Da "e Mozart" di Tommaso Dell'Era, Schena Editore, 1991

Insegna la sociologia della letteratura che il periodo di maggior rischio, per la sopravvivenza storica di un autore, è quello dei decenni immediatamente successivi alla sua morte. Ma c’è chi non corre rischi del genere, per la malinconica ragione che l’oblio non può colpire chi è già comunque ignorato.
   A qualcuno, però, inopinatamente la fortuna arride post mortem. E’ accaduto a Tomasi di Lampedusa, Morselli, Satta: ben più povera sarebbe, senza di loro, la letteratura italiana del secondo Novecento. Un po’ più povera forse continua ad esserlo, senza Tommaso Dell’Era.    Qualche cenno biografico su questo scrittore. Nasce a Bari nel 1927, trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Modena, poi fa rientro alla città di origine; erano gli anni della guerra, perde il padre. Concluso il liceo cerca un impiego, lo trova al Genio civile; nel frattempo studia all’università, si laurea in lettere con Mario Sansone. Nessun evento di rilievo anche dopo: il matrimonio, i figli, il lavoro; l’età che avanza, i nipoti, la pensione. Nel 1994 si manifesta il male che lo porterà via, tre anni dopo. Funerali laici, per viatico le note del K477 di Mozart (“il più bel canto che mai la morte abbia ascoltato”, l’aveva definito in un suo libro). I suoi libri, dunque. Quattro pubblicati in vita, tutti da Schena di Fasano: Un ficcanaso, 1969; I cari baresi, 1971; e Mozart, 1991; I cavalieri di san Nicola, 1992.
   Un ficcanaso esce nel 1969, l’autore ha quarantadue anni: alquanto tardiva come prova di esordio, se tale realmente fosse. Di fatto Dell’Era aveva incominciato a scrivere assai prima: versi soprattutto, cui man mano s’erano andate affiancando esperienze narrative; forse intorno ai trentacinque anni, tacque il poeta, ne prese definitivamente il posto lo scrittore. Dell’Era fu critico severo di sé stesso, salvò poco della produzione giovanile in prosa e nulla di quella poetica (ma Attilio Momigliano aveva apprezzato i suoi versi).    Prima opera della maturità, Un ficcanaso, dunque, piuttosto che opera prima. E’ il racconto di un viaggio compiuto dall’autore, due concitate settimane in giro per l’Italia, piene zeppe di luoghi, incontri, emozioni, quasi per trafugare al tempo la maggior vita possibile. Perché Dell’Era è conscio della sua finitezza ma vuole affermarla sino in fondo, altro non chiede che di riempire di vita il mucchio d’anni avuto in sorte: "Felice del guazzabuglio di sensi che mi fanno amare questa vitaccia; questa vitaccia che, mettila come vuoi, è mia e non mollo: cicca fra miriadi di falò, ma cicca che io solo aspiro."    L’opera, estranea com’era all’industria letteraria, passò quasi inosservata. I pochi che la lessero furono concordi nell’apprezzarla, Giancarlo Vigorelli la salutò come uno dei migliori libri del momento, poi tutto finì lì. Dell’Era aveva in preparazione un volume di racconti – ne fa anche cenno in Un ficcanaso – ma dentro gli urgeva un nuovo lavoro: doveva narrare della sua terra, scrisse I cari baresi. Apparso nel 1971, il libro è un indulgente pamphlet, ove l’autore “castigat ridendo mores” dei suoi concittadini (e, in controluce, quelli della borghesia nazionale dell’epoca). Ma è anche un’opera di forte sensibilità antropologica: "Il barese non è un meridionale verace. Ha del sud i riflessi svegli, la bocca aperta alla risata e la tasca alla bisboccia, il culto dell’amicizia, della famiglia, dei morti; ma non ha del sud il languore, l’ira sanguigna, il genio doloroso. Ha del nord l’intraprendenza, l’arrivismo, l’effettiva realtà delle cose; ma del nord non ha la frigidità dei rapporti umani. E’ progressista e conservatore, a metà strada fra il pragmatismo occidentale e la saggezza orientale." Come Un ficcanaso, anche I cari baresi ebbe pochi lettori; con la differenza che, dato l’argomento locale (sfuggiva il respiro più ampio), suscitò sì un minimo di interesse, ma solo nella città. Tommaso Dell’Era aveva dato il meglio di sé in quei due libri, ma per uscire dall’anonimato questo non bastava. Capì, toccò con mano che il mercato editoriale è appunto un mercato, e lui non era fatto per produrre merce. Furono anni di silenziosa amarezza, che spesso traspare nelle opere di quel periodo. Ma c’era il conforto della musica. Che non era solo un hobby, e nemmeno una passione: era la sua stessa strada, lo sarebbe stata se la vita non l’avesse lasciato orfano a sedici anni. Adesso dunque avrebbe scritto di musica – un libro su Mozart. Furono anni di studio, letture sterminate, tutto ciò che riguardasse il musicista e il suo tempo. Anni di viaggi, ricognizioni nei luoghi mozartiani, dai più noti ai più impensati. Nel 1991 esce e Mozart. Una congiunzione all’inizio del titolo, minuscola per di più, richiama due termini da congiungere. Ma quale il primo? Lo definisce l’autore, nella quarta di copertina: "Ah, il Settecento. Una musica l’Europa. Ai punti cardinali: Londra Napoli Parigi Pietroburgo, nell’infinità dei punti intermedi. Cantavan tutti: i mercanti nelle contrattazioni, le servette nell’accapigliarsi; i penitenti nella confessione, i preti nell’assoluzione; il boia sul palco, il condannato sul ceppo. E cantava l’estinto nel mortorio. Sonavan tutti: l’arpa o il colascione, il cembalo o il putipù. In cantina e sui tetti, nei lupanari e sui sagrati. Nelle regge. Gli stessi sovrani, fra una successione e una spartizione, staccavano dalla panoplia il loro strumento, trillavano arie fra un’allocuzione e un’orazione: da Sua Maestà Prussiana, Fritz flautista, a Sua Maestà Asburgica, la mater matuta cantatrice… e Mozart" Mozart e il Settecento, dunque, secolo della musica oltre che secolo dei lumi. E tuttavia la spiegazione convince solo in parte: resta, in quell’e Mozart, la suggestione sottile di qualcosa in sospeso, l’ultima vibrazione di una nota cessata. Tommaso Dell’Era scrive di musica da letterato e narra di un viaggio lungo i percorsi mozartiani, da Napoli a Vienna, alla ricerca dell’uomo e del musicista. Dalla visita dei luoghi scaturisce una biografia, tanto singolare quanto non cronologicamente ordinata; emergono ipotesi e osservazioni; nasce un saggio, una serie di piccoli saggi sulle persone e sull’ambiente. Tutto questo all’interno di una cornice che raccorda passato (la vita di Mozart) e presente (il viaggio dell’autore). L’opera sembra così collocarsi in una sorta di zona franca tra scrittura e musica, cronaca e storia, analisi e racconto: viene alla mente il Mittelglied pensato da Goethe, il felice “luogo di mezzo” sintesi di ogni processo artistico e culturale.
   Anche e Mozart ebbe vita difficile. Qualche critico musicale lo lesse, l’apprezzò; pochi altri lettori, poi basta.    Ma Tommaso Dell’Era era già alle prese con il suo quarto libro, I cavalieri di san Nicola che scriverà e darà alle stampe in pochi mesi. E’ un racconto lungo, la rievocazione storica e fantastica, commossa e sorridente del cosiddetto “sacro furto”, il trafugamento delle reliquie di san Nicola. Protagonisti dell’impresa furono sessantadue marinai, ma l’autore preferisce chiamarli cavalieri perché s’avventurarono in una giostra rischiosa che, se vinta, li avrebbe premiati con le spoglie del santo. Accurata la struttura psicologica dei personaggi, e l’opera tuttavia ne risulta corale: le singole caratteristiche ricompongono nel loro insieme una mentalità collettiva, i cavalieri del Dell’Era parlano, pensano e si muovono in nome di un unico popolo. Ritratti fedeli di un’anima tutta barese, attori e autori di quell’epopea un po’ truffaldina che è stata, nella storia della città, la traslazione di san Nicola.
   Gli ultimi anni furono di inesausta scrittura, e in questa egli depositò forse le sue prove più alte; ma non è qui che si possa considerare la produzione inedita. Piuttosto, rimane da chiedersi, esiste una logica complessiva nei quattro libri pubblicati in vita? Chi scrive è di questo avviso. Allineati l’uno accanto all’altro, paiono infatti comporsi in un’architettura chiusa, simmetrica, stilisticamente omogenea: un libro di viaggi seguito da uno scritto sulla sua città; un lungo silenzio e poi ancora un libro di viaggi; a ridosso, un’altra opera di argomento barese. Si parte per tornare, recita un vecchio adagio, forse la chiave di volta è lì. Alfredo Dell’Era.

Da "e Mozart": "Novant'anni di ardori. Cherchez la femme? Non basta. Cherchez le diable. Erano di casa da queste parti; si accovacciavano fra i ruderi di quei palasi, apparivano ai preti se indossavano la stola durante una tempesta, e notturni guizzavano nel lago senza fondo. Tempi felici in cui un buon Diavolo, con il codazzo di pitoni e pitonesse, si caricava della croce del male, prima che un tal Freud - vero diavolo, quello! - riportasse lo zolfo nella sua naturale caverna.
Ma questo non c'entra. Il diavolo in corpo ce l'avevi tu, e per quasi un secolo te ne ha fatte combinare di cotte e di crude. Lo sappiamo da fonti non sospette, ché nelle Memorie - condite di citazioncelle edificanti, un Montaigne tascabile - ti dipingi a dolorose tinte, vittima dei malvagi, olocausto d'Amore. Non sempre conti frottole: ti limiti a tacere la verità. E così nascondi l'origine ebrea (tranne, s'intende, quando monti in sella, per via di quell'osel tutto cappella). Eravate ebrei. Ma un bel giorno il tuo vedovo babbo s'invaghì di una verginetta cristiana e pensò bene di salutare il ghetto per scaldarsi al nuovo focolare; impacchettò il suo Jahve e lo consegnò pentito nelle mani del vescovo. Del quale assumesti il cognome, e il nome per contentino: eccoti battezzato Lorenzo Da Ponte - nemesi o razzia napoleonica, sparito il fonte battesimale. Sedevate ormai all'agape, ma il sullodato babbo ti volle prete, perché cristallina sembrasse la novella fede e non foste chiamati marrani. Seminario a Cèneda, lì, di fronte alla Loggia. E a Portogruaro: trafila degli ordini minori, esorcista, vicerettore,sacerdote.
Una soda cultura in testa, e un tabarro sulle spalle, propizio per incontri furtivi in stazione eretta, baldoria a Venezia. Evvivano i ventiquattro anni! Ora a Treviso, professore di retorica nel Seminario, insegnamenti che puzzano al Magistrato dei Riformatori: reprimenda, espulsione. Ritorno a Venezia, dove fai lega con Casanova, oddìo! Immemore della vocazione paterna, mangi prosciutto il venerdì, diserti la messa e, quando capiti in chiesa, anzi che incenso fiuti rose, tocchi giuncata anzi che messali. Alloggi presso un lavorante di piume, gli soffi la moglie: soffia che soffia, si gonfia il piumino e ti scuce una fantolina, sollecitamente allogata nella vetrina degli Esposti. Rapisci la dama, la meni in casa di un parente: si aprono le danze (a pagamento, s'ha pur da campare: gli uomini in contanti, le donne in natura): tu che in frac talare, dirigi l'orchestrina sonando il violino. Altri due fantolini, e ti piove sul capo un'ingrata denuncia. Il Magistrato della Bestemmia avvia un processo. La sentenza: quindici anni di bando dalla Dominante. Ma t'eri già bandito per conto tuo a Gorizia. Rivalità arcadiche, minacce concrete. Cambi aria.
A Dresda. Con Mazzolà, traducendo e adattando testi teatrali, scopri la tua vocazione; e scopri due fanciulle che feriscono, ferite, parimenti il tuo cuore. Messo alle strette di una scelta matrimoniale, preferisci tagliare la corda. A Vienna, "poeta dei teatri imperiali": 1781-1791: il decennio di Mozart. Una festa d'opera! Ma la dipartita del sovrano protettore t'induce a sloggiare. Verso Parigi; insieme con Anna Grahl, la bella Nancy che, sposata o no, ti sarà sempre accanto e ti darà cinque figli. Tappa a Dux, dove il vetusto Casanova s'era messe le pianelle di bibliotecario. Ti consiglia le puritane acque del Tamigi; sulla Senna, Monsieur Simon cominciava a far la corte alla Vedova. A Londra, tredici anni. Poeta del teatro italiano. Tempo libero: libraio, appaltatore della buvette teatrale, tipografo. La solita gente di malaffare ti manda in subisso. Obelisco di cambiali: che paghi, per il tuo spirito francescano. (Fra i predatori assolverei il solo Foscolo che, se ti ha sgraffignato camicie di lusso, l'avrà fatto per infilarle alle Grazie.) Quando langue lo spirito francescano, lo ritempri nelle angliche galere. Una rimpatriata per scritturare cantanti. Ancora a Londra, peggio di prima. Un salto sulla prima nave in partenza per il Nuovo Mondo, urla e bastoni dei creditori alle calcagna.
Le Memorie. "Omnia nunc dicam, sed quae dicam, omnia vera." Così le suggelli. Falso, naturalmente. Dovevi pur difenderti dalle malelingue che insudiciavano il tuo buon nome: e fai l'Aristidetto e lo Scipioncino. Ma quando l'intento autoapologetico non è di freno, quando puoi essere sincero; quando, vissuto o sognato, ti lasci dire quello che hai nel cuore, sfiori la poesia. L'ostessina tedesca, i colloqui d'amore, galeotto il vocabolario. Il ritorno a Cèneda, di sera, venti anni dopo: l'abbraccio al vecchio padre; il mattino, tutta la famiglia intorno al letto, a spargerlo di frutta e di fiori; l'intero paese che si affolla festoso al portone. Il culto dell'amicizia. Il pianto, lo sdegno per la caduta di Venezia.
Il Nuovo Mondo. Trentatré anni di frenetica attività. Droghiere, distillatore, cappellaio; impresario di qualsiasi fallimentare impresa. Un "giovinastro" che i colpi della sorte non fiaccano, che sa ridere di se stesso quando con "poetica mano" pesa il tè, versa un goccetto a un carrettiere. Editore-conferenziere-professore, per l'affermazione della nostra lingua in America, dove, puoi ben dirlo, "io fui il primo a introdurla, a diffonderla, nobilitarla, e a non risparmiare spese, cure e fatiche per istabilirla". Il teatro. Te lo sbarca a New York, il 1825, la compagnia di Manuel Garcia. Rossini. E Mozart? Proponi a Garcia il Don Giovanni. "Se abbiam personaggi bastanti" risponde "diamolo presto; è la prima opera del mondo." Si dà e, quarant'anni dopo, riascolti commosso il tuo Don Giovanni. Sarebbe ora, a settantasei anni, di mettersi le pianelle, come Casanova. C'è tempo. Manca a New York un teatro d'opera: promuovi una sottoscrizione, bussi a tutte le porte, t'inguai per raccogliere la sommetta necessaria. Inauguri la Italian Opera House a ottantaquattro anni. Cinque anni più tardi, perché non puoi farne proprio a meno, cacci l'ultimo respiro. Fastosi funerali, ceneri ben presto disperse. Non disperso il tuo nome. Resterai fra i caporioni di quella banda, quei giramondo dal pronto ingegno, truffaldini e generosi, ribelli e lecchini, immersi nella vita fino alla gola. Testimoni, campioni: non di un'Italia, che non c'era: di un'italianità antica e sempre giovane.
Le tre sorelle. Pochissime pagine su Mozart (anzi, Mozzart: se Galiani l'ha infranciosato, tu l'hai iperintedescato; gli altri lo impreziosivano di h, d, t); e anche lui ti ricorda una sol volta nelle lettere. Pochissime pagine, mentre ti dilunghi su Salieri e su Martini, un Martìn y Soler. Lasciamoli in pace. "Io non posso mai ricordarmi senza esultanza e compiacimento che la mia sola perseveranza e fermezza fu quella in gran parte a cui deve l'Europa e il mondo tutto le squisite vocali composizioni di questo ammirabile genio." Sbruffone? Non direi. Nell'estate '89 l'imperatore, dissanguato dalla guerra contro i turchi, aveva decretato la chiusura dell'Opera italiana. A te "entrò nella testa l'ardito pensiero di fargli cangiare consiglio". E glielo facesti cangiare. Pochi mesi dopo fu rappresentato il Così.
I libretti. Tre piccoli capolavori, tre saldi legni nel procelloso oceano dell'opera. Destinati a essere piccoli capolavori. Una trilogia d'amore. E tu eri maestro dell'amore. La tua coscienza di poeta di teatro. Sapevi bene che il libretto, per sua stessa natura, ha una diversa prosodia: non rimette e strofette che il musicista, spinte o sponte, doveva tradurre in note; non versi per musica: versi di musica. Scene che non siano semplice ingresso dei nuovi personaggi; concertati che non siano confuso coro, ma intreccio di singole, vitali voci. Una tavola insomma, imbandita per la vorace fantasia del musicista.
I libretti. Se mai riuscissimo a liberarci dalla suggestione, a leggere un'aria, un duetto, senza che imperioso si sovrapponga il canto di Mozart, apprezzeremmo maggiormente la bellezza dei versi. Nella loro tensione alla musica, si sono liberati da ogni scoria, esaltando le tue doti: la felicità di una lingua che ha poche rivali nella produzione teatrale del 700 e dell'800.
Il Figaro. Doppiato abilmente il capo di Giuseppe II, come non era riuscito a Schikaneder, hai sfrondato Beaumarchais. Liberi da contingenti situazioni storiche, ogni uomo ogni donna, la sua lotta, il suo Amore; e Cherubino, l'Amore stesso, il farfallone che batte le lusinghe delle sue ali or su questo or su quello: e su di sé, vittima della propria malia.
Il Don Giovanni. Rubato dal deschetto di un "ciabattino drammatico" (ma un ciabattino che avrebbe avuto per insegna di bottega Il matrimonio segreto), l'hai rattoppato, lustrato: che calzasse a Wolfgang come a Cenerentola.
Così fan tutte. Spietato congegno, inventato e manovrato da te, in cui roteano frivole figurine, roteano fino a perdersi nel loro stesso vortice.
Tre opere di cui la Fortuna ha voluto te non indegno sgabello."

 

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