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Di
uno così sempre sporco d'inchiostro, così esausto, che alla fine non ne
poteva più d'inventarsi barbe nere e scimitarre, uragani e terrori, tigri,
agguati e pescecani che si schiantano in volo sulla tolda di navi corsare,
di uno che andava a sigarette e Marsala (era lui ogni volta a fumarsela
davvero l'ennesima sigaretta inventata di Yanez, cento al giorno),
incurvato come un ergastolano sulla sua palla di piombo, le carte, il
tavolino traballante, al primo piano di un condominio torinese, due stanze
che scoppiano di cose, animali, persone, il pennino tenuto come un pugnale
malese tra l'indice e il medio, stretto alle tempie dai debiti, dalla
follia della moglie e ora la sua, truccata da emicrania, follia che da un
pezzo aveva smesso di essere generosa e forse anche nobile. Di uno che
esce, quella mattina del 25 aprile 1911, in gilet, cravatta, bastone,
paglietta, più pallido del solito, squassato dai tic, squadrato dai figli
che lo vedono strano, più strano del solito, salire su un tram e sparire
per sempre, dopo essersi preso a rasoiate nel bosco prima all'addome e poi
al collo, come un barbaro che vuole cancellare in fretta l'incubo dalla
lavagna. Senza avere la tecnica di Sandokan né quella di Mishima, l'ultimo
samurai, ma la stessa determinazione, ha finito per sbudellarsi il
disgraziato, l'amatissimo Emilio, nella foga, prima di trovarla e
tranciarla la carotide, sfiorando come sempre, nella grandezza del gesto,
la comicità forse involontaria. Morte quasi immediata e suicidio per
niente rituale, per limiti tecnici e caratteriali. Di un uomo così, la
prima cosa da fare è restituirgli la dignità del nome, la corretta
pronuncia. E dunque, definitivo, capitano Emilio Salgàri e non Sàlgari,
accento sulla penultima, cognome fitonomo che deriva da una pianta, il
salgar, in dialetto una specie di salice veneto. A trovarlo prima del
tramonto è una lavandaia, anni 26, che ha il nome della madre, Luigia, ma
non la sua pietas. Scappa atterrita, senza tentare un soccorso. Era lì a
raccogliere legna nella Valle di San Martino dove alberi e cespugli si
aprono su di un crepaccio roccioso, quando vede steso al suolo, in una
postura inverosimile, quel cadavere di signore attempato, vestito di
grigio. "Il morto era sdraiato sul fianco sinistro, completamente vestito,
senza disordine nell'abbigliamento, a parte le ferite del collo e
dell'addome, il colletto lacerato e il gilet tutto sbottonato che lasciava
vedere il ventre dal quale uscivano gli intestini. Il cappello, il
bastone e la cravatta, a pochi passi, poggiati su un ciuffo d'erba. Nella
mano destra il morto stringeva un rasoio affilatissimo, nelle tasche aveva
56 lire d'argento, ma null'altro, nessuna lettera, nessun documento",
recita il primo verbale redatto sul posto, poi smentito dalla più accurata
perquisizione del dott. Borione dell'ufficio d'igiene. Accartocciate in
fondo a una tasca del morto, tre lettere scritte con calligrafia minuta e
la ricevuta di un pacco di manoscritti inviati alla Bemporad di Firenze,
firmate Cavalier Emilio Salgari. Il celebre scrittore di avventure e
viaggi esotici. Così trafelato a raccontare eroi improbabili, da non
riconoscere l'eroe indiscutibile che era in lui, il più grande degli eroi
salgariani. La faccia banale di un ciabattino, un ometto tarchiato che
cercava con i tacchi rialzati e l'applicazione maniacale di guadagnare la
statura e le lire che non aveva. "Ammalato di donchisciottismo",
l'aveva bollato un giorno il suo maestro delle elementari, che gli
spiegava, a lui piccino e del tutto ignaro di chi fosse il delirante
hidalgo della Mancia, come "combattere i finti mostri" sia una ginnastica
utile per prepararsi a combattere i mostri veri. Tutto falso, maestro,
avrebbe potuto rispondergli quarant'anni dopo, poco prima di afflosciarsi
e darsi per vinto. Non gli era servita a nulla tutta quella ginnastica. Al
contrario. Era finito per scoppiare quel piccolo cranio visionario, ben
disegnato, decorato da un paio di baffoni a manubrio e due occhi minimi,
arguti, che negli ultimi tempi teneva semichiusi per una malattia che lo
aveva reso quasi cieco. Troppe storie, troppa folla e troppo esagitata per
una testa così piccola. La sua sfortuna, tra le tante, fu quella di
scrivere in una lingua marginale come l'italiano. Amato dai più, ma
schifato da quei pochi che contano, le elite culturali che lo confinavano
nella letteratura di genere, mai abbastanza perspicaci da capire che erano
loro, questi disperati pennivendoli, questi artigiani dell'evasione, i
Salgari, i Collodi, i De Amicis, i librettisti del melodramma, tutti i
maestri del feuilleton e poi del cinema dei telefoni bianchi, i Mogol e i
Battisti, a fare l'Italia, a mettere insieme i campanili, e non le
oracolanti trombe della letteratura alta, spesso presunta, imposte nelle
accademie. Meschini e negletti, che lasciavano però nel tempo una folla di
emuli e di ammaliati lettori, salgariani o salgaristi come Pietro Citati,
Giuseppe Pontiggia, Claudio Magris, Mario Spagnol, Giovanni Spadolini,
forse la sua più grande audacia, Paolo Conte, il più salgariano dei nostri
chansonnier, che dovrà prima o poi dedicargli una canzone come un debito
da pagare o Sergio Leone, il più salariano dei nostri registi, ma lui un
film non potrà più dedicarglielo. Che continuano ad ammaliare anche oggi,
a dispetto delle mode minimaliste delle scuole alla Carter, le loro
meravigliose, deliranti patacche, occhi di tigre invece che umidi sguardi
pensosi, contro i documentaristi piagnoni travestiti da cinema, i
trattatelli sociologici truccati da racconto. Continuano a stregare questi
coltissimi imbroglioni. Piccoli editori raffinati come Luca Sossella, che
ha messo insieme Emilio Salgari, Cesare Lombroso e Pellegrino Artusi in un
progetto editoriale sul tema della patologia d'autore, tre forsennati, tre
prototipi della cultura italiana e tre conferenze-spettacolo, che
diventeranno tre cd audio nella primavera del 2005. Una partitura
evocativa dell'Ottocento italiano, l'intreccio miserabile, grandioso,
spesso comico, del genio che cerca di mettere in gabbia se stesso, il
disordine assoluto che s'invaghisce della classificazione. "Salgari era
una specie di Ken Follett dell'epoca, enciclopedico, minuzioso fino
all'ossessione", dice di lui Ernesto Ferrero, studioso di patologie
estreme che finisce ad abitare, quasi un secolo dopo e non certo per caso,
nel suo stesso condominio di Corso Casale 205, alla Madonna del Pilone,
nella provincia di Torino. Oggi come allora un borgo di solidi anacronismi
contadini, frequentato da pescatori, operai, pensionati, gente che gioca a
bocce, beve freisa e barbera. Ferrero va ogni tanto a curiosare dalla
finestra la casa di Salgari, dove ora le estrazioni dal profondo sono più
prosaicamente quelle di un dentista. Dove bisticciavano e si amavano
stipati lui, la moglie Ida (che Emilio chiamava verdianamente Aida), i
quattro figli, il cane Niombo, l'oca Sempronia, diciassette gatti, una
scimmia, una tartaruga, uno scoiattolo, un pappagallo, il pianoforte per
la primogenita Fatima, tubercolotica che cantava come un angelo e
centinaia di oggetti, lance, scudi, narghilei, tutta la paccottiglia
esotica della sua India inventata. In quel serraglio accoglieva le
scolaresche dei maestri più coraggiosi ("I libri di Salgari eccitano i
nervi dei ragazzi" scrivevano i critici nelle gazzette d'ispirazione
cattolica). Era un idolo dei giovani Salgari, gli stessi che poi
finiranno al macello della guerra e delle spedizioni coloniali, chissà se
più capaci di sopportarlo il buio, grazie alle sue storie. E ogni volta,
per simulare un Oriente da Disneyland, costringeva la moglie Ida a
truccarsi da Perla di Labuan. Ultime patetiche esibizioni di un'ex giovane
attrice di filodrammatica, che da Giulietta si era immedesimata e
consegnata per amore al suo Romeo, questo folle uomo, questo delicato
mitomane, prima d'impazzire lei medesima, ricoverata nel reparto relitti
sociali del manicomio di Collegno. Dagli archivi dell'epoca le cartelle
cliniche descrivono Ida Peruzzi, casalinga di religione cattolica "affetta
da mania furiosa con tendenza ad atti impulsivi che la rendono pericolosa
a sé e agli altri. Una signora assai amante del piacere carnale, non
sempre corrisposta dal marito Emilio e spesso obbligata ad applicarsi
compresse di acqua fredda, ciò che le riusciva tormentoso". Una moglie
e una madre generosa, complice fondamentale dei deliri di uno scrittore,
liquidata come una ninfomane qualunque. Inghiottita dal manicomio, morirà
senza rendersi mai conto della morte del marito. Aveva mai avuto un
marito? Così affaccendato il Capitano, come si faceva chiamare, a scovare
Marianne, eroine di cui invaghirsi, da non accorgersi che era lei, Aida,
la più salgariana delle sue eroine. Incalzato dai debiti e degli editori,
Salgari diventa un titano che macina ettari di pagine, un putiferio di
avventure disperse tra i quattro angoli del globo, dalla Siberia al Gange,
toccando Calcutta, Sumatra e Pernambuco, dove la febbre gialla uccide, non
si sa perché, soprattutto gli europei, passando dalle le tigri della
giungla a quelle del mare, moltiplicando arrembaggi e fughe. I libri si
moltiplicano e la famiglia Salgari, animali inclusi, pure. Salgari
scriveva rapidissimo, nervosamente, senza rileggere. Non ne aveva il
tempo. Scrive a perdifiato, anche spacciandosi dietro pseudonimi come il
capitan Guido Altieri. Negli appunti del figlio Omar si legge: "Non
ricordo un giorno senza aver visto mio padre scrivere, la mattina presto,
prima di pranzo, il pomeriggio dalle 5 alle 8 e 30, seduto davanti al suo
malfermo tavolino, riempiendo pagine con la sua calligrafia minuta". Che
negli anni, a causa della vista, andò sempre allargandosi. Mutò anche
il colore della grafia. Negli ultimi tempi, come i pittori fiamminghi, si
preparava l'inchiostro da sé. Un impiastro sbiadito che si fabbricava da
solo usando le bacche del suo giardino e mischiandolo con l'acqua, perché
il nero forte gli turbava la vista. L'ultimo Salgari viveva nel terrore di
restare cieco. Era nato in una notte buia e tempestosa, il 21 agosto 1862
a Verona, da una famiglia di commercianti. Una zingara, introdottasi in
casa, gli pronosticò un destino di gloria e potenza. Prima di andar via
ordinò che la finestra restasse aperta di notte: "Ciò farà di lui un uomo
dalla salute di ferro". Il padre Luigi gli raccontava di una leggenda di
famiglia che faceva risalire i Salgari da guerrieri persiani. La madre
Luigia, sembra, discendeva da marinai dalmati che avevano combattuto anche
in Danimarca e diceva spesso a quel suo febbrile marmocchio che nei tratti
del viso riconosceva quelli di un eroico avo. Sarà anche per questo che,
già da piccolo, così piccolo che lo chiamavano Salgariello, si sentiva
abitato da altre vite. Pessimo scolaro, i banchi di scuola erano per lui
strumenti di tortura. Passava il tempo a fare schizzi e disegni,
imbrattando qualunque superficie bianca, quaderni, muri, stipiti, porte,
persino i polsini delle camicie. Disegnava scene selvagge e marinaresche.
Con l'atlante e la matita nascosti sotto il banco, tra le ginocchia, tutti
giorni faceva il giro del mondo per salvare qualcuno o vendicarsi di un
altro, passando ogni volta l'istmo di Suez per raggiungere l'oceano
Indiano, circumnavigando l'Africa, toccando il Madagascar e il Capo di
Buona Speranza. Era un self made non ancora man dell'avventura, di quel
turismo estremo che oggi è una comoda chance rateale per impiegati e
casalinghe. Leggeva Jules Verne, De Amicis e i racconti di Omero. I
marinai erano il suo mito e il mare la nostalgia di ciò che non aveva mai
visto, mai respirato. A 15 anni lascia la casa paterna per l'Istituto
nautico Paolo Sarpi di Venezia, iscritto al corso per capitani di gran
cabotaggio. Pagella dell'ultimo anno: italiano 9, storia 7, navigazione
scritta 6, navigazione orale 2, astronomia 2, trigonometria 3, geometria
0. Non si presenta alla sessione autunnale. Si faceva chiamare Capitano ma
non finì mai gli studi nautici. L'unico suo viaggio per mare fu quando
s'imbarcò come turista ospite sul mercantile "Italia Una". Restò a bordo
tre mesi, su e giù per l'Adriatico, Brindisi il porto più esotico della
sua vita. Una notte si spaventò a morte quando, al largo della costa
dalmata, il mercantile fu colpito da una mareggiata. Confidò boccheggiante
a un amico, nella tempesta, che la sua unica aspirazione era tornare a
casa a Verona, a mangiare la pasta e fagioli della madre. Fu da allora, da
quelle imprese mancate, da quelle prosaiche debolezze, che Salgari
comincia liricamente a darsi quello che la vita gli aveva tolto. "Preso da
vanagloria e volendo lasciare qualcosa ai posteri, siccome non avevo nulla
di vero da raccontare, giacché nulla d'interessante mi era mai accaduto,
mi volsi anch'io alla menzogna…". S'inventa viaggi, storie, avventure
che non aveva mai vissuto. S'inventa Mompracem, un'isola che non c'era, e
diventa Salgari, lo scrittore. Non si ferma più, arrampicato sull'albero
di bompresso, non scenderà mai più. I suoi eroi sono uomini d'azione,
tutti mossi da uno smisurato orgoglio e dal senso dell'onore, decisi a
riscattare i torti patiti. Tutte proiezioni ideali di quell'omarino tozzo
e banale che coltiva, scrivendo invece che navigando, una grandezza
patologica, capace d'indovinare nei dettagli tutto quello che non aveva
mai toccato o visto di persona. Fornicatore maniacale di archivi e di
biblioteche. Le sue descrizioni sono estenuanti, implacabili, zoomate
cinematografiche che insistono sul particolare, dilatando il tempo
dell'attesa tra un balzo di tigre e un colpo di scimitarra, che si parli
di elefanti bianchi o di stille di sudore, di paesaggi sconfinati, di
mensole o di banchetti. Descrive senza mai vacillare viaggi polari e
spedizioni nel Far West. E sfida a duello quelli che lo sbeffeggiano,
chiamandolo "tigre della magnesia" o "marinaio d'acqua dolce". S'infervora
fino al parossismo il giorno in cui arriva a Verona il colonnello William
Cody, Buffalo Bill in persona, con il suo circo di bufali, cavalli, muli
texani, diligenze, cowboy e pellerossa, autentici Sioux. Il direttore
dell'Arena, il giornale di Verona per cui collaborava, gli affidò la
recensione dello spettacolo. Buffalo Bill arriva col treno della sera e
capitan Salgari gli si appiccica alle costole come un cane pastore. Il
giorno dello spettacolo l'anfiteatro dell'arena era stracolmo, carico di
attese, ma Salgari resta deluso e la sua recensione pure. "Nulla di feroce
nei pellerossa o spaventevole nei lori gridi di guerra, nulla di orribile
nelle loro acconciature, nelle loro sottanine e casacche larghe, nella
ridicola piuma in testa e i mocassini ricamati". Il carismatico Buffalo
Bill fa il suo figurone "in groppa al suo mitico cavallo grigio, i lunghi
capelli brizzolati, l'alta statura e il pizzo", ma lo spettacolo fu un
fiasco. I pellerossa delle macchiette, i cowboy intronati, i bisonti
anemici. Gli unici veri applausi furono per il cronista Salgari e un suo
collega, che si offrirono volontari per salire su una diligenza durante un
attacco simulato degli indiani. Se questi erano i veri eroi, si poteva
fare allora molto di meglio con quelli inventati. Capitan Salgari aveva
già pubblicato su un settimanale di viaggi, "La Valigia", la sua prima
impresa ambientata in Nuova Guinea, "I selvaggi della Papuasia", uscita in
quattro puntate e solo l'ultima siglata con le iniziali E.S. Come
appendice alla "Nuova Arena", dal 16 ottobre esce "La tigre della Malesia"
che si conclude dopo 150 puntate, nel 1884. Salgari è già un autore di
successo. Riceve lettere deliranti di suoi ammiratori che lo supplicano di
essere presi come mozzi umili e fedeli a bordo dei suoi bastimenti o come
modelli, smaniosi di posare in turbante, perizoma e pugnale malese nel
salotto borghese di Alberto Della Valle, l'illustratore geniale del
delirio salgariano e lui stesso modello all'occasione, senza mai perdere
un filo del suo aplomb. Nel 1900 la famiglia si trasferisce
definitivamente a Torino. Con gli anni, passando dal Corsaro Nero alle
Tigri di Mompracem fino alla rivincita di Yanez e al Capitan Tempesta, il
Capitano cede alla stanchezza del vivere e alle tentazioni del
Marsala. Diceva che gli dava forza, fantasia, la scossa per insistere a
raccontare avventure per i suoi milioni di lettori, tra i quali
fedelissima la regina Margherita, che gli fece avere il titolo di
"Cavaliere della Corona d'Italia". Autodefinirsi il Verne italiano non gli
basta più. Scrivere diventa il suo calvario. "Che differenza tra il Verne
francese e quello italiano costretto a lottare per la lira, molto noto di
nome ma ignorato da tutti…", è l'accorato sfogo che scrive alla Corona ma
che, in un soprassalto di dignità, non spedisce più. Alla moglie che, dopo
l'aborto spontaneo di una coppia di gemellini, si era ritirata in
campagna, scrive per nulla rassicurante: "Non impensierirti, non
spaventarti, sai chi sono io e come divoro i miei romanzi. Avremo carne,
carbone, pane, pagheremo il calzolaio e la lavandaia, ti amo immensamente
Aida, un bacio dal tuo Emilio". Inverno memorabile quello del 1911 a
Torino per il freddo polare, la quantità di neve. Lungo le due sponde del
Po, Torino si preparava a festeggiare l'inaugurazione della sua
Esposizione universale, primo cinquantenario dell'indipendenza. Fuori la
neve e il gelo, dentro, sulle pagine, i torridi paesaggi di sempre.
Divorato dai suoi romanzi, Salgari consumava i suoi ultimi vascelli, i
suoi ultimi pirati, gli ultimi arrembaggi. Il sole equatoriale rosso
rosso, le foreste di palme, le coniche capanne, le bande di superbi
antilopi e sciacalli, le poetiche sponde, le schiere di fenicotteri con le
piume rosa, le foglie arrotondate del loto che galleggiavano e i pellicani
nascosti tra i canneti che cacciavano i pesci. Perduto il sostegno della
dolce Ida, Emilio crolla. Aveva già tentato e mancato per la solita
imperizia il suicidio l'anno prima, infilzandosi con la sciabola "Quella
mattina papà ci salutò con calma spaventosa", raccontano i figli. "Lo
vedemmo avviarsi con il suo passo lento verso il tram. Si volse indietro.
Andate a scuola! Salì sul tram. Fu l'ultima volta che lo vedemmo". In
fondo a una tasca furono trovate tre lettere stropicciate. Agli editori:
"A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle mantenendo me e la mia
famiglia in una continua semimiseria o anche più, vi chiedo solo che
pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna". Ai direttori dei
quotidiani torinesi: "Vinto dai dispiaceri di ogni sorta, ridotto in
miseria, con la moglie pazza all'ospedale, io mi sopprimo. Vi prego,
aprite una sottoscrizione per togliere dalla miseria i miei quattro figli.
Con il mio nome dovevo attendermi ben altra fortuna, altra sorte".
L'ultima ai figli: "Sono ormai un vinto, la pazzia di vostra madre mi ha
spezzato il cuore. Non vi lascio che 150 lire più un credito di 600 lire.
Fatemi seppellire, essendo io completamente rovinato. Vi bacio tutti
con il cuore sanguinante, il vostro disgraziato padre… Ah, io vado a
morire nella valle di San Martino. Si troverà il mio cadavere in uno dei
burroncelli che voi conoscete, perché li andavamo a fare merenda e a
raccogliere i fiori". Il giorno dei funerali c'era tantissima gente
davanti alla casa di Corso Casale. Fatima, la figlia maggiore, svenne
davanti alla salma del padre. Il figlio Romero si suicidò ventidue anni
dopo; l'altro, Omar, continuerà a scrivere per un po' le avventure di
Sandokan, prima di gettarsi dalla finestra come aveva fatto il nonno
paterno. Giancarlo Dotto |