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Con
la pace di Luneville (Francia, 9 febbraio 1801) si costruì la nuova
mappatura geopolitica del vecchio continente europeo che determinò gli
sviluppi futuri delle nascenti nazioni e stabilì i nuovi rapporti di forza
fra le maggiori potenze europee di allora (Francia, Austria, Gran Bretagna
e Spagna) per tutta la metà del secolo ed oltre. Una pace costruita
sull'onda popolare della splendida vittoria riportata dal Generale corso a
Marengo, non molto lontano da Alessandria, anche se essa si poneva sulla
medesima lunghezza d'onda del trattato di Campoformio, con cui di fatto si
concluse, il 17 ottobre 1797, la campagna di Bonaparte in Italia. Marengo,
dunque, vero capolavoro tattico del piccolo Grande comandante francese, il
cui ricordo lo accompagnerà per tutta la vita, perfino negli anni d'esilio
a Sant'Elena, quando il peso del ricordo sarà più difficile da sopportare.
In un remoto scoglio poco accessibile dal mare (se non da un punto solo) e
sperduto dell'oceano Atlantico, il 'trionfo di Marengo' funzionerà per
l'illustre Esule da salvagente psicologico, cui attaccarsi per accettare
una quotidianità abbastanza normale e scontata, priva in ogni caso di
forti emozioni. La grandezza dell'uomo misurata sul valore militare
dimostrato sul campo di battaglia in strategia, in tattica, in fiuto per
la vittoria. Dunque una pace, quella del 1801, che umilierà l'Austria
(Vienna si vedrà costretta a cedere la riva sinistra del fiume Reno alla
Francia) e sancirà la costituzione della Repubblica Cisalpina. Il nuovo
Stato si annetterà una maggiore estensione di territorio rispetto a prima
della discesa dei Francesi in Italia ed assisterà al cambiamento del nome
originario in Repubblica italiana. Talmente importante la pace di
Luneville che avrà bisogno di un'ulteriore conferma del trattato con la
pace d'Amiens (Francia, 25 marzo 1802) che sancirà la supremazia della
Gran Bretagna in Europa (la pace siglata tra Francia e Inghilterra avvenne
al settimo mese d'assedio; eppure fu ignorata fra le parti in causa.
Furono necessari ancora sei mesi perché il governatore si decidesse a
cedere la piazza: solo nel giugno del 1802 la guarnigione francese poté
entrare in Portoferraio). Perché abbiamo ricostruito questo quadro
storico? Perché l'assedio di Portoferraio (1799-1802) si concluderà
proprio grazie ad un formale accordo fra le potenze interessate, senza
alcun scontro fra due eserciti ben armati (se pure la campagna abbia
previsto lacrime e spargimento di sangue da una parte all'altra dei
contendenti). In forza di ciò, a partire da questo periodo, la maggiore
isola della Toscana, per la prima volta nella sua storia, sarà unificata
sotto il vessillo tricolore francese. Il Granducato sarà consegnato al
Duca di Parma e al sovrano Ferdinando, detronizzato, sarà promesso un
risarcimento in Germania. Un drastico cambiamento di rotta politica che dà
la misura di quanto sia cambiato il vento. Nessuno, alla morte del
granduca Gian Gastone avvenuta nel 1737 senza eredi, avrebbe ipotizzato
una simile parabola discendente. La corona era passata a Francesco Stefano
di Lorena per effetto del trattato di Vienna. Il Granducato fu governato
da un Consiglio di Reggenza, fino all'arrivo a Firenze del figlio Pietro
Leopoldo nel 1764. Furono gli anni di tutta una serie d'importanti riforme
fra cui anche la nuova Costituzione (non ci fu tempo di attuarla però). Da
ricordare l'abolizione della tortura, dell'Inquisizione e della pena di
morte che porrà la Toscana all'attenzione dell'Europa. Comincia però in
questo periodo un lento declino per Portoferraio che si materializza con
la diminuzione della guarnigione e con il trasferimento della Marina a
Livorno. Nel 1790 il testimone di governo del Granducato passò da Pietro
Leopoldo (diventerà imperatore d'Austria) al figlio Ferdinando. Nel 1794
l'alito della rivoluzione arriva in Darsena medicea con qualche migliaio
di realisti scampati all'assedio repubblicano di Tolone, trasportati da
bastimenti inglesi. Fu la contromossa della corona inglese alla
risoluzione di Bonaparte di occupare Livorno. Ecco come ci si arrivò. Nel
1796 il generale Bonaparte, al comando dell'Armata d'Italia su incarico
del Direttorio francese, l'organo supremo di governo della Repubblica
Francese, passò le Alpi e scese in Italia; si scontrò per prima contro i
Piemontesi vincendoli; poi annientò gli Austriaci, per spostarsi infine
più a sud della Penisola con l'intenzione di occupare Livorno, porto
d'interesse strategico e base per le operazioni belliche nel Tirreno del
nord. E' chiaro che l'iniziativa dei movimenti futuri è nelle sue mani. La
Gran Bretagna, per reazione, fece la mossa nello scacchiere dell'alto
Tirreno d'inviare la propria flotta a Portoferraio, per lasciarla
nell'aprile 1797, dopo le proteste del granduca Ferdinando che voleva
l'evacuazione delle truppe straniere ed il ristabilimento della neutralità
del suo stato. Era il 1796 quando la flotta britannica gettò l'ancora in
rada. Al comando c'era l'ammiraglio Nelson , il quale ebbe così ad
esprimersi, riferendosi della presa di possesso di Portoferraio, in una
lettera inviata al governo britannico: "Tutti gli uomini e i vascelli sono
al sicuro a Portoferraio che per la sua ampiezza è il porto più sicuro del
mondo". Resterà in queste acque - come detto - per quasi un anno, cioè
fino a quando il Granduca non riuscirà a liberare Livorno dai Francesi. Ma
di fronte alla successiva occupazione della Toscana da parte delle truppe
francesi, il granduca Ferdinando III si vide costretto a rifugiarsi
precipitosamente a Vienna. Sta di fatto, comunque, che la situazione
metterà di fronte due grandi protagonisti della Storia del primo
Ottocento: da una parte il commodoro britannico Orazio Nelson, dall'altra
il giovane generale Napoleone Bonaparte. Scrive infatti Raffaele Ciampini:
"Per la prima volta due nomi fatali s'incontreranno e si scontreranno:
Napoleone e il suo grande antagonista sul mare". Ma c'è un'altra tesi che
viene rimarcata a proposito dell'Assedio di Portoferraio da chi si è
occupato della sua ricostruzione storica. La sua scarsa risonanza fra gli
studiosi che si dedicarono all'esame del periodo, nonostante ci fossero
tutti gl'ingredienti perché i fatti successi in questo settore del
Mediterraneo godessero di maggior attenzione. Non fosse altro per la
presenza, a Portoferraio, dell'ammiraglio Nelson, il "giustiziere" della
flotta francese, prima nella rada d'Abukir (1798) e poi a largo di capo
Trafalgar (1805). Ed anche perché, qui, si assistette ad un avvenimento
davvero importante, comune ad altre realtà similari della Penisola. Ecco
che "nell'avanzata del berretto frigio caddero ad uno ad uno tutti i
sovrani d'Italia: Pio VI detronizzato e tradotto in Francia si spense in
prigionia, mentre il millenario dominio temporale dei papi cedeva il passo
alla Repubblica Romana. La Toscana e la Repubblica di Lucca ebbero
amministrazioni democratiche, mentre il Granduca si rifugiava a Vienna
alla corte imperiale del fratello. I Savoia, protetti dalla flotta
inglese, si ritiravano in Sardegna, mentre i Borboni, sconfitti ed esuli
in Sicilia, vedevano Napoli occupata e convertito il regno nella
Repubblica Partenopea invano eroicamente osteggiata dai "lazzaroni"
popolani fautori dell'ancien règime". Una rivoluzione, dunque, epocale.
Perché, allora, è accaduta una cosa simile? Difficile trovare una
giustificazione; sta di fatto, comunque, che la circostanza è di
primissimo piano sia per gli sviluppi futuri della storia del nostro
Paese, sia per l'Europa poi. Sarà, allora come già detto, con il trattato
di Luneville, che l'Elba sarà unificata sotto un unico vessillo, quello
francese. Ma vediamo allora che cosa ha comportato un tale accordo sul
piano politico in generale e su quell'amministrativo in particolare nel
resto della nostra Penisola, per fermarsi solo agli aspetti più eclatanti
e vistosi. A Milano, per esempio, la pace venne salutata con tantissimo
entusiasmo, a cominciare con il canto del Te Deum in Duomo. Poi, in onore
di Bonaparte, Porta Ticinese fu ribattezzata Porta Marengo e il nuovo
governo stabilì di erigere un foro da intitolarsi al Primo Console
francese (sarà quello che esiste tutt'oggi, Foro Bonaparte). In segno
augurale di futuro benessere e di prosperità per la Repubblica appena
costituita furono coniate nuove monete (napoleone d'oro, marengo d'oro e
franco d'argento). Ma è soprattutto attraverso l'abolizione di qualsiasi
privilegio di casta e censo che passerà il filo rosso della rivoluzione
francese e che riconoscerà al popolo la sua sovranità nell'atto di
governarsi e di amministrarsi. A quel tempo gli abitanti dell'Elba erano
12.250 di cui 3.000 nella sola Portoferraio. Dunque, l'Isola annessa alla
Francia, fece parte della 23a Divisione militare (in un secondo tempo
passò alla 25a). Fu nominato un Commissario Generale per l'Elba e le isole
dipendenti e si crearono sei comuni: Portoferraio, Capoliveri, Rio,
Marciana, San Piero e Longone, che potevano mandare un rappresentante al
Corpo Legislativo di Parigi. Il 14 luglio 1802 gli elbani, rappresentati
dalle deputazioni comunali, prestarono giuramento alla repubblica
francese. La maggiore isola della Toscana fu in grado, dunque, di mandare
un suo delegato a Parigi. Il 3 settembre 1802 un gruppo di cittadini
elbani si recò da Napoleone per chiedere (e successivamente ottenere)
l'esenzione dal pagamento dei diritti doganali, soprattutto quelli
riguardanti il vino. Il maire Vincenzo Vantini, l'arciprete Michele
Pandolfini Barberi e il negoziante Pellegro Senno ringraziarono il Primo
Console per "il singolare benefizio che egli aveva reso al loro paese,
ritenendolo un territorio della Francia". Furono poi istituiti i prefetti
e la coscrizione obbligatoria, con la creazione del Battaglione dei
Cacciatori. Il 17 aprile 1803, nella chiesa del Carmine, sotto il
controllo del governatore Rusca si svolsero regolarmente le operazioni di
voto per la proclamazione di Napoleone Imperatore dei Francesi (su 4587
votanti, 4487 furono favorevoli). Il Codice Napoleonico entrò in vigore
nel 1805, mentre quello di Commercio avverrà nel 1808-9. Fu introdotto il
matrimonio civile. La riforma tributaria limitò le imposte dirette alla
sola contribuzione fondiaria. Il sistema giudiziario conservò
caratteristiche proprie, rispetto alla Francia; venivano infatti
pubblicate solo le leggi e i regolamenti ritenuti idonei dal commissario
generale, che aveva anche facoltà di introdurre norme di sua iniziativa.
Nel 1809 l'Elba diventò una sotto prefettura (l'unico organismo del genere
che esiste in Italia) e fu unita al Dipartimento del Mediterraneo con un
deputato nel Corpo legislativo della Repubblica, Pellegro Senno. Saranno
applicati sistemi di giustizia francesi. La scuola primaria sarà a carico
della municipalità, mentre l'insegnamento secondario potrà essere tenuto
anche da privati. Il clero dipendeva dalla diocesi d'Ajaccio e i sacerdoti
poterono continuare ad insegnare, uniformando i programmi all'insegnamento
pubblico. Ogni anno dieci giovani scelti fra i più meritevoli oppure figli
di funzionari pubblici, saranno inviati a studiare nei licei francesi. A
Portoferraio, inoltre, la dominazione francese significò la ripresa dei
lavori alle fortificazioni secondo criteri più moderni che prevedevano una
cintura difensiva costituita dal forte Saint Cloud, all'imboccatura del
porto, dal forte Saint Hilaire (forte inglese) dal piccolo forte su Monte
Albero. Infine un altro aspetto che deve essere evidenziato oltre a quelli
ricordati sopra attorno all'assedio di Portoferraio. Abbiamo ricordato che
non ha prodotto tra gli storici quell'attenzione e quell';interesse che
invece ci pare abbia rivestito per la comprensione degli avvenimenti
futuri. Tant'è che neppure i ricercatori e i laureandi in Storia
contemporanea si prendono la briga di consultare le sfilze dei documenti
che riguardano il periodo conservate nell'archivio storico del comune di
Portoferraio. L'episodio di cui ci stiamo occupando "l'assedio di
Portoferraio - potrebbe essere illuminate per studiare il 'punto di vista'
di coloro che ne hanno tramandato le gesta alle future generazioni. Perché
sono due le fonti, per così dire di prima mano, che hanno descritto gli
avvenimenti, Giuseppe Ninci, negoziante giacobino (prese parte attiva nel
tentativo d'imporre il sistema repubblicano nell'amministrazione
dell'Isola) e Vincenzo Mellini Ponce de Leon, nobile colto, conservatore,
sostenitore dei Lorena dei Borboni (dai suoi scritti, ma soprattutto nella
prefazione alla sua maggiore opera che ci ha lasciato afferma che la
Repubblica francese si presentava e si affermava tra le genti con
"prepotenza". Il "vento della rivoluzione" in terra isolana, dunque, fu
seguito da due testimoni, da due osservatori diversi. E' vero che in quel
periodo a Portoferraio esisteva una corrente giacobina; ma è altrettanto
vero che la maggior parte della popolazione isolana si schierò contro i
Francesi, seguendo l'esempio della spagnola Longone. Al punto da suscitare
le ire del Primo Console durante l'udienza già menzionata più sopra -
concessa alla delegazione elbana a Parigi, il 3 settembre 1802. Napoleone
manifestò il suo malcontento verso i Portoferraiesi, i quali, anziché
prendere la parte ostile contro la Potente e Vittoriosa Nazione francese,
dovevano piuttosto mantenersi in quella neutralità che loro conveniva. Per
questo previde delle sanzioni quali la leva di marinai e l'arresto di
alcuni ostaggi. A Portoferraio c'erano favorevoli e contrari alla
rivoluzione; due partiti, su sponde contrapposte: filo granducali e filo
giacobini; filo toscani e filo francesi. Ed ecco allora la ricostruzione
di un fatto, il saccheggio di Capoliveri, come è stato riferito da due
cronisti diversi, il Ninci e il Mellini come lo ha ricostruito Benedetto
Tusa. "Lo storico filo-giacobino racconta che, quando scoppiò il conflitto
fra Regno di Napoli e Francia repubblicana nel 1799, nel corso
dell'assedio stretto dai francesi alla piazza napoletana di Porto Longone,
nell'aprile dello stesso anno, i capoliveresi "[...] passati ai campi
francesi, invitarono gli assedianti di portarsi a Capoliveri per
approvisionarsi, e che, per contrario, massacrarono. Il tradimento di
questi, però, non andiede impunito; imperciocchè il generale Miolis [sic],
passato da Livorno a Portoferraio e che comandava le forze francesi
nell'Elba, spedì il giorno appresso [9 aprile] a Capoliveri un mezzo
battaglione di fanteria, con l'ordine di saccheggiare quella terra, e
passare a fil di spada chi si fosse opposto con le armi in mano". Nel mese
seguente, perdurando l'assedio di Porto Longone, la situazione ebbe
un'evoluzione, nel senso che i francesi tentarono di pacificare
gl'"insurgenti" , anche perché, dalle altre parti dell'isola, si erano
manifestati contemporaneamente altri focolai di contro-rivoluzione, che
rischiavano di mettere in difficoltà i giacobini. In un primo tempo, i
capoliveresi, rispetto agli altri moti reattivi, si mantennero neutrali,
ma, secondo Giuseppe Ninci, "[...] non fu però, che i capoliveresi
mancassero di maleanimo contro i francesi, ma solo non si mossero per non
troppo arrischiare alla scoperta, imperocché, armatisi i medesimi, e ben
postati alle finestre delle loro abitazioni, riceverono a colpi di fucile
un picchetto francese, che ai loro nuovi inviti si era portato ad
approvvisionarsi a Capoliveri. Questo secondo, non men del primo marcato
tradimento per parte dei capoliveresi, meritossi la giusta vendetta delle
truppe francesi. Queste la fecero di fatti, imperciocché la mattina del dì
seguente, portatesi in numero sotto Capoliveri, e circondatolo in un
momento, vi entrarono a baionetta in canna, ponendo a morte tutti quei che
si vollero opporre, e dando un sacco generale a quella terra non senza
attaccare il fuoco". |