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Hanno
parlato in proposito di futurismo. Nel fondo prosastico di certe poesie,
ve l'abbiamo trovato anche noi: quelle marezzature, quei colori, quegli
slogamenti sintattici, quelle piccole libertà. Una realtà bruta trasferita
sulla pagina. Ma già in Ungaretti abbiamo subito trovato certe riuscite
quasi perfette, quelle inebriate espansioni d'anima, che sarebbero invece
il giusto contrapposto del futurismo, sarebbero il salutare ricupero d'una
realtà poetica e lirica, da non lasciare adito a nessun dubbio. Ancora in
queste "Poesie disperse", contro "Mattutino" e "Notturno" (l'ultima
strofa), "Melodia delle gole dell'orco", "Tepida vaga mattina", "Alba",
stanno "Poesia", "Sono malato", "Mandolinata". Si tratterebbe dunque più
che di futurismo, d'una esasperazione di quella sua volontà di riduzione e
concentrazione che già ai primi anni fruttò a Ungaretti acquisti
originali. Solo che, perché questi non restassero un dono gratuito, un
portato del semplice istinto, egli diè allora principio alla sua fatica
vera, lavorando, si può dire lui solo, per tutta una generazione.
Distrusse il verso per poi ricomporlo, e cercò i ritmi per poi costruirne
i metri. Tutta la musica della poesia ungarettiana, nelle sue infinite
modulazioni, si sprigiona da questo suo farsi graduale, da
quest'ascoltazione sempre più all'unisono con il proprio animo, di cui le
varianti e rielaborazioni sono la storia illustre. Nel distruggere il
verso, nel cercare i nuovi ritmi, prima di tutto mirò alla ricerca
dell'essenzialità della parola, alla sua vita segreta; e, com'era
necessario, a liberare la parola da ogni incrostazione sia letteraria sia
fisica. Dai troppi mali essa fu insidiata, sul principio: quel
crepuscolarismo, quel realismo minuto e scadente, quel colore narrativo
prosastico, quei lezii. Via dunque le cadenze crepuscolari e i modi
discorsivi e prosastici ("Mi è venuto a ritrovare il mio compagno
arabo/che si è suicidato/ che quando m'incontrava negli occhi/ parlandomi
con quelle sue frasi pure e frastagliate/ era un cupo navigare nel
mansueto blu/ è stato sotterrato a Ivry/ con gli stupendi suoi sogni/ e ne
porto l'ombra", "Chiaroscuro"; o ancora: "su Parigi s'addensa/
quell'oscuro colore/ di pianto/ che ci disfa gli edifici/ e ci dà/ lo
specchio/ di una Senna accidiosa/ con quel suo/ indosso/ persistente
fastidio/ di riflessi di lumi", "Nostalgia"). Via i legamenti che
impigliavano il linguaggio analogico ("Tremante parola/ nella notte/ come
una fogliolina/ appena nata", "Fratelli". Via le immagini tarde che
toglievano verità e slancio all'aggettivo ("e il mare è dolce/ trema un
po' come gli inquieti piccioni/ è canarino come il loro petto/ gonfio
d'onda amorosa", "Levante"). Via le mille determinazioni che impedivano il
vago dell'espressione ("e nell'imbuto/ dei vicoli/ non si vede/ che il
tentennamento/ delle luci/ coperte di crespo", "Silenzio"). Via tutti gli
impacci, per sempre toccare una sintassi fulminea, con una fulminea
potenza d'invenzione. Ma lo studio delle varianti e rielaborazioni,
oltre a offrire la prova d'un'acuta, inquieta e, alla fine, vittoriosa
ricerca dell'espressione, in una infinita scala di gradazioni; oltre a far
quasi toccar con mano il graduale alleggerimento, fino a sparire, del
mezzo dell'espressione; presta più memorabili esempi: dico che ci fa
assistere al nascere della parola poetica. Non solo. Ma dalla parola
poetica, così cercata e riconquistata, così nuda, così sola, si vede
generarsi il ritmo; e una lettura il più possibile vicina, aderente, senza
ritardi, diventa la figura di quel ritmo. Dall'esame delle varianti vedrà
il lettore che cosa costò a Ungaretti questa fatica, e apprezzerà il
valore d'una tal fatica. Che fu, direi, un modo di chiarire, prima a sé
che ad altri, il nascere delle nuove armonie. Egli si diceva quelle parole
(e pare non avesse altro scopo), secondo una metrica interna variante da
lettura a lettura; e la lettura variava secondo l'animo e l'estro (basti
ricordare: "Si sta/ come d'autunno/ sugli alberi/ le foglie", corretto poi
in "Si sta come/ d'autunno ecc.", a precipitare quella illusiva idea di
stabilità nella rapina della similitudine). Sul principio si trattò, con
una dizione più spiccata, di riconoscere, nel tessuto narrativo e un poco
arruffato delle prime poesie, veri e propri versi regolari, e su quella
traccia alquanto esteriore riconoscere la validità di certi acquisti (come
in "Tappeto": "Ogni colore si espande e si adagia negli altri colori/ per
essere più solo se lo guardi", poi divenuto "Ogni colore si espande e si
adagia/ negli altri colori/ per essere più solo se lo guardi). Rompeva
insomma la narrazione, scoprendo un disegno metrico, sottolineando le
impressioni; ed era un tentar di vincere il realismo narrativo o
descrittivo con puri modi sonori. Venne poi l'altra riscoperta, che fu
insieme d'invenzione e di suono, cioè di essenziali ritmi. Quella era come
la preistoria della poesia di Ungaretti, questa è la storia. Lì c'era
sempre il narrare e descrivere, qui un'originaria potenza d'inventare
lirico, se pure consumato e bruciato in brevissimo. "Sorpresa d'un amore/
che riscopro/ dopo tanto/ a visitarmi". Sono i primi versi di "Casa mia",
nella lezione di Vallecchi '19 e Preda '31. E sulla fortissima parola
"sorpresa", gravano quelle determinazioni stracche ("che riscopro" "a
visitarmi"), commentandola, ritardandola. Tolti quel commento e quel
ritardo, ecco nella sua nudità essenziale il valore segreto dell'inizio
("sorpresa"), ecco misurato il tempo ("dopo tanto"), ecco dato un senso a
quell'inizio ("d'un amore"), con la forza aggiunta del tempo: nient'altro:
"Sorpresa/ dopo tanto/ d'un amore", ma ecco anche, cosa nuova, nascere, da
quell'essenzialità riguadagnata, un regolarissimo verso, un endecasillabo
intimamente pausato e perfetto: " Sorpresa dopo tanto d'un amore". Ora,
se per Ungaretti in principio era il verso, avvertito per così dire
dall'esterno, appreso dalla tradizione, non ancora ricostituito dal suo
interno; distrugge poi il verso, lo distrugge, dico, per ricomporlo dalla
polvere. E volendo creare per sé e per il lettore una libertà nella legge,
un poco alla volta riobbedisce a quella legge. I versi tradizionali,
allora, fatalmente gli riconoscono come entità intatte: il quinario, il
settenario, l'endecasillabo, il novenario arieggiante l'endecasillabo e il
quaternario, il senario, l'ottonario. Ecco il quinario ("come un/
fruscio", "sciogliere/ il canto"); il settenario ("ora/ il sereno è
chiuso", "m'illumino/ d'immenso", "ho sognato/ stanotte/ una/ piana/
striata", "che mi calca e mi/ preme col suo/ fievole tatto";
l'endecasillabo ("il cielo pone in capo/ ai minareti", "ora son ubriaco/
d'universo", "nel verde torbido/ del primo chiaro", "e come una reliquia/
ho riposato", "è il mio cuore/ il paese più straziato", "come una/ cosa/
posata/ in un angolo"), il novenario ("nel mezzo sonno/ tentennare",
"oscillo/ al canto d'una strada", "la linea/ vaporosa muore", "quando/ la
notte è a svanire", "e subito riprende/ il viaggio"), il lettore cercherà
da sé il resto: quei quaternari, quei senari, quegli ottonari. E troverà,
anche qui, nella libertà la legge. |