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Il
"Viaggio in Occidente" è un romanzo di un Don Chisciotte orientale, un
viaggio compiuto da un monaco, certo Xuanzang (che ne sarà il
protagonista), in cerca di testi e reliquie di Budda. L’uomo si muove
dalla sua terra perché impietosito dai monaci buddisti, imprigionati dai
perfidi taoisti. Il romanzo si tende ad attribuirlo ad un letterato di
epoca Ming, del 1500, Wu Cheng'en, di cui si sa poco. Forse è impreciso
definire il viaggio che Xuanzang intraprese nel VI secolo come "la prima
volta della Cina in cerca d'Occidente". Era "Occidente" per modo di dire:
arrivò in India peregrinando per tutti gli "stan" dell'Asia centrale di
oggi, Afghanistan compreso, menziona anche una contrada molto più a
occidente, che chiama Fu-lin, e che gli eruditi identificano con l'Europa
greco-romana, ma non mostra di avere la minima idea di che cosa si
tratti. E non era il primo: studiosi cinesi contemporanei hanno censito
un'altra cinquantina di monaci che si erano avventurati prima di lui verso
"occidente", in cerca di idee, religione e ricette che facessero bene alla
Cina, e un'altra cinquantina dopo di lui. Il monaco ne riportò 675 rotoli
di scritture e altre reliquie buddiste. E ne ricavò una relazione di
viaggio che all'imperatore Tang che ce lo aveva mandato probabilmente
interessava più dei sutra e delle reliquie, perché avrebbe dovuto
fornirgli preziosa intelligence militare, geografica e politica sui vicini
ad occidente dell'Impero di mezzo. Non gli servì molto. Un po' perché il
racconto mischiava al visto molto di sentito dire o immaginato, alla
maniera del racconto di Marco Polo. Un po' perché l'imperatore cinese in
quel momento progettava guerra ed espansione verso est, aveva i suoi
grattacapi con il regno coreano di Koguryo. Eppure la Cina, e il mondo,
finirono per ricavarne qualcosa di molto più durevole e prezioso. Perché
quel "Viaggio in Occidente" avrebbe finito per ispirare il più popolare,
il più amato, il più letto, il più divertente dei "romanzi classici"
cinesi, per molti versi l'equivalente del Don Chisciotte e del Gargantua e
Pantagruel nella letteratura occidentale. I due libri parlano - a quasi
mille anni di distanza l'uno dall'altro - dello stesso viaggio. Hanno lo
stesso titolo: Xi You Qi, Viaggio in occidente (anche se la relazione di
viaggio del Seicento, per distinguerla dal romanzo del Millecinquecento
viene spesso citata come Ta Tang Xi You Qi, relazione sui paesi
occidentali all'epoca dei Grandi Tang). Il protagonista è a prima vista
lo stesso monaco, Xuanzang, detto anche Tripitaka in ricordo dei "tre
cesti" di scritture sacre che aveva portato in Cina dall'India
(traslitterato talvolta come Hsuan Tsang, Hiouen Thsang, Hsuan Chang, o
persino Yuan Chwang). Ma il pio monaco del romanzo non somiglia affatto al
monaco storico, non è un intrepido viaggiatore mosso dalla fede, ma una
specie di macchietta, che non ne combina una giusta. Anzi, non è più
nemmeno il protagonista principale. Non arriverebbe da nessuna parte, non
supererebbe nemmeno una delle 81 "prove" mortali e insidiose cui gli tocca
sottoporsi senza l'aiuto dei suoi miracolosi assistenti. Il vero nuovo
protagonista è un briccone matricolato, il re delle scimmie dotato di
poteri magici, dispettoso e irriverente come tutte le scimmie, i bricconi
e i giullari, che si fa chiamare Sun Wukong, il nome assunto al momento
del noviziato religioso, che significa "Consapevole di vacuità". Tutta la
prima parte del romanzo è dedicata alla sua nascita magica, al come
diventa re delle scimmie, a come porta scompiglio fino in Cielo, sfidando
ogni autorità. Non riescono ad avere la meglio su di lui né l'Imperatore
di Giada con i suoi eserciti e la sua burocrazia confuciana, le sue
tremende punizioni che imitano quelle del celeste impero in terra
("portatolo al luogo dell'esecuzione, uno stuolo di soldati celesti lo
legò a un pilastro e si mise a squartarlo con le asce, a trafiggerlo con
le lance, a tagliuzzarlo con le spade"), né l'intero terrificante pantheon
taoista, né lo stesso grande saggio Lao Tse, che pure lo fa cuocere per 49
giorni nel suo crogiolo da alchimista. Sono costretti infine a chiedere
aiuto a Budda, scomodandolo dal suo "Paradiso occidentale". Solo lui
riesce a domarlo, ma non senza pagare un prezzo del ridicolo: lo sfida a
saltare al di là della sua mano, lo scimmiotto fa un salto lungo cento e
ottomila leghe, arriva in capo al mondo, scorge cinque pilastri rosa, ne
marchia uno con un grafite e con la propria urina, torna e s'accorge che
tra il pollice e l'indice del Budda viene un tremendo "lezzo di piscio di
scimmia". Deve dichiararsi sconfitto, e viene condannato a restare
rinchiuso per 500 anni sotto il peso di una montagna, da cui sarà liberato
al momento dovuto per assistere nel suo viaggio il monaco in cerca dei
sutra che gli mancano. E anche al monaco, cui pure è affezionato, si
ribellerebbe, se non fosse costretto in un arnese da tortura che gli
procura atroci dolori ogni volta che quello recita una certa litania. Il
personaggio affascinava Mao Tsetung. "Bisogna creare localmente molti Sun
Wukong che portino scompiglio nei Palazzi del Cielo", suonava uno dei
proclami con cui aveva scatenato la Rivoluzione culturale nel 1966. Ancor
prima aveva evocato l'audacia dello scimmiotto al momento del lancio del
Grande balzo in avanti nel 1958: "Il re delle scimmie se ne infischiava
delle leggi e del cielo. Perché non possiamo imitarlo? Lui sì che sapeva
dar prova di anti-dogmatismo col coraggio di far sempre quello che gli
pare". L'audacia era costata alla Cina un buco demografico di 60-100
milioni di morti per stenti e carestie. Gli rimproverarono di essersi
dimenticato che lo Scimmiotto del romanzo è un furbastro impetuoso, ma non
un incosciente, talvolta sbatte il muso per eccessiva sicurezza di sé, ma
in genere è prudente, sa valutare gli ostacoli, si informa prima di
prendere qualsiasi iniziativa. Sempre a Sun Wukong che "agita furiosamente
la sua mazza da diecimila tonnellate" (il randello magico con le punte
d'oro, che a piacimento assume le dimensioni di un spillo o di una mazza
che arriva fino in cielo) Mao aveva fatto riferimento nel momento più
acuto della crisi tra Cina e Urss. Ma non si arrivò al duello
atomico. E comunque, il randello dello scimmiotto può rivelarsi un arma
a doppio taglio. Se il vecchio timoniere lo aveva usato per levarsi di
torno i rivali politici, scatenare le guardie rosse contro i marescialli
disobbedienti, i "revisionisti" e i "mostri capitalisti", le "anime nere"
Liu Shaoqi e Deng Xiaoping, gli avversari gli resero la pariglia,
tappezzando tutta la Cina, il giorno dopo l'arresto della vedova Jiang
Qing nel 1976, con un poster evocante uno degli episodi del "Viaggio in
Occidente", in cui si vede Sun Wukong bastonare un "demone donna" con le
fattezze inequivocabili di Madame Mao. Tutto il romanzo di Wu Cheng'en
si sviluppa all'insegna del mostro che scaccia mostro. Ce n'è a bizzeffe.
A cominciare dai fedeli e inseparabili compagni di viaggio ed angeli
custodi del monaco. Un mostro con fattezze bestiali, e istinti niente
affatto caritatevoli - ammazza senza pensarci due volte, e questa è la
ragione per cui viene spesso rimproverato e talvolta punito dal suo
caritatevole maestro-padrone - è a ben vedere lo stesso Sun Wukong. Un
mostro repellente, con l'aspetto di porco, secondo la descrizione nel
libro - ma molto più simpatico, un porcellone gioioso nella "reinvenzione"
nei libri illustrati per bambini - è Zhu Ba Jie, l'incarnazione degli
istinti terreni, l' "idiota" - così lo apostrofa sempre il furbo Sun -
godereccio, dall'appetito e dalla sete pantagruelica, perennemente
attratto dal cibo e dalle donne. Che però così idiota non è, tanto che
c'è chi ha osservato che è il personaggio che svolge egregiamente la
funzione che nel come poco si sa del resto del suo quasi contemporaneo
Shakespeare) disponeva di materiale a iosa, accumulatosi nei secoli nei
racconti dei cantastorie. Che facendo questo mestiere per vivere, in un
campo con parecchia concorrenza, dovevano accontentare i gusti del
pubblico. Il monaco, con le sue fisime di santità buddista, ad un certo
punto aveva cominciato evidentemente ad annoiare. Lo Scimmiotto e i
mostri, invece tiravano l'audience. "Come gli spettatori televisivi
possono oggi cambiare canale, l'audience dei cantastorie poteva rivolgersi
altrove, se non gli piaceva quel che gli veniva raccontato. E come i
dirigenti tv, trovata una formula di successo, continuano a commissionare
nuove puntate, così facevano i cantastorie cinesi", osserva W. J. F.
Jenner, il curatore dell'ultima ponderosa traduzione completa in inglese,
in tre volumi, per la Casa editrice in lingue estere di Pechino. Ancora
più ponderosa e ricercata nelle sfumature è la traduzione inglese in
quattro volumi di Anthony C. Yu, per la Chicago University Press. In
italiano, a quanto ne sappiamo, al momento è disponibile solo la
traduzione "condensata" di Arthur Waley, pubblicata col titolo "Lo
Scimmiotto" da Adelphi. Per venire incontro al "gusto" dei lettori
occidentali, Waley aveva ridotto i 100 capitoli originari dello Xi You ji
a una trentina, e anche questi li aveva "ripuliti" dei passaggi in
versi. Si legge bene. Ma è come se qualcuno condensasse il Don
Chisciotte. Non tutti i mostri sono incorreggibili. Alcuni rappresentano
le forze della natura, che possono essere micidiali, ma anche benefiche
(ad esempio, un fiume può portare distruzione, ma anche essere
indispensabile alla vita). La prima minaccia all'incolumità di un
viaggiatore che volesse avventurarsi dalla Cina all'India erano i guadi,
gli immensi deserti, le paludi infestate, le montagne inaccessibili.
Seguivano, ma distanza, briganti e banditi. Altri, forse, rappresentano le
potenze ostili ed estranee alla cultura e all'ordine imperiale cinese. Nel
suo resoconto di viaggio "realistico" il monaco Xuanzang descrive le "otto
terre" del mondo a lui conosciuto. Tra queste la terra del "signore degli
uomini" è la Cina, "con un territorio ben popolato, e in clima favorevole,
dove prevalgono buone maniere e virtù sociali"; la terra del "signore dei
cavalli" a nord, "paese freddissimo, che nutre cavalli, ed abitanti di
natura selvaggia che commettono omicidio senza rimorso e vivono in tende
di feltro"; la terra del "signore delle sostanze preziose", che domina "il
mare abbondante di perle"; a sud la terra del "signore dell'Elefante,
abitata da "gente devota allo studio e dedita alle arti magiche, che
indossa tuniche che lasciano scoperta la spalla destra", che "si associa
in città e vive in case a molti piani" (evidentemente l'India), dove dice
di essersi recato, con tanti travagli, "in cerca di verità", cioè delle
dottrine del buddismo mahayana, quelle che promettono di salvare le anime
anche nell'al di là. In mezzo, un'immensa terra di nessuno, dove può
capitare di tutto. Sun Wukong e i suoi compagni frutto di pura fantasia si
trovano a combattere contro demoni che hanno l'aspetto del leone,
dell'avvoltoio, del serpente, e anche dell'elefante. Affrontano lupi,
draghi e insetti. E mostri affamati di carne umana (particolarmente
attratti da quella del monaco, che è "puro" per antonomasia, perché santo
e perché, da buon buddista, vegetariano). Dimmi che mangi, e ti dirò chi
sei. La Cina ha un rapporto particolare col cibo. Fin nella lingua. Per
dire "ciao" dicono: "hai mangiato?" (ci fan la meio?). "Tutto quello che
si muove a due zampe si può mangiare, tranne i propri genitori; tutto
quello che si regge su quattro zampe, tranne il letto", recita un detto
antichissimo. La letteratura cinese ha sempre avuto una fascinazione
particolare per il tema cannibalismo. Lu Xun, il maggiore intellettuale
"progressista" che abbiano avuto nel Novecento, dedica all'argomento
alcuni dei suoi racconti più belli. In uno, il "Diario di un pazzo", la
farneticazione del paranoico folgorato dal pensiero di essere "vissuto in
un paese dove da quattromila anni si mangia carne umana", e dove "tutti
vogliono mangiare il prossimo, ma hanno paura di essere mangiati a loro
volta", del circolo vizioso, "cannibale" dei riti antichi che bloccano la
modernità. Ma nemmeno la fantasia sfrenata di Wu Cheng'en, o il pessimismo
di Lu Xun potevano immaginare che il cannibalismo, quello vero e
documentato, avrebbe fatto ricomparsa in pieno Novecento, non tra orchi,
demoni e selvaggi, ma nella Cina maoista del Grande balzo. I nostri
pellegrini si ritrovano in un regno delle donne, anche loro concupiscenti
della carne del monaco, in tutti i sensi (Xuanzang il viaggiatore parla,
ma solo per sentito dire, di un regno abitato da 500 demoni travestiti da
bellissime donne, con una regina a capo). |