, appaiono in due numeri speciali della rivista VS 82 (1999), e VS 85-87 (2000).
Nell'autunno del 1998 ero stato frattanto invitato dalla Toronto University per una serie di Goggio Lectures, dove ho iniziato a rielaborare le mie idee in proposito. I risultati di quelle conferenze sono stati poi pubblicati nel volumetto Experiences in Transiation (Eco 2001).



©  Umberto Eco - 2003 


 

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