Mi chiedo
cosa spinga un essere umano, sano di mente, nel pieno delle sue facoltà
mentali, libero da ogni sorta di costrizione politico-religiosa,
beneficiario di una libertà garantita da una moderna carta
costituzionale, ad alzarsi una mattina e a pensare di essere nientepopodimenoché:
POETA!
Uomini,
donne, piccoli, grandi, ignoranti come capre, ingeneri nucleari,
professori universitari, financo bancari, tutti - dico TUTTI - son buoni
(oggi) a scrivere una poesia.
Anche di scrittori ce ne sono a iosa. Quasi tutti i miei amici hanno
scritto almeno un romanzo e, cosa ancor più stupefacente, l' hanno
pubblicato; magari a spese proprie, ma l 'hanno pubblicato.
Alcuni scalano addirittura le vette dei best sellers con cose immonde,
insulse, prive contenuto, di bellezza e di originalità. Ma continuano
imperterriti, tra una presentazione e un premio letterario a dimenarsi
tra le onde della verità, restando inspiegabilmente a galla. Nel
comportarsi come se scrittori lo fossero davvero, recitando il ruolo
alla perfezione, cominciano prima a convincere loro stessi, dopo i
familiari, poi il resto del mondo. Con i nonni pare che sia facilissimo.
Le mogli o le compagne, soprattutto quelle in odore di essere
abbandonate da un momento all'altro (e queste sono forse la
maggioranza), nella consapevolezza che ciò che è stato scritto non sia
propriamente il capolavoro della letteratura contemporanea (anzi forti
proprio di questo) si ricavano in fretta e furia, cogliendo la palla al
balzo, il delicatissimo e preziosissimo ruolo di press-agent e public
relations sperando diventi velocemente indispensabile e garantisca loro
una sorta di credito che servirà come utile deterrente al momento
fatidico dall'abbandono con l'arrivo dell'immeritato successo, quando i
mariti conosceranno vip e grandissimi pezzi di gnocca che al massimo
potranno portarsi a letto de temps en temps, ma che certo non
potranno rendere degne del loro cognome, visto che ormai il mondo intero
SA quanto le loro compagne storiche abbiano lavorato solo per amore.
Lasciando le loro donne al momento della riscossione dei plausi, dopo
tutto quel giubilante lavoro, i nuovi vip scoprirebbero la loro vera
natura imperdonabilmente stridente con il personaggio costruito
abilmente, fatto di buoni sentimenti e belle parole. E le loro donne lo
sanno, per questo, con il compagno ancora intento all'esecuzione
dell'opera, già confezionano la gabbia, l'inferno, la prigione in cui
far marcire vita natural durante, LUI, questo popò d'artista!
Vendicative e cattive dentro, eppure angeli del focolare, compagne
esemplari, archetipi di fedeltà e di amore nel bene e nel male, le
riconoscerete tutte in prima fila, a batter le mani, a intrattenere gli
ospiti. Instancabili organizzatrici, raggianti, orgogliose e sicure i
nostri modelli di devozione sanno di essere finalmente là, ma
soprattutto di poterci rimanere. In una parola: donne. E quindi
conseguentemente regine indiscusse nell'arte del ricatto morale!
Comunque
sia, pur in tutto lo squallore, l'inconsistenza del contenuto,
l'evidente e totale assenza di anche un seppur minimo graffio di
evocazione e di introspezione, un romanzo è pur sempre un romanzo.
Una storia, anche minima, anche scema, da raccontare deve esserci. I
capitoli e le pagine vanno comunque riempite. Insomma, un briciolo di
lavoro, deve essere fatto per scrivere un romanzo.
Ma una
poesia?
Una
poesia si scrive, a Dio piacendo, in un batter di ciglio.
Basta mettere tre parole in croce, facendo ben attenzione a che non
vogliano dire assolutamente NIENTE, che il gioco è fatto.
La poesia contemporanea non necessita di metrica, di stile, di rima. E'
proprio facile farne una. Finta, ma comunque una poesia. C'è poco da
fare. E' così.
Cosa,
alla fine, può distinguere, uno sproloquio senza senso, scritto in
forma poetica (cioè poche parole separate da qualche a capo) da una
poesia vera?
Non ci è proprio dato sapere.
Alzarsi quindi una mattina e improvvisarsi "poeti" è opera
alquanto facile.
Trovi
"poesie" un po' ovunque.
Sui muri delle sale d'aspetto delle stazioni ferroviarie, nei cessi
delle scuole, annidate negli SMS, in internet, recitate da improvvisati
attori catapultati in uno sudicio studio televisivo ricavato nel garage
della nonna.
Come ti giri ne trovi una.
Sono
tutte uguali queste poesie di plastica.
Sembra che nascano sempre dalla tristezza.
Ci avete fatto caso?
Ecco dev'essere quello.
Quando uno si sente triste pensa di essere diventato poeta.
Il poeta soffre.. giusto? Altrimenti che poeta è?
Più sono
tristi, più scrivono. Più scrivono e più diventiamo tristi noi.
Per forza, c'è poco da stare allegri.
In quello riescono davvero.
Ti trasmettono un senso di vuoto, di bruttezza e di squallore tanto
forte che alla fine ti intristisci anche tu che leggi. Per un'altra via
da quella sperata, ma succede comunque.
Quando
poi te le portano la cosa è davvero imbarazzante.
Chi non ha avuto un amico, o un'amica (generalmente queste pacchianate
la fanno le donne) che in un momento difficile non vi abbia portato una
poesia da leggere scritta per l'occasione?
Ti
porgono il foglio come dire: "leggi un po', che artista che sono,
che parolone, che sentimento.. ma quanto avrò sofferto?"
E tu, a
quel punto, tra l'uscio e il muro, la leggi e sei costretto anche a
"fare la faccia".
Fare la faccia in queste occasioni è abbastanza facile, a me, devo
ammettere, dopo anni di esercizio, viene piuttosto bene.
Reclino
il capo, leggo lentamente a voce bassa, rallento tantissimo soprattutto
quando arrivo alla fine e riconsegno il foglio con mano tremante, lo
sguardo perso nel vuoto, facendo finta di essere troppo commossa, senza
parole.
Che sono
senza parole non è proprio vero.
Però non parlo, penso.
Penso: "Ma perché non ti impicchi e mi esci da rompere i coglioni
con queste stronzate?"
Ma non lo dico, come tutti non lo dico.
La vergogna per i poeti è così grande che me ne sto zitta facendo
finta di essere al culmine della mia emozione, e sbaglio.
Sì sbaglio e di molto anche. Sbagliate anche voi se non dite niente.
Così facendo alimentiamo un problema. Questi si convincono di essere
stati bravi e il giorno dopo ce ne riportano altre due di poesie. Questi
foglietti imbrattati si riproducono come virus. Arriverà il momento che
non potendo venire da voi i nuovi poeti vi telefoneranno e ve le
reciteranno per telefono. Che palle!
Oddio, lì è meglio, non c'è da fare la faccia, basta stare zitti.. ma
certo è una perdita di tempo considerevole.
Se
arrivassero oggi gli extraterrestri sulla terra sicuramente
penserebbero, vedendo la maestosità di ogni genere di opera d'arte del
passato, che il nostro pianeta fino agli inizi di questo secolo sia
stato popolato da una forma di vita particolarmente intelligente e
raffinata. Poi, a causa di un meteorite, dello scioglimento dei ghiacci,
di una qualche catastrofe cosmica, questa popolazione sia
improvvisamente scomparsa per lasciare il posto a dei barbari che si
autodefiniscono "genere umano".
Accidenti
all'arte moderna, a questa smania di esprimersi come si può, a questa
voglia di comunicare a tutti i costi.
Uno da' una martellata a un pezzo di marmo, gli appiccica un titolo
assurdo tipo: "il perdono della sera" e dice di aver fatto una
scultura.
Piglia una tela, ci rovescia quattro barattoli di tinta e pensa di
essere Van Gogh.
Non c'è
più forma, garbo, perizia, sapienza. Basta solo volerlo.
E ora anche accidenti a tutti.
A questa cavolo di democrazia, a questa strafottuta libertà di
espressione che è diventata solo un teatro a disposizione del ridicolo.
Perché tutta questa pateticità e miseria intellettuale vengono
celebrate, se non in alcuni casi, addirittura protette? Miseri figli
d'arte che scimmiottano i padri cavalcando l'onda di un nome che
elegantemente e meritatamente ancora solca gli oceani del nostro
immaginario collettivo trascinato a infangarsi in acquitrini piccoli e
immondi.
Imploro
quindi tutti i miei più cari e sensibili amici di starsene
dignitosamente al loro posto e a non provocarmi pesanti e ingestibili
momenti d'imbarazzo.
Non state a dipingere o a comporre. Per piacere non scrivete, e se
proprio vi scrivete addosso non scrivete poesie!
"Poesia" è una parola grossa.
Rispettate chi vi ha grandiosamente preceduto e chi vi sta davanti.
Abbiate pietà di me.
Io non vi ho chiesto niente se non di sparire nell'oblio.
© Nicoletta Cursi
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