"Viaggio cinese in Occidente" di Maurizio Di Mauro , 2005

 

Il "Viaggio in Occidente" è un romanzo di un Don Chisciotte orientale, un viaggio compiuto da un monaco, certo Xuanzang (che ne sarà il protagonista), in cerca di testi e reliquie di Budda. L’uomo si muove dalla sua terra perché impietosito dai monaci buddisti, imprigionati dai perfidi taoisti. Il romanzo si tende ad attribuirlo ad un letterato di epoca Ming, del 1500, Wu Cheng'en, di cui si sa poco.
Forse è impreciso definire il viaggio che Xuanzang intraprese nel VI secolo come "la prima volta della Cina in cerca d'Occidente". Era "Occidente" per modo di dire: arrivò in India peregrinando per tutti gli "stan" dell'Asia centrale di oggi, Afghanistan compreso, menziona anche una contrada molto più a occidente, che chiama Fu-lin, e che gli eruditi identificano con l'Europa greco-romana, ma non mostra di avere la minima idea di che cosa si tratti.
E non era il primo: studiosi cinesi contemporanei hanno censito un'altra cinquantina di monaci che si erano avventurati prima di lui verso "occidente", in cerca di idee, religione e ricette che facessero bene alla Cina, e un'altra cinquantina dopo di lui. Il monaco ne riportò 675 rotoli di scritture e altre reliquie buddiste.
E ne ricavò una relazione di viaggio che all'imperatore Tang che ce lo aveva mandato probabilmente interessava più dei sutra e delle reliquie, perché avrebbe dovuto fornirgli preziosa intelligence militare, geografica e politica sui vicini ad occidente dell'Impero di mezzo. Non gli servì molto. Un po' perché il racconto mischiava al visto molto di sentito dire o immaginato, alla maniera del racconto di Marco Polo. Un po' perché l'imperatore cinese in quel momento progettava guerra ed espansione verso est, aveva i suoi grattacapi con il regno coreano di Koguryo.
Eppure la Cina, e il mondo, finirono per ricavarne qualcosa di molto più durevole e prezioso. Perché quel "Viaggio in Occidente" avrebbe finito per ispirare il più popolare, il più amato, il più letto, il più divertente dei "romanzi classici" cinesi, per molti versi l'equivalente del Don Chisciotte e del Gargantua e Pantagruel nella letteratura occidentale. I due libri parlano - a quasi mille anni di distanza l'uno dall'altro - dello stesso viaggio. Hanno lo stesso titolo: Xi You Qi, Viaggio in occidente (anche se la relazione di viaggio del Seicento, per distinguerla dal romanzo del Millecinquecento viene spesso citata come Ta Tang Xi You Qi, relazione sui paesi occidentali all'epoca dei Grandi Tang).
Il protagonista è a prima vista lo stesso monaco, Xuanzang, detto anche Tripitaka in ricordo dei "tre cesti" di scritture sacre che aveva portato in Cina dall'India (traslitterato talvolta come Hsuan Tsang, Hiouen Thsang, Hsuan Chang, o persino Yuan Chwang). Ma il pio monaco del romanzo non somiglia affatto al monaco storico, non è un intrepido viaggiatore mosso dalla fede, ma una specie di macchietta, che non ne combina una giusta. Anzi, non è più nemmeno il protagonista principale. Non arriverebbe da nessuna parte, non supererebbe nemmeno una delle 81 "prove" mortali e insidiose cui gli tocca sottoporsi senza l'aiuto dei suoi miracolosi assistenti.
Il vero nuovo protagonista è un briccone matricolato, il re delle scimmie dotato di poteri magici, dispettoso e irriverente come tutte le scimmie, i bricconi e i giullari, che si fa chiamare Sun Wukong, il nome assunto al momento del noviziato religioso, che significa "Consapevole di vacuità". Tutta la prima parte del romanzo è dedicata alla sua nascita magica, al come diventa re delle scimmie, a come porta scompiglio fino in Cielo, sfidando ogni autorità. Non riescono ad avere la meglio su di lui né l'Imperatore di Giada con i suoi eserciti e la sua burocrazia confuciana, le sue tremende punizioni che imitano quelle del celeste impero in terra ("portatolo al luogo dell'esecuzione, uno stuolo di soldati celesti lo legò a un pilastro e si mise a squartarlo con le asce, a trafiggerlo con le lance, a tagliuzzarlo con le spade"), né l'intero terrificante pantheon taoista, né lo stesso grande saggio Lao Tse, che pure lo fa cuocere per 49 giorni nel suo crogiolo da alchimista. Sono costretti infine a chiedere aiuto a Budda, scomodandolo dal suo "Paradiso occidentale".
Solo lui riesce a domarlo, ma non senza pagare un prezzo del ridicolo: lo sfida a saltare al di là della sua mano, lo scimmiotto fa un salto lungo cento e ottomila leghe, arriva in capo al mondo, scorge cinque pilastri rosa, ne marchia uno con un grafite e con la propria urina, torna e s'accorge che tra il pollice e l'indice del Budda viene un tremendo "lezzo di piscio di scimmia". Deve dichiararsi sconfitto, e viene condannato a restare rinchiuso per 500 anni sotto il peso di una montagna, da cui sarà liberato al momento dovuto per assistere nel suo viaggio il monaco in cerca dei sutra che gli mancano.
E anche al monaco, cui pure è affezionato, si ribellerebbe, se non fosse costretto in un arnese da tortura che gli procura atroci dolori ogni volta che quello recita una certa litania. Il personaggio affascinava Mao Tsetung. "Bisogna creare localmente molti Sun Wukong che portino scompiglio nei Palazzi del Cielo", suonava uno dei proclami con cui aveva scatenato la Rivoluzione culturale nel 1966. Ancor prima aveva evocato l'audacia dello scimmiotto al momento del lancio del Grande balzo in avanti nel 1958: "Il re delle scimmie se ne infischiava delle leggi e del cielo. Perché non possiamo imitarlo? Lui sì che sapeva dar prova di anti-dogmatismo col coraggio di far sempre quello che gli pare".
L'audacia era costata alla Cina un buco demografico di 60-100 milioni di morti per stenti e carestie. Gli rimproverarono di essersi dimenticato che lo Scimmiotto del romanzo è un furbastro impetuoso, ma non un incosciente, talvolta sbatte il muso per eccessiva sicurezza di sé, ma in genere è prudente, sa valutare gli ostacoli, si informa prima di prendere qualsiasi iniziativa. Sempre a Sun Wukong che "agita furiosamente la sua mazza da diecimila tonnellate" (il randello magico con le punte d'oro, che a piacimento assume le dimensioni di un spillo o di una mazza che arriva fino in cielo) Mao aveva fatto riferimento nel momento più acuto della crisi tra Cina e Urss. Ma non si arrivò al duello atomico.
E comunque, il randello dello scimmiotto può rivelarsi un arma a doppio taglio. Se il vecchio timoniere lo aveva usato per levarsi di torno i rivali politici, scatenare le guardie rosse contro i marescialli disobbedienti, i "revisionisti" e i "mostri capitalisti", le "anime nere" Liu Shaoqi e Deng Xiaoping, gli avversari gli resero la pariglia, tappezzando tutta la Cina, il giorno dopo l'arresto della vedova Jiang Qing nel 1976, con un poster evocante uno degli episodi del "Viaggio in Occidente", in cui si vede Sun Wukong bastonare un "demone donna" con le fattezze inequivocabili di Madame Mao.
Tutto il romanzo di Wu Cheng'en si sviluppa all'insegna del mostro che scaccia mostro. Ce n'è a bizzeffe. A cominciare dai fedeli e inseparabili compagni di viaggio ed angeli custodi del monaco. Un mostro con fattezze bestiali, e istinti niente affatto caritatevoli - ammazza senza pensarci due volte, e questa è la ragione per cui viene spesso rimproverato e talvolta punito dal suo caritatevole maestro-padrone - è a ben vedere lo stesso Sun Wukong. Un mostro repellente, con l'aspetto di porco, secondo la descrizione nel libro - ma molto più simpatico, un porcellone gioioso nella "reinvenzione" nei libri illustrati per bambini - è Zhu Ba Jie, l'incarnazione degli istinti terreni, l' "idiota" - così lo apostrofa sempre il furbo Sun - godereccio, dall'appetito e dalla sete pantagruelica, perennemente attratto dal cibo e dalle donne.
Che però così idiota non è, tanto che c'è chi ha osservato che è il personaggio che svolge egregiamente la funzione che nel come poco si sa del resto del suo quasi contemporaneo Shakespeare) disponeva di materiale a iosa, accumulatosi nei secoli nei racconti dei cantastorie. Che facendo questo mestiere per vivere, in un campo con parecchia concorrenza, dovevano accontentare i gusti del pubblico.
Il monaco, con le sue fisime di santità buddista, ad un certo punto aveva cominciato evidentemente ad annoiare. Lo Scimmiotto e i mostri, invece tiravano l'audience. "Come gli spettatori televisivi possono oggi cambiare canale, l'audience dei cantastorie poteva rivolgersi altrove, se non gli piaceva quel che gli veniva raccontato. E come i dirigenti tv, trovata una formula di successo, continuano a commissionare nuove puntate, così facevano i cantastorie cinesi", osserva W. J. F. Jenner, il curatore dell'ultima ponderosa traduzione completa in inglese, in tre volumi, per la Casa editrice in lingue estere di Pechino. Ancora più ponderosa e ricercata nelle sfumature è la traduzione inglese in quattro volumi di Anthony C. Yu, per la Chicago University Press. In italiano, a quanto ne sappiamo, al momento è disponibile solo la traduzione "condensata" di Arthur Waley, pubblicata col titolo "Lo Scimmiotto" da Adelphi. Per venire incontro al "gusto" dei lettori occidentali, Waley aveva ridotto i 100 capitoli originari dello Xi You ji a una trentina, e anche questi li aveva "ripuliti" dei passaggi in versi.
Si legge bene. Ma è come se qualcuno condensasse il Don Chisciotte. Non tutti i mostri sono incorreggibili. Alcuni rappresentano le forze della natura, che possono essere micidiali, ma anche benefiche (ad esempio, un fiume può portare distruzione, ma anche essere indispensabile alla vita). La prima minaccia all'incolumità di un viaggiatore che volesse avventurarsi dalla Cina all'India erano i guadi, gli immensi deserti, le paludi infestate, le montagne inaccessibili. Seguivano, ma distanza, briganti e banditi. Altri, forse, rappresentano le potenze ostili ed estranee alla cultura e all'ordine imperiale cinese. Nel suo resoconto di viaggio "realistico" il monaco Xuanzang descrive le "otto terre" del mondo a lui conosciuto. Tra queste la terra del "signore degli uomini" è la Cina, "con un territorio ben popolato, e in clima favorevole, dove prevalgono buone maniere e virtù sociali"; la terra del "signore dei cavalli" a nord, "paese freddissimo, che nutre cavalli, ed abitanti di natura selvaggia che commettono omicidio senza rimorso e vivono in tende di feltro"; la terra del "signore delle sostanze preziose", che domina "il mare abbondante di perle"; a sud la terra del "signore dell'Elefante, abitata da "gente devota allo studio e dedita alle arti magiche, che indossa tuniche che lasciano scoperta la spalla destra", che "si associa in città e vive in case a molti piani" (evidentemente l'India), dove dice di essersi recato, con tanti travagli, "in cerca di verità", cioè delle dottrine del buddismo mahayana, quelle che promettono di salvare le anime anche nell'al di là.
In mezzo, un'immensa terra di nessuno, dove può capitare di tutto. Sun Wukong e i suoi compagni frutto di pura fantasia si trovano a combattere contro demoni che hanno l'aspetto del leone, dell'avvoltoio, del serpente, e anche dell'elefante. Affrontano lupi, draghi e insetti. E mostri affamati di carne umana (particolarmente attratti da quella del monaco, che è "puro" per antonomasia, perché santo e perché, da buon buddista, vegetariano). Dimmi che mangi, e ti dirò chi sei. La Cina ha un rapporto particolare col cibo. Fin nella lingua. Per dire "ciao" dicono: "hai mangiato?" (ci fan la meio?). "Tutto quello che si muove a due zampe si può mangiare, tranne i propri genitori; tutto quello che si regge su quattro zampe, tranne il letto", recita un detto antichissimo. La letteratura cinese ha sempre avuto una fascinazione particolare per il tema cannibalismo.
Lu Xun, il maggiore intellettuale "progressista" che abbiano avuto nel Novecento, dedica all'argomento alcuni dei suoi racconti più belli. In uno, il "Diario di un pazzo", la farneticazione del paranoico folgorato dal pensiero di essere "vissuto in un paese dove da quattromila anni si mangia carne umana", e dove "tutti vogliono mangiare il prossimo, ma hanno paura di essere mangiati a loro volta", del circolo vizioso, "cannibale" dei riti antichi che bloccano la modernità. Ma nemmeno la fantasia sfrenata di Wu Cheng'en, o il pessimismo di Lu Xun potevano immaginare che il cannibalismo, quello vero e documentato, avrebbe fatto ricomparsa in pieno Novecento, non tra orchi, demoni e selvaggi, ma nella Cina maoista del Grande balzo. I nostri pellegrini si ritrovano in un regno delle donne, anche loro concupiscenti della carne del monaco, in tutti i sensi (Xuanzang il viaggiatore parla, ma solo per sentito dire, di un regno abitato da 500 demoni travestiti da bellissime donne, con una regina a capo).


  http://www.rottanordovest.com/