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 Attingendo a diari e carteggi in gran parte inediti,
Serena De Dominicis ci porge un profilo nitido e affascinante dell’esuberante pittrice e scultrice lituana
Antonietta Raphaël Mafai (1895-1975) che restituisce un profilo dell’artista fedele ed esaustivo, basato sull’intreccio
tra vicende biografiche ed artistiche della pittrice e scultrice lituana, moglie del pittore Mario Mafai. Moglie del pittore Mario Mafai e protagonista della Scuola di via Cavour, Antonietta Raphaël Mafai ha contribuito a ravvivare la situazione artistica romana di fine
anni Venti, con il suo originale bagaglio culturale di ebrea russa, inglese d’adozione, mediterranea per istinto.
Serena De Dominicis, storica e critica d’arte ha studiato alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma. Attualmente è caporedattore della rivista “Arte e
Critica”.
Serena De Dominicis "Antonietta Raphaël Mafai - Artista visionaria e
concreta", Selene Edizioni, 2006
Pare sia morto sulla soglia di casa il rabbino
Simon, tradito dal cuore sotto gli occhi della piccola Antonietta, che pensava di poter rimediare abbandonandosi al sonno, capace, ne era certa, di rendere la vita all’amato padre.
Due anni più tardi, forse in coincidenza dello scoppio della rivoluzione del 1905, Antonietta Raphaël lascia la casa di legno dai pavimenti a losanghe e affronta con la madre il viaggio che dalla Lituania la porterà a Londra, dove i fratelli maggiori si sono stabiliti da tempo.
Non sappiamo molto della sua infanzia. Probabilmente nasce a Kowno, all’incirca intorno al 18951. “All’incirca” poiché l’artista, dotata di
genuina immaginazione, crea intorno a sé piccole incertezze riguardanti quei dati comunemente considerati alla base della ricostruzione di una biografia. Per tutta la vita gioca a modificare
nome e data di nascita, creando intorno a sé l’alone di fascinoso mistero che ancora oggi la avvolge. Antonietta o Antoinette, Raphaël,
Raffael, Raphaël De Simon – di certo un patronimico – e più tardi Raphaël Mafai, nell’acquisizione del nome del marito Mario Mafai, sono le varianti di un cognome esotico dalle origini ignote perse nei forse di un’infanzia nebulosa in cui possiamo addentrarci solo attraverso i suoi rari ricordi. Nessun’altra fonte.
Verosimilmente il giorno dei suoi natali cade il 29 di luglio – data in cui festeggerà sempre il compleanno – nella famiglia del rebbe chasidim Simon, studioso del Talmud, al quale la moglie Caterina Horowitz di Vilnius ha già dato quattordici figli. Antonietta è la più piccola,
“necomale” è il suo soprannome.
Nel primo decennio del XX secolo la Lituania è parte dei domini del vasto impero russo governato dallo Zar Nicola II che, impegnato nella
decisa politica di russificazione ereditata dal predecessore, attua una legislazione particolarmente dura nei confronti delle minoranze, comprendente anche il saccheggio a danno degli ebrei. Dei terribili pogrom, le spedizioni condotte dall’esercito cosacco contro gli
shtetlakh, Antoinette dimostra avere qualche reminiscenza nel ricordo infantile dei festeggiamenti annuali della pasqua ebraica che rimembra la fuga dall’Egitto: quando, a un certo punto della cerimonia, bisogna aprire la porta al profeta Elia, papà Simon incoraggia Antoinette ad avvicinarsi all’uscio per accogliere il profeta. Lei ubbidisce e, intimidita, sporge il naso nel buio della notte gelida con il timore di essere aggredita.
Nonostante tutto, fino alla Prima guerra mondiale vivono in territorio russo circa cinque milioni di ebrei di lingua yiddish, disseminati nei numerosi shtetlakh e nelle piccole città,
affrancati dalla segregazione nei ghetti solo nel 1917. Questi villaggi, per lo più chiusi in se stessi, costituiscono un immenso patrimonio fatto di poesia, teatro, musica, “rappresentativo di una purezza esente dalle contaminazioni con la cultura europea, con la cultura dei
nonebrei”2, ed è su questo substrato che Raphaël costruisce il suo personale linguaggio polifonico.
In assenza di immagini che rappresentino il sacro e nello scarso interesse “per il rapporto fra la realtà e l’immagine”, la cultura visiva ebraica è fatta di prestiti ed elaborazioni di fonti iconografiche altre, mentre il veicolo privilegiato dell’immaginazione è da sempre la magia delle
parole, capace di reinventare una realtà generalmente opprimente, quella dei ghetti e di una diffusa avversione cui è possibile sottrarsi incoraggiando le menti all’evasione nel sogno. Anche per questo era consuetudine raccontare, ai bambini e non solo, le favole della tradizione, parabole, leggende e storie fantastiche appartenenti nella maggior parte a una tradizione orale antichissima, dallo spunto moralistico, pedagogiche ma anche d’intrattenimento, volte a mascherare l’inquietudine di un’esistenza precaria3.
Questa terapeutica attitudine alla fantasticheria si somma, nella personalità di Antonietta
Raphaël, all’essenza visionario-onirica attribuita alla creatività russa. “La visionarietà interiore è una forza di cui si nutre da sempre l’arte russa, dalle antiche icone alle imponenti tele della stagione realista, anche laddove l’ordine e l’intenzione descrittiva paiono avere il sopravvento,
rivelandosi tuttavia incapaci di sopprimere quel bisogno di appagamento mistico che soltanto la spiritualità profonda e innocente del sogno può raggiungere”4. Parole che si adattano perfettamente al caso di Raphaël e invitano a tracciare un parallelo con Wassilj Kandinskij, Marc
Chagall o Mikalojus Ciurlionis (come lei originario di Kowno, l’antica Kaunas) sulla base di una
comune “anima russa”, più presente in lei di quanto non si sia soliti ricordare a causa del prematuro trasferimento a Londra.
Eppure, come spesso è stato sottolineato, Raphaël è, come la stessa Russia, punto d’incontro di Oriente e Occidente.
Ai primi del Novecento, quando Antoinette sbarca in Inghilterra, Londra è una meta ambita dagli ebrei d’oriente e ospita già una folta comunità tenacemente attaccata alle proprie radici, nutrita dalle schiere di esuli in fuga dall’Est, pronti a stabilirsi nella zona dell’East End o a proseguire alla volta degli Stati Uniti. Gli immigrati preservano in modo speciale la loro mame-loshn (lingua madre), lo yiddish, sufficiente a farli sentire a casa, cui affiancano gli idiomi locali necessari per comunicare con “gli stranieri”. Lo yiddish è soprattutto l’espressione più immediata della tradizione, spesa nella letteratura come nel teatro. Quest’ultima in particolare è un’attività tenuta in grande considerazione dalla popolazione semita, tanto da scegliere un luogo come il Pavillion Teatre di Whitechapel per la rappresentazione di drammi di
Gogol, Checov, Strindberg e Tolstoij in lingua, l’unico in cui sia stato rappresentato anche l’Amleto di Shakespeare nell’idioma degli ebrei orientali.
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