"I poeti che brutte creature (ogni volta che parlano è una truffa)" di Nicoletta Cursi



Mi chiedo cosa spinga un essere umano, sano di mente, nel pieno delle sue facoltà mentali, libero da ogni sorta di costrizione politico-religiosa, beneficiario di una libertà garantita da una moderna carta costituzionale, ad alzarsi una mattina e a pensare di essere nientepopodimenoché: POETA!
Uomini, donne, piccoli, grandi, ignoranti come capre, ingeneri nucleari, professori universitari, financo bancari, tutti - dico TUTTI - son buoni (oggi) a scrivere una poesia.
Anche di scrittori ce ne sono a iosa. Quasi tutti i miei amici hanno scritto almeno un romanzo e, cosa ancor più stupefacente, l' hanno pubblicato; magari a spese proprie, ma l 'hanno pubblicato.
Alcuni scalano addirittura le vette dei best sellers con cose immonde, insulse, prive contenuto, di bellezza e di originalità. Ma continuano imperterriti, tra una presentazione e un premio letterario a dimenarsi tra le onde della verità, restando inspiegabilmente a galla. Nel comportarsi come se scrittori lo fossero davvero, recitando il ruolo alla perfezione, cominciano prima a convincere loro stessi, dopo i familiari, poi il resto del mondo. Con i nonni pare che sia facilissimo. Le mogli o le compagne, soprattutto quelle in odore di essere abbandonate da un momento all'altro (e queste sono forse la maggioranza), nella consapevolezza che ciò che è stato scritto non sia propriamente il capolavoro della letteratura contemporanea (anzi forti proprio di questo) si ricavano in fretta e furia, cogliendo la palla al balzo, il delicatissimo e preziosissimo ruolo di press-agent e public relations sperando diventi velocemente indispensabile e garantisca loro una sorta di credito che servirà come utile deterrente al momento fatidico dall'abbandono con l'arrivo dell'immeritato successo, quando i mariti conosceranno vip e grandissimi pezzi di gnocca che al massimo potranno portarsi a letto de temps en temps, ma che certo non potranno rendere degne del loro cognome, visto che ormai il mondo intero SA quanto le loro compagne storiche abbiano lavorato solo per amore. Lasciando le loro donne al momento della riscossione dei plausi, dopo tutto quel giubilante lavoro, i nuovi vip scoprirebbero la loro vera natura imperdonabilmente stridente con il personaggio costruito abilmente, fatto di buoni sentimenti e belle parole. E le loro donne lo sanno, per questo, con il compagno ancora intento all'esecuzione dell'opera, già confezionano la gabbia, l'inferno, la prigione in cui far marcire vita natural durante, LUI, questo popò d'artista! Vendicative e cattive dentro, eppure angeli del focolare, compagne esemplari, archetipi di fedeltà e di amore nel bene e nel male, le riconoscerete tutte in prima fila, a batter le mani, a intrattenere gli ospiti. Instancabili organizzatrici, raggianti, orgogliose e sicure i nostri modelli di devozione sanno di essere finalmente là, ma soprattutto di poterci rimanere. In una parola: donne. E quindi conseguentemente regine indiscusse nell'arte del ricatto morale!
Comunque sia, pur in tutto lo squallore, l'inconsistenza del contenuto, l'evidente e totale assenza di anche un seppur minimo graffio di evocazione e di introspezione, un romanzo è pur sempre un romanzo.
Una storia, anche minima, anche scema, da raccontare deve esserci. I capitoli e le pagine vanno comunque riempite. Insomma, un briciolo di lavoro, deve essere fatto per scrivere un romanzo.
Ma una poesia?
Una poesia si scrive, a Dio piacendo, in un batter di ciglio.
Basta mettere tre parole in croce, facendo ben attenzione a che non vogliano dire assolutamente NIENTE, che il gioco è fatto.
La poesia contemporanea non necessita di metrica, di stile, di rima. E' proprio facile farne una. Finta, ma comunque una poesia. C'è poco da fare. E' così.
Cosa, alla fine, può distinguere, uno sproloquio senza senso, scritto in forma poetica (cioè poche parole separate da qualche a capo) da una poesia vera?
Non ci è proprio dato sapere.
Alzarsi quindi una mattina e improvvisarsi "poeti" è opera alquanto facile.
Trovi "poesie" un po' ovunque.
Sui muri delle sale d'aspetto delle stazioni ferroviarie, nei cessi delle scuole, annidate negli SMS, in internet, recitate da improvvisati attori catapultati in uno sudicio studio televisivo ricavato nel garage della nonna.
Come ti giri ne trovi una.
Sono tutte uguali queste poesie di plastica.
Sembra che nascano sempre dalla tristezza.
Ci avete fatto caso?
Ecco dev'essere quello.
Quando uno si sente triste pensa di essere diventato poeta.
Il poeta soffre.. giusto? Altrimenti che poeta è?
Più sono tristi, più scrivono. Più scrivono e più diventiamo tristi noi.
Per forza, c'è poco da stare allegri.
In quello riescono davvero.
Ti trasmettono un senso di vuoto, di bruttezza e di squallore tanto forte che alla fine ti intristisci anche tu che leggi. Per un'altra via da quella sperata, ma succede comunque.
Quando poi te le portano la cosa è davvero imbarazzante.
Chi non ha avuto un amico, o un'amica (generalmente queste pacchianate la fanno le donne) che in un momento difficile non vi abbia portato una poesia da leggere scritta per l'occasione?
Ti porgono il foglio come dire: "leggi un po', che artista che sono, che parolone, che sentimento.. ma quanto avrò sofferto?"
E tu, a quel punto, tra l'uscio e il muro, la leggi e sei costretto anche a "fare la faccia".
Fare la faccia in queste occasioni è abbastanza facile, a me, devo ammettere, dopo anni di esercizio, viene piuttosto bene.
Reclino il capo, leggo lentamente a voce bassa, rallento tantissimo soprattutto quando arrivo alla fine e riconsegno il foglio con mano tremante, lo sguardo perso nel vuoto, facendo finta di essere troppo commossa, senza parole.
Che sono senza parole non è proprio vero.
Però non parlo, penso.
Penso: "Ma perché non ti impicchi e mi esci da rompere i coglioni con queste stronzate?"
Ma non lo dico, come tutti non lo dico.
La vergogna per i poeti è così grande che me ne sto zitta facendo finta di essere al culmine della mia emozione, e sbaglio.
Sì sbaglio e di molto anche. Sbagliate anche voi se non dite niente.
Così facendo alimentiamo un problema. Questi si convincono di essere stati bravi e il giorno dopo ce ne riportano altre due di poesie. Questi foglietti imbrattati si riproducono come virus. Arriverà il momento che non potendo venire da voi i nuovi poeti vi telefoneranno e ve le reciteranno per telefono. Che palle!
Oddio, lì è meglio, non c'è da fare la faccia, basta stare zitti.. ma certo è una perdita di tempo considerevole.
Se arrivassero oggi gli extraterrestri sulla terra sicuramente penserebbero, vedendo la maestosità di ogni genere di opera d'arte del passato, che il nostro pianeta fino agli inizi di questo secolo sia stato popolato da una forma di vita particolarmente intelligente e raffinata. Poi, a causa di un meteorite, dello scioglimento dei ghiacci, di una qualche catastrofe cosmica, questa popolazione sia improvvisamente scomparsa per lasciare il posto a dei barbari che si autodefiniscono "genere umano".
Accidenti all'arte moderna, a questa smania di esprimersi come si può, a questa voglia di comunicare a tutti i costi.
Uno da' una martellata a un pezzo di marmo, gli appiccica un titolo assurdo tipo: "il perdono della sera" e dice di aver fatto una scultura.
Piglia una tela, ci rovescia quattro barattoli di tinta e pensa di essere Van Gogh.
Non c'è più forma, garbo, perizia, sapienza. Basta solo volerlo.
E ora anche accidenti a tutti.
A questa cavolo di democrazia, a questa strafottuta libertà di espressione che è diventata solo un teatro a disposizione del ridicolo. Perché tutta questa pateticità e miseria intellettuale vengono celebrate, se non in alcuni casi, addirittura protette? Miseri figli d'arte che scimmiottano i padri cavalcando l'onda di un nome che elegantemente e meritatamente ancora solca gli oceani del nostro immaginario collettivo trascinato a infangarsi in acquitrini piccoli e immondi.
Imploro quindi tutti i miei più cari e sensibili amici di starsene dignitosamente al loro posto e a non provocarmi pesanti e ingestibili momenti d'imbarazzo.
Non state a dipingere o a comporre. Per piacere non scrivete, e se proprio vi scrivete addosso non scrivete poesie!
"Poesia" è una parola grossa.
Rispettate chi vi ha grandiosamente preceduto e chi vi sta davanti.
Abbiate pietà di me.
Io non vi ho chiesto niente se non di sparire nell'oblio.

© 
Nicoletta Cursi 

 

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