"Il significato delle varianti nella poesia di Ungaretti" di Giuseppe De Robertis, Mondadori, 1969

 

Hanno parlato in proposito di futurismo. Nel fondo prosastico di certe poesie, ve l'abbiamo trovato anche noi: quelle marezzature, quei colori, quegli slogamenti sintattici, quelle piccole libertà. Una realtà bruta trasferita sulla pagina. Ma già in Ungaretti abbiamo subito trovato certe riuscite quasi perfette, quelle inebriate espansioni d'anima, che sarebbero invece il giusto contrapposto del futurismo, sarebbero il salutare ricupero d'una realtà poetica e lirica, da non lasciare adito a nessun dubbio. Ancora in queste "Poesie disperse", contro "Mattutino" e "Notturno" (l'ultima strofa), "Melodia delle gole dell'orco", "Tepida vaga mattina", "Alba", stanno "Poesia", "Sono malato", "Mandolinata". Si tratterebbe dunque più che di futurismo, d'una esasperazione di quella sua volontà di riduzione e concentrazione che già ai primi anni fruttò a Ungaretti acquisti originali. Solo che, perché questi non restassero un dono gratuito, un portato del semplice istinto, egli diè allora principio alla sua fatica vera, lavorando, si può dire lui solo, per tutta una generazione. Distrusse il verso per poi ricomporlo, e cercò i ritmi per poi costruirne i metri. Tutta la musica della poesia ungarettiana, nelle sue infinite modulazioni, si sprigiona da questo suo farsi graduale, da quest'ascoltazione sempre più all'unisono con il proprio animo, di cui le varianti e rielaborazioni sono la storia illustre. Nel distruggere il verso, nel cercare i nuovi ritmi, prima di tutto mirò alla ricerca dell'essenzialità della parola, alla sua vita segreta; e, com'era necessario, a liberare la parola da ogni incrostazione sia letteraria sia fisica. Dai troppi mali essa fu insidiata, sul principio: quel crepuscolarismo, quel realismo minuto e scadente, quel colore narrativo prosastico, quei lezii. Via dunque le cadenze crepuscolari e i modi discorsivi e prosastici ("Mi è venuto a ritrovare il mio compagno arabo/che si è suicidato/ che quando m'incontrava negli occhi/ parlandomi con quelle sue frasi pure e frastagliate/ era un cupo navigare nel mansueto blu/ è stato sotterrato a Ivry/ con gli stupendi suoi sogni/ e ne porto l'ombra", "Chiaroscuro"; o ancora: "su Parigi s'addensa/ quell'oscuro colore/ di pianto/ che ci disfa gli edifici/ e ci dà/ lo specchio/ di una Senna accidiosa/ con quel suo/ indosso/ persistente fastidio/ di riflessi di lumi", "Nostalgia"). Via i legamenti che impigliavano il linguaggio analogico ("Tremante parola/ nella notte/ come una fogliolina/ appena nata", "Fratelli". Via le immagini tarde che toglievano verità e slancio all'aggettivo ("e il mare è dolce/ trema un po' come gli inquieti piccioni/ è canarino come il loro petto/ gonfio d'onda amorosa", "Levante"). Via le mille determinazioni che impedivano il vago dell'espressione ("e nell'imbuto/ dei vicoli/ non si vede/ che il tentennamento/ delle luci/ coperte di crespo", "Silenzio"). Via tutti gli impacci, per sempre toccare una sintassi fulminea, con una fulminea potenza d'invenzione.
Ma lo studio delle varianti e rielaborazioni, oltre a offrire la prova d'un'acuta, inquieta e, alla fine, vittoriosa ricerca dell'espressione, in una infinita scala di gradazioni; oltre a far quasi toccar con mano il graduale alleggerimento, fino a sparire, del mezzo dell'espressione; presta più memorabili esempi: dico che ci fa assistere al nascere della parola poetica. Non solo. Ma dalla parola poetica, così cercata e riconquistata, così nuda, così sola, si vede generarsi il ritmo; e una lettura il più possibile vicina, aderente, senza ritardi, diventa la figura di quel ritmo. Dall'esame delle varianti vedrà il lettore che cosa costò a Ungaretti questa fatica, e apprezzerà il valore d'una tal fatica. Che fu, direi, un modo di chiarire, prima a sé che ad altri, il nascere delle nuove armonie. Egli si diceva quelle parole (e pare non avesse altro scopo), secondo una metrica interna variante da lettura a lettura; e la lettura variava secondo l'animo e l'estro (basti ricordare: "Si sta/ come d'autunno/ sugli alberi/ le foglie", corretto poi in "Si sta come/ d'autunno ecc.", a precipitare quella illusiva idea di stabilità nella rapina della similitudine). Sul principio si trattò, con una dizione più spiccata, di riconoscere, nel tessuto narrativo e un poco arruffato delle prime poesie, veri e propri versi regolari, e su quella traccia alquanto esteriore riconoscere la validità di certi acquisti (come in "Tappeto": "Ogni colore si espande e si adagia negli altri colori/ per essere più solo se lo guardi", poi divenuto "Ogni colore si espande e si adagia/ negli altri colori/ per essere più solo se lo guardi).
Rompeva insomma la narrazione, scoprendo un disegno metrico, sottolineando le impressioni; ed era un tentar di vincere il realismo narrativo o descrittivo con puri modi sonori. Venne poi l'altra riscoperta, che fu insieme d'invenzione e di suono, cioè di essenziali ritmi. Quella era come la preistoria della poesia di Ungaretti, questa è la storia. Lì c'era sempre il narrare e descrivere, qui un'originaria potenza d'inventare lirico, se pure consumato e bruciato in brevissimo. "Sorpresa d'un amore/ che riscopro/ dopo tanto/ a visitarmi". Sono i primi versi di "Casa mia", nella lezione di Vallecchi '19 e Preda '31. E sulla fortissima parola "sorpresa", gravano quelle determinazioni stracche ("che riscopro" "a visitarmi"), commentandola, ritardandola. Tolti quel commento e quel ritardo, ecco nella sua nudità essenziale il valore segreto dell'inizio ("sorpresa"), ecco misurato il tempo ("dopo tanto"), ecco dato un senso a quell'inizio ("d'un amore"), con la forza aggiunta del tempo: nient'altro: "Sorpresa/ dopo tanto/ d'un amore", ma ecco anche, cosa nuova, nascere, da quell'essenzialità riguadagnata, un regolarissimo verso, un endecasillabo intimamente pausato e perfetto: " Sorpresa dopo tanto d'un amore".
Ora, se per Ungaretti in principio era il verso, avvertito per così dire dall'esterno, appreso dalla tradizione, non ancora ricostituito dal suo interno; distrugge poi il verso, lo distrugge, dico, per ricomporlo dalla polvere. E volendo creare per sé e per il lettore una libertà nella legge, un poco alla volta riobbedisce a quella legge. I versi tradizionali, allora, fatalmente gli riconoscono come entità intatte: il quinario, il settenario, l'endecasillabo, il novenario arieggiante l'endecasillabo e il quaternario, il senario, l'ottonario. Ecco il quinario ("come un/ fruscio", "sciogliere/ il canto"); il settenario ("ora/ il sereno è chiuso", "m'illumino/ d'immenso", "ho sognato/ stanotte/ una/ piana/ striata", "che mi calca e mi/ preme col suo/ fievole tatto"; l'endecasillabo ("il cielo pone in capo/ ai minareti", "ora son ubriaco/ d'universo", "nel verde torbido/ del primo chiaro", "e come una reliquia/ ho riposato", "è il mio cuore/ il paese più straziato", "come una/ cosa/ posata/ in un angolo"), il novenario ("nel mezzo sonno/ tentennare", "oscillo/ al canto d'una strada", "la linea/ vaporosa muore", "quando/ la notte è a svanire", "e subito riprende/ il viaggio"), il lettore cercherà da sé il resto: quei quaternari, quei senari, quegli ottonari. E troverà, anche qui, nella libertà la legge.


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