"Messaggio per un'aquila che si crede un pollo" di Anthony De Mello, Ed. Piemme, 1999

 

Non bisogna neppure sottovalutare il cosiddetto condizionamento culturale. Vi ho detto che le parole sono limitate, ma ho qualcosa da aggiungere. Esistono parole che non corrispondono a niente. Per esempio, io sono indiano. Ora, supponiamo che sia prigioniero di guerra in Pakistan e i pakistani mi dicano: "Bene, oggi ti porteremo alla frontiera, per farti dare un'occhiata al tuo paese". Così, mi portano alla frontiera, io guardo al di là del confine e penso: "Oh, il mio paese, il mio magnifico paese. Vedo dei villaggi, degli alberi, delle colline. Questo è il mio paese natale!" Dopo un po' una delle guardie mi dice: "Scusa, abbiamo fatto un errore. Dobbiamo spostarci di altre dieci miglia". A cosa stavo reagendo io? A niente. Mi concentravo su una sola parola: India. Ma gli alberi non sono l'India: gli alberi sono alberi. In effetti, non esistono confini né frontiere: sono stati posti in essere dalla mente umana, per lo più da politici avidi e stupidi. Il mio paese, una volta, era uno solo: adesso sono diventati quattro. Se non stiamo attenti, potrebbero diventare sei. Allora avremmo sei bandiere, sei eserciti. Per questo non mi vedrete mai fare il saluto a una bandiera. Io aborrisco tutte le bandiere nazionali perché sono idoli. A cosa facciamo il saluto? Io saluto l'umanità, non una bandiera circondata da un esercito.
Le bandiere sono nella testa della gente. In ogni caso nel nostro vocabolario esistono migliaia di termini che non corrispondono affatto alla realtà. Ma quante emozioni suscitano in noi! E così iniziamo a vedere delle cose che non ci sono. Vediamo sul serio delle montagne indiane quando non esistono e vediamo davvero delle persone indiane anche se inesistenti. Il vostro condizionamento americano esiste. Il mio condizionamento indiano esiste. Ma non è una circostanza molto felice. Al giorno d'oggi, nei paesi del Terzo Mondo, si parla spesso di "inculturazione". Cos'è questa cosa definita cultura? La parola non mi soddisfa granché. Significa forse che a uno piacerebbe fare qualcosa perché è stato condizionato a farlo? Che a uno piacerebbe trovare qualcosa perché è stato condizionato a provarlo? Non si tratta forse di comportamenti meccanici? Provate a pensare ad un bambino americano adottato da una coppia russa e portato in Russia. Non ha idea di essere nato americano. Viene allevato parlando russo, vive e muore per la Grande Madre russa; odia gli americani. Il bambino ha ricevuto l'impronta della sua cultura; è impregnato di letteratura russa. Guarda il mondo attraverso gli occhi della sua cultura. Ora, se volete indossare la vostra cultura come indossate i vostri abiti, benissimo. La donna indiana porterà un sari e l'americano qualcosa di diverso, quella giapponese indosserà un kimono. Ma nessuno s'identifica coi propri abiti. Eppure voi volete portare la vostra cultura con maggiore evidenza. Diventate orgogliosi della vostra cultura. Vi s'insegna a esserne orgogliosi. Vorrei esprimere quest'idea con la maggior efficacia possibile. C'è un mio amico gesuita che un giorno mi ha detto: "Ogni volta che vedo un mendicante o un povero, non posso trattenermi dal fargli l'elemosina. Ho ereditato quest'abitudine da mia madre". Sua madre offriva un pasto a chiunque passasse dalle parti di casa sua. Io gli dissi: "Joe, la tua non è una virtù: si tratta di un comportamento coercitivo, che senz'altro, dal punto di vista del mendicante, è positivo, ma rimane pur sempre un comportamento coercitivo".
Ricordo una altro gesuita che una volta, in una riunione ristretta tra gli appartenenti alla nostra congregazione gesuita a Bombay, disse: "Ho ottant'anni; sono gesuita da settantacinque. Non ho mai saltato la mia ora di meditazione, mai una volta". Ora, la cosa potrebbe essere ammirevole, ma potrebbe anche essere una pulsione coercitiva. Non è un gran merito, se si tratta di un'azione meccanica. La bellezza di un'azione non deriva dal suo essere diventata un'abitudine, ma dalla sua sensibilità, coscienza, chiarezza di percezione e precisione di risposta. Io posso dire di sì ad un mendicante e no ad un altro. Non sono costretto ad un comportamento prefissato da alcun condizionamento né programmazione derivanti dalle mie esperienze passate o dalla mia cultura. Nessuno ha impresso un'impronta su di me o se qualcuno l'ha fatto, non reagisco più sulla base di quell'impronta.
Se si ha un'esperienza negativa con un americano o si viene morsi da un cane o si sta male a causa di un dato cibo, per il resto della propria vita si rimane influenzati da quell'esperienza. Ed è una pessima cosa! Bisognerebbe liberarsi di queste esperienza. Non portatevi dietro il fardello delle esperienze negative passate. Anzi, nemmeno di quelle positive! Imparate cosa significa vivere un'esperienza pienamente, poi lasciatela cadere e passate al momento successivo, senza subire l'influenza di ciò che è appena accaduto. Viaggereste con un bagaglio talmente leggero che passereste attraverso la cruna di un ago. Sapreste cosa significa la vita eterna, perché la vita eterna è adesso, nell'attimo presente senza tempo.
Solo così accederete alla vita eterna. Ma quante cose ci portiamo appresso! Non affrontiamo mai il compito di liberarci, di abbandonare il bagaglio, d'essere noi stessi. Mi dispiace che, dovunque vada, incontro dei musulmani che usano la loro religione, il loro culto e il loro Corano per allontanarsi da questo compito. E lo stesso vale per gli induisti e i cristiani. Riuscite ad immaginarvi un essere umano che non sia più influenzato dalle parole? Gli si potranno gettare in faccia tutte le parole che si vuole, ma lui continuerà a comportarsi in modo equanime. Gli potete dire: "Sono il cardinale arcivescovo Tizio Caio" ma lui continuerà a comportarsi come se niente fosse: vi vedrà per quello che siete. Non sarà influenzato dalle etichette. Inoltre c'è un'altra considerazione da fare: riguarda la realtà filtrata. Il presidente degli Stati Uniti deve riuscire a mantenersi in contato con i suoi cittadini. Il Papa, a Roma, deve mantenersi in contatto con l'intera Chiesa. Naturalmente, i messaggi che dovrebbero pervenire loro sono milioni, ma è ovvio che non sono in grado di riceverli tutti, e tanto meno rielaborarli, personalmente. Hanno quindi intorno a sé delle persone di fiducia che redigono di riassunti, rielaborano il materiale, lo controllano, lo filtrano e, alla fine, qualcosa arriva sulla loro scrivania. Ebbene, è proprio quello che accade a noi. Attraverso ogni poro o cellula vivente del nostro corpo e attraverso tutti i nostri sensi, siamo in contatto con la realtà, ma non facciamo altro che filtrare le cose. Chi esegue quest'operazione? Il nostro condizionamento? La nostra cultura? La nostra programmazione? Il modo in cui c'è stato insegnato a guardare e vivere le esperienze? Anche il nostro linguaggio può essere un filtro. Viene tutto filtrato talmente tanto che talvolta non vediamo delle cose che sono davanti al nostro naso. Basta dare un'occhiata ad un paranoico: si sente costantemente minacciato da qualcosa che non c'è, interpreta sempre la realtà in termini di certe esperienze trascorse o dei condizionamenti che ha subito.
Ma c'è un altro demone responsabile di questa filtrazione. Si chiama attaccamento, desiderio, bramosia. La radice del dolore è la bramosia. La bramosia distorce e distrugge la percezione. Le paure e desideri ci perseguitano. Quando eravamo giovani, siamo stati drogati in molti modi. Siamo stati educati ad avere bisogno delle persone. Per che cosa? Per essere accattati, approvati, apprezzati, applauditi, per quello che definivano successo. Ma queste sono parole che non corrispondono alla realtà. Cos'è successo? E' quello che a giudizio di un certo gruppo è una cosa positiva. Ma un altro gruppo potrebbe decidere che la stessa cosa è negativa. Ciò che è bene a Washington potrebbe essere considerato male in un monastero certosino. Il successo, in una cerchia politica, potrebbe essere considerato fallimento in altre cerchie. Sono tutte convenzioni, eppure le trattiamo come se fossero la realtà stessa, non è vero? Quando eravamo giovani, eravamo programmati per l'infelicità. C'insegnavano che per essere felici bisogna avere denaro, successo, un pater di bell'aspetto, un buon lavoro, amicizia, spiritualità, Dio e chi più ne ha più ne metta. Se non avrete queste cose, ci dicevano, non potrete essere felici. L'unico modo per cambiare è modificare il proprio modo di capire le cose. Ma che cosa significa capire? Come ci si deve comportare? Osservare come schiavi dei diversi vincoli; tentiamo disperatamente di riorganizzare il mondo in modo da poterli mantenere, perché il mondo li minaccia costantemente. Temo che un amico smetta di volermi bene; potrebbe scegliere qualcun altro al mio posto. Devo continuare a rendermi interessante per tenerlo vincolato a me. Qualcuno mi ha convinto, con un lavaggio del cervello, che ho bisogno del suo amore. In realtà, però, non è così. Non ho bisogno dell'amore di alcuno: ho solo bisogno di entrare in contatto con la realtà. Ho bisogno di uscire da questa mia prigione, da questa programmazione, da questo condizionamento, da queste false convinzioni, da queste fantasie. Ho bisogno di tuffarmi nella realtà. La realtà è splendida, è deliziosa.


  http://www.rottanordovest.com/