"Il mito dell'infantilismo compie 100 anni" di Maurizio Crippa, 2004

 

Dovete convincervi che sarebbe difficile seguire le avventure di Peter Pan se non conoscete a menadito i Giardini di Kensington, che si trovano a Londra, dove vive il re". Da qualche parte in riva al Tamigi c'è un mondo parallelo, "un posto tremendamente grande con centinaia e centinaia di alberi", eppure "delimitato da un lato da una interminabile colonna di autobus sui quali la vostra bambinaia ha una completa autorità". Da una parte c'è il confine del Serpentine e del Long Water; ma dall'altra ecco l'albero di Cecco Allocco, dove Cecco perse un penny e cercandolo ne trovò due. Un luogo che fin dalle prime righe di "Peter Pan nei Giardini di Kensington" sta sospeso a metà, tra il dato topografico e lo scavalcamento del suo senso stretto. Un mondo in cui ci si muove come sulla tavola del Monopoli, come il Re dei Giardini di Marvin nel vecchio film di Bob Rafelson.
Un mondo parallelo della fantasia. Oppure anche un mondo recluso, reietto, invisibile alle convenzioni borghesi e alle bambinaie vittoriane, il mondo archetipo di ogni (piccolo) popolo in lotta contro il potere reale, quello degli adulti. Infatti il luogo fatato in riva al Tamigi c'è chi lo ha interpretato anche così. E siccome si parla di favole, non è detto che avesse torto del tutto. Sulla mappa del Monopoli dei Giardini di Kensington "dove vive il re" (o per meglio dire dove era nata la regina Vittoria), adesso c'è anche la statua di Peter Pan, che è il vero Re dei Giardini di Kensington. Nato pure lui nei paraggi, esattamente cento anni fa, il 27 dicembre del 1904. Nato anzi, per la precisione, sette giorni prima, il 20 dicembre dunque: poiché all'età di sette giorni - come sanno tutti i piccoli lettori - sentendosi trascurato dalla mamma, Peter se ne uscì dalla finestra e se ne tornò svolazzando nel regno da cui era venuto, ai Giardini di Kensington. Deciso a non crescere più.
E in verità, fedele al proposito, da allora Peter Pan è rimasto bambino, bambino ormai vecchio di un secolo tondo. Cent'anni passati a trascinare con sé, fuori dalle finestre e dalla realtà dei grown-up, intere generazioni di adulti-bambini che non sono cresciuti mai. Proveremo a spiegare il perché.
Quando andò in scena per la prima volta il 27 dicembre 1904 al Duke of York's Theatre in St. Martin's Lane, "Peter Pan o il bambino che non voleva crescere" era solo una "fantasia in cinque atti", uno dei soliti spettacoli natalizi per bambini di buona famiglia, insomma lo "Shrek 2" di cento anni fa e nessuno, tanto meno il suo autore, immaginava il successo che avrebbe ottenuto e quello che più tardi sarebbe successo. Il suo autore si chiamava James Matthew Barrie, era un giornalista-scrittore scalcinato e di qualche talento, aveva quarantadue anni e dietro di sé una biografia peterpanesca al limite del contorto, o diciamo pure del morboso. Attorno al suo personaggio lavorava in verità già da parecchio tempo, il magico Peter era già apparso in un racconto del 1902, "Peter Pan nei Giardini di Kensington", incastonato nel romanzo "L'uccellino bianco". Per vederlo diventare libro autonomo bisognerà invece attendere la prima edizione del 1906, quella con le bellissime e melanconiche illustrazioni di Arthur Rackham, che forse prima e meglio di tanti altri aveva colto, di quella scoppiettante storia di fate, le mille ambiguità. Per dirne una, al debutto 1904 Barrie volle, fortissimamente volle, che fosse un'attrice, una giovane donna, a interpretare il ruolo nominalmente maschile di Peter.
Sicuramente meno avvertiti di Rackham, da allora milioni di bambini si sono cullati e divertiti nel mondo incantato di Peter Pan, si sono identificati nella sua natura capricciosa, egocentrica, intollerante, nella sua "voglia di spassarsela" tra pirati e indiani e misteri della jungla (Peter Pan è anche uno straordinario catalogo turistico dei luoghi magici della fantasia infantile), lontano dal mondo dei grandi e soprattutto dalla (paurosa) prospettiva di crescere. Complice anche, ovviamente, il rilancio che della favola di Barrie fece, dopo un certo periodo di appannamento tra gli anni 30 e 40, il film di Walt Disney del 1953, che impose definitivamente una versione baloccosa e caramellosa del "bambino che non voleva crescere".
Ma più ancora, sono state generazioni di adulti ad essersi fatte passare sotto il naso, o sottopelle, senza accorgersi di nulla, quello che era destinato a diventare un archetipo del Novecento, il mito per eccellenza dell'infantilismo e del rifiuto del principio di realtà. Mito di cui in tutto il mondo si celebra ora, spensieratamente va da sé, il centenario. Non che il nocciolo della questione sia sfuggito a tutti, certo.
Dai filosofi ai pedagogisti agli studiosi di letteratura per l'infanzia, è lunga la schiera degli intellettuali che si sono applicati alle interpretazioni della creatura di Barrie, con una netta prevalenza degli psicanalisti e dei simbolisti delle devianze sessuali e della crescita, non senza fondati motivi ("Perché sei scappato", chiede Wendy a Peter. "Perché ho sentito papà e mamma parlare di quello che sarei dovuto diventare quando fossi stato uomo").
Nel 1983, lo psicologo Dan Kiley pubblicò un saggio, "The Peter Pan Syndrome" (in italiano "Gli uomini che hanno paura di crescere"), in cui metteva sotto osservazione, attraverso la "Sindrome di Peter Pan" SPP), quello strano mondo di adulti-bambini che - almeno nel famoso occidente - iniziava a essere ormai sotto gli occhi di tutti. Di tutti quelli che lo volessero e vedere, almeno. Kiley ne individuava una delle radici nelle disfunzioni dei modelli educativi ("I genitori permissivi hanno fatto sì che i bambini si convincessero che le regole, nel loro caso, non si applicassero mai"). Ma ovviamente le cause della diffusione della sindrome sono molto più varie e complesse. Francesco Cataluccio, nel suo recente saggio "Immaturità - La malattia del nostro tempo" (Einaudi) ne ha tracciato un catalogo ampio e suggestivo, nel quale il folletto di Kensington Garden ha un ruolo simbolico centrale, seppure non decisivo.
Ma come un vero Capitan Uncino arcinemico di Peter l'immaturo, Cataluccio non risparmia stoccate di primissima lama: "Se Peter Pan è il simbolo di un fenomeno che è cresciuto sempre di più negli ultimi cento anni, cioè l'ostinata volontà di rimanere bambini, Peter Pan ci dice anche qualcosa di più inquietante: abbiamo perso i genitori come modelli, i punti di riferimento saldi, siamo stati abbandonati a noi stessi, il mondo degli 'adulti' appare sempre più un inferno, meglio dunque fermarsi sulla soglia, rifiutare di entrarci".
E ancora: "Irresponsabilità, ansia da abbandono, solitudine, narcisismo sono le caratteristiche del personaggio Peter Pan".
Ma a giudicare dall'amore che nel mondo degli adulti circonda il divin folletto - da Patty Pravo a Lou Reed passando per Steven Spielberg - questa percezione drammatica del mito non sembra aver fatto breccia.
Eppure per capirne qualcosa di più basterebbe tornare ai Giardini di Kensington, alla statua dedicata al suo Re Peter Pan. E ricordarsi delle parole che Barrie, diventato Sir James, si lasciò sfuggire contrariato quando nel 1912 levarono il lenzuolo dal simulacro della sua creatura: "Non vi traspare il demone che è in Peter". Non lo presero sul serio, ovviamente, come il borgomastro e i genitori di Hamelin non presero sul serio il Pifferaio, che dopo i topi gli portava via tutti i bambini verso la sua isola dei morti, il luogo senza ritorno. La sola Isola che non c'è per i Bambini Perduti. Invece Sir James non mentiva. Il ragazzino volante che aveva creato e che tutti, per generazioni, abbiamo scambiato per un innocuo folletto, tutt'al più lo stucchevole moccioso in calzamaglia della variante disneyana, è in realtà un demone. Esattamente come i Ragazzi Perduti sono, alla lettera, creature "senza cuore".
Quando nacque, Peter Pan non era però soltanto questo. Era anche l'espressione educativa di una società che scopriva l'infanzia come territorio autonomo. O come "potenziale per il futuro". E la letteratura inglese di fine Ottocento era decisamente all'avanguardia nella sua funzione pedagogica. In Peter c'era anche, come ha scritto Antonio Faeti - docente di Letteratura per l'infanzia a Bologna e massimo nume tutelare italiano degli studi del settore - una certa componente politica, larvata e sublimata finché si vuole, sintetizzabile nel rifiuto dell'età adulta come più generale rifiuto delle sue regole sociali, economiche e politiche.
L'Ottocento era o non era stato un secolo di carbonari, invisibili nel loro mondo parallelo? Un secolo di sognatori di Giovini Italie, e di martiri "giovani e forti"? E non fu del resto, il principe Edoardo, la massima incarnazione politica di un Peter Pan prima impossibilitato a crescere, a diventare re, e poi, una volta sul trono, impossibilitato a restarci dalla sua natura errabonda e infantile? Insomma esiste un filone del peterpanismo politico che dall'Ottocento arriva fino ai figli dei fiori e alla fantasia al potere e anche più in là, in un'allegra ed eterna fuga nei boschi della politica intesa come un gioco da Robin Hood.
Ma il demone di Sir James era qualcosa di più. Lui stesso, del resto, è parte di quello che potrebbe essere un racconto gotico e fantastico. Lo vedremo ricostruito, in modo attendibile e forse appena un po' celebrativo, nel film di Marc Forster "Finding Neverland", in uscita a febbraio, che intreccia la vicenda biografica di Barrie e quella della sua più celebre fiaba. A dare volto a Sir James è Johnny Deep, forse fin troppo bello e bamboccione per incarnare il tabagista nevrastenico, irrimediabilmente schiacciato dal culto della madre, segnato fin dall'infanzia dalla morte del fratello David, dunque il primo dei Bambini Perduti, annegato in un lago ghiacciato; il James Barrie nato in Scozia e cresciuto nel culto dei classici e di Robert Louis Stevenson, giunto a Londra senza un quattrino per vendere scritti di costume e racconti per ragazzi; l'adulto incompiuto Barrie, naufrago in età già matura fra le carrozzine dei Giardini di Kensington, dopo un matrimonio con ogni evidenza fuori dalla sua portata (anche sessuale), che ai giardini incontra i "bambini perduti" di un'altra coppia e da allora ne fa il centro di tutto il suo universo sentimentale, in un curioso ménage a trois platonico, O per meglio dire ménage "3+5". Infatti saranno i cinque figli di Sylvya du Murier e dell'avvocato Davies conosciuti a Kensington i suoi amici e i suoi modelli, le sue fonti di ispirazione. E dopo la precoce morte dei genitori (quante morti precoci nella storia di Peter Pan), Barrie li adotterà tutti e cinque. Non avranno comunque vite felici, uno morirà in guerra, due di loro si suicideranno.
"Non vi traspare il demone che è in Peter". Basterebbe cercarlo. Al di là dell'icona disneyana. La rivista di letteratura per l'infanzia Hamelin, un quadrimestrale nato a Bologna attorno al magistero di Antonio Faeti, ha dedicato tempo fa un numero monografico a "Il secolo di Peter Pan". In uno degli articoli, Giorgio Cusatelli analizza approfonditamente la natura di "demone" che il personaggio nasconde in sé. A partire dal suo viaggiare a cavalcioni di una capra e dal suo chiamarsi Pan, come il fallico satiro dei boschi, suonatore di flauto - come anche Peter - e cantore cosmico. Ma anche diffusore del panico e amante di ninfe rapitrici di bambini. Mito boschivo e notturno, tellurico e a tratti feroce, Pan come Peter Pan è insomma tutt'altro che l'asessuato e rassicurante bambino in calzamaglia della tradizione disneyana. E anzi pone più di qualche problema dal punto di vista della sua sessualità. Nello stesso numero di Hamelin, Vittorino Andreoli scrive ad esempio che "il peterpanismo è innanzitutto la rinuncia al vigore del pene". E sarebbe argomento da specialisti se quell'idea di sessualità labile e indefinita, di timore del diventare adulti, anche nel senso di capaci di generare, non fosse uno dei tratti più comuni nella nostra società, specie giovanile (gli esempi in cronaca li lasciamo tutti ad Annalena e alle sue inchieste vecchio stile). Riprendiamo invece Andreoli: "Abbiamo di recente individuato la 'sindrome da impotenza per disinteresse del pene': c'è ma lo si dimentica, perché crea troppi limiti alla vita e a quella visione ancora fatata… Il pene pone delle regole alle relazioni tra ragazzi e ragazze… in un mondo di adulti che se usano il pene lo usano in maniera impropria e certo non per mettere al mondo bambini".
Peter Pan ci parla insomma di un mondo che preferisce la dimensione bambina. Come disse una volta Michael Jackson in un'intervista (è l'unica volta che lo citiamo): "Pensandoci bene non è il bambino in carne e ossa che mi piace. E' l'idea di bambino e di bambinità".
Perché non è questione di pedofilia, per quanto il binomio pedofili-Peter Pan sia uno dei preferiti da sessuologi e psicanalisti, ma indubbiamente riduttivo e pure noioso per tutti gli altri. La verità è che la stessa risposta di Michael Jackson la potrebbero dare tre quarti dei genitori di oggi. Non solo quelli che inseguono un figlio in provetta, ma anche quelli "tradizionalisti", che i figli li fanno "nature", tanto poi al massimo quando si stufano li frullano in lavatrice.
Eppure Peter rimane nell'immaginario di tutti come un esempio infantile genuino e positivo. E' il bambino che rifiuta di crescere perché ha i suoi buoni e nobili motivi: vuole preparare per sé e per i suoi compagni un mondo migliore, di contro a quello arido e senza slanci del cuore e della fantasia in cui vivono i grandi. In questa chiave, un maestro della fantasia sociale come Steven Spielberg ha fatto di Peter Pan l'archetipo nascosto di molti suoi film, da "ET" a "Incontri ravvicinati". Però, forse per la sua ansia di perfettismo progressista, quando ha finalmente girato il suo "Hook" (1991), ha deciso che alla fine che il suo Peter Pan scegliesse di diventare grande, di sposarsi e (presumibilmente) di contribuire da buon liberal al miglioramento del mondo in cui viviamo. Sarà per questo che "Hook" è stato uno dei pochi flop al botteghino del re dei giardini di Hollywood? Del resto, per la serie tout-se-tien, il protagonista Robin Williams era stato poco tempo prima un più credibile e mortifero Peter Pan-Professor Keating, che diligentemente spingeva i suoi bambini-poeti morti verso la loro Isola che non c'è nell'"Attimo fuggente". Opera, del resto, di un gran peterpanista del cinema contemporaneo, quel Peter Weir che ama frequentare il terror panico e le ragazze perdute fin dai tempi di "Picnic at Hanging Rock".
Sono tanti i motivi che fanno del centesimo compleanno di Peter Pan qualcosa di più di un evento celebrativo. Davvero il Re dei Giardini di Kensington è un simbolo perfetto dell'occidente stanco - come usa dire - e incapace di ritrovare se stesso e la propria forza (pro)creativa. Nell'editoriale che introduce al "Secolo di Peter Pan", la rivista Hamelin, che pure e per quel che ne sappiamo non è certamente una fanzine teocon, scrive: "E' diventato l'icona del Novecento perché a molti livelli - individuale e collettivo, sociale e culturale - da lui in poi si è tenuto fede al suo presupposto: la possibilità da lui espressa di opposizione radicale all'adultismo, la sua ostinazione a non cambiare, a non cedere, a volere, semmai, regredire". Risultato? "Il peterpanismo applicato a un secolo e a un'intera società non ha portato affatto a generazioni di interessanti uomini-bambini… cioè a uomini forti, responsabili, maturi, però ancora capaci di stupirsi, di meravigliarsi, di essere curiosi e creativi come lo sono i più piccoli. Ha portato piuttosto a generazioni di uomini puerili, che vogliono tutto e fuggono sistematicamente da responsabilità e doveri, a uomini il cui tratto caratteristico è, se mai, fin troppo precocemente, quello, per niente bambino, del cinismo e del disincanto rispetto al mondo". Persino un sociologo francese non propriamente conservatore come George Lapassade, ha detto: "Non credo che oggi qualcuno potrebbe scrivere un romanzo come Peter Pan. Peter Pan si rifiuta di diventare adulto, ma questo non ha più molto senso nel mondo attuale, in cui non si pensa più con la categoria dell'adulto". Del resto, quando nell'Isola che non c'è i Bambini Perduti diventano adulti, violando "le regole", è Peter Pan stesso che "li sfoltisce", cioè li caccia o li fa uccidere, con un atteggiamento totalitario tutt'altro che innocente e invece rivelatore delle pulsioni di morte che allignano nel suo personaggio. Per dirla ancora con gli studiosi di Hamelin: "Nell'analizzare un secolo di sintomi di peterpanismo in tutti i campi si giunge, alla fine, a dover riconoscere che per tutti i Peter Pan che si sono susseguiti senza voler crescere, i nuovi giovani sono stati progressivamente privati della possibilità di disporre persino di una scelta in proposito: i nuovi giovani propriamente oggi non possono crescere". "La finestra era chiusa e davanti c'erano delle sbarre di ferro. Sbirciando dentro vide sua mamma che dormiva pacificamente tenendo tra le braccia un altro bambino.
Peter chiamò 'Mamma, Mamma!', ma lei non lo sentì".


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