Da "L'identità segreta - Supereroi e dintorni" di Alessandro Del Gaudio, Edizioni Il Foglio, 2003


Ricordo chiaramente il primo giorno che strinsi un fumetto tra le mani, o meglio il giorno che cominciai a leggerne uno. Era il primo numero di Uomo Ragno e correva l’anno 1991. Era stato un mio amico a prestarmelo e devo dire che la cosa avvenne per puro caso. Non ero mai stato particolarmente affascinato dai fumetti, fin da quando mio fratello cominciò a collezionare i Classici di Walt Disney. Non mi piaceva Topolino, Paperino mi faceva ridere ma trovavo le sue storie troppo ripetitive. I Supereroi, invece, sapevano come inchiodarmi alla poltrona, con le loro storie sempre a metà strada tra il sociale e il magico, capaci di rispecchiare pienamente i miei interessi. Amante della narrativa fantasy e allo stesso tempo appassionato di letteratura intimista, trovavo che quegli uomini e quelle donne, depositari di poteri incredibili quanto sconvolgenti, non riuscivano a celare la forte sensibilità che stava dietro a quella maschera che quando non era reale era comunque metaforicamente calata sulla loro vita.
I primi furono i Supereroi Marvel, decisamente più attenti al cambiamento dei tempi, come avrei scoperto più oltre. La Marvel aveva letteralmente mandato in crisi la sua diretta concorrente, quella DC Comics che i vari Stan Lee e Jack Kirby guardavano ogni giorno dall’altra parte della strada pensando a come estrometterne il modello. E in effetti ci riuscirono, perché la formula "Superuomini con superproblemi" congegnata da Stan Lee propose una nuova concezione di paladino della giustizia. I personaggi della Marvel erano meglio inseriti nei problemi della società, uomini qualunque costretti a confrontarsi con un amore non corrisposto o con gli insuccessi sul lavoro, e magari con alle spalle situazioni familiari di miseria e desolazione. Poi, improvvisamente, entrava in scena un episodio che cambiava la loro vita: il morso di un ragno, una fuga di raggi radioattivi, un incidente sul lavoro, una bomba esplosa nel momento sbagliato. Questo avvenimento innescava una trasformazione, spesso prima fisica, ma a volte innanzitutto interiore, quella variazione di tema che portava a fare scelte difficili ma vitali. Ecco che la formula si era rivelata vincente con me come con milioni di giovani in tutto il mondo.
Il mio amico, sempre quello, mi prestò i Vendicatori, gli Alpha Flight, gli X-Men, Iron Man e via così,…la lista potrebbe essere lunga.Poi le cose cambiarono, quando mi accorsi che volevo essere anch’io utile a quel club di appassionati che abitavano nel mio quartiere e che con generosità non esitavano a fornirmi altro materiale di lettura. Notai, infatti, che nessuno comprava fumetti DC e che quindi mi era impossibile conoscere qualcosa di più sui miti di sempre - gli intramontabili Superman, Batman e Wonder Woman - sulle Lanterne Verdi e sulle origini della Lega della Giustizia. Toccava a me fare questo passo, con il disappunto di chi – a ragione – sosteneva che le vicende della prima storica casa fumettistica specializzata in Supereroi fossero più confuse e superficiali, incentrate più sull’azione che sull’evoluzione dei personaggi. Comprai numerosi volumi per pura curiosità, soprattutto di quel Batman che ancora oggi per me resta il mito irraggiungibile.
Se abbandonai e rivendetti parte del mio patrimonio fumettistico non fu per ripensamento, ma per colpa dei manga. Il fumetto giapponese aveva cominciato a invadere letteralmente le edicole, prima per mano della compianta Granata Press e poi sotto il marchio della Star Comics, la stessa casa editrice che pubblicava in quegli anni i prodotti Marvel. Il fenomeno dei manga fu, col tempo, fiutato da molti, assumendo pian piano la connotazione che oggi conosciamo e che non sorprende più nessuno. In pratica, Goldrake era tornato dai meandri dell’infanzia per prendersi la rivincita sui benpensanti. All’inizio la cosa mi emozionò non poco, perché come molti ignoravo l’esistenza dei fumetti giapponesi. Chi sapeva che alle spalle dei cartoni animati che avevano reso indimenticabili interi pomeriggi trascorsi davanti al televisore ci fossero quelle tavole disegnate con un tratto più semplice ma ugualmente piacevole? Mentre sto scrivendo penso all’anno in corso, il 2003, quello della vera consacrazione dei maestri nipponici, con la vittoria, da parte di Hayao Miyazaki, dell’Oscar per il Miglior Film d’Animazione, di fronte ai colossi hollywoodiani. Durante l’università la passione per il fumetto non mi abbandonò, spingendomi a leggere le storie della Bonelli e di altre, poche, case editrici italiane. Prima Dylan Dog, poi Nathan Never, Esp, Dampyr, Satanik. Un buon motivo è anche da ricercare dietro alla collaborazione, che prosegue tuttora, con la rivista Nuovo Progetto, per la quale ho curato dal 1997 al 2001 la rubrica del fumetto. Questo lavoro mi ha permesso di documentarmi continuamente e cercare nuovo materiale di lettura per presentare un articolo al mese. Ma se adesso mi trovo a dedicare un saggio a questo argomento – cosa che non avrei mai creduto possibile fino a un mese fa – è perché la voglia di parlare di "eroi di china" non è ancora passata. Sarà per il rimpianto di non essere mai stato bravo a disegnare, sarà per il semplice desiderio di fare ordine tra quelle migliaia di tavole che ho letto in questi dodici anni, sarà per nostalgia di quei pomeriggi trascorsi a voltare pagina, con la voglia di farlo ancora, senza stanchezza. Il fatto è che i Supereroi sono tornati a far parlare di sé al cinema, così di fronte al dilagare dei saggi scritti dagli esperti – o da chi si ritiene tale -, in genere ostinatamente incentrati sui soliti nomi e i soliti argomenti, ho deciso di scriverne uno anch’io, da appassionato, sperando di offrire ai lettori qualcosa di nuovo.


©  Alessandro Del Gaudio 


 

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