"L'assedio di Portoferraio" di Luigi Cignoni, Iuculano Editore, 2003

 

Con la pace di Luneville (Francia, 9 febbraio 1801) si costruì la nuova mappatura geopolitica del vecchio continente europeo che determinò gli sviluppi futuri delle nascenti nazioni e stabilì i nuovi rapporti di forza fra le maggiori potenze europee di allora (Francia, Austria, Gran Bretagna e Spagna) per tutta la metà del secolo ed oltre. Una pace costruita sull'onda popolare della splendida vittoria riportata dal Generale corso a Marengo, non molto lontano da Alessandria, anche se essa si poneva sulla medesima lunghezza d'onda del trattato di Campoformio, con cui di fatto si concluse, il 17 ottobre 1797, la campagna di Bonaparte in Italia. Marengo, dunque, vero capolavoro tattico del piccolo Grande comandante francese, il cui ricordo lo accompagnerà per tutta la vita, perfino negli anni d'esilio a Sant'Elena, quando il peso del ricordo sarà più difficile da sopportare. In un remoto scoglio poco accessibile dal mare (se non da un punto solo) e sperduto dell'oceano Atlantico, il 'trionfo di Marengo' funzionerà per l'illustre Esule da salvagente psicologico, cui attaccarsi per accettare una quotidianità abbastanza normale e scontata, priva in ogni caso di forti emozioni. La grandezza dell'uomo misurata sul valore militare dimostrato sul campo di battaglia in strategia, in tattica, in fiuto per la vittoria. Dunque una pace, quella del 1801, che umilierà l'Austria (Vienna si vedrà costretta a cedere la riva sinistra del fiume Reno alla Francia) e sancirà la costituzione della Repubblica Cisalpina. Il nuovo Stato si annetterà una maggiore estensione di territorio rispetto a prima della discesa dei Francesi in Italia ed assisterà al cambiamento del nome originario in Repubblica italiana. Talmente importante la pace di Luneville che avrà bisogno di un'ulteriore conferma del trattato con la pace d'Amiens (Francia, 25 marzo 1802) che sancirà la supremazia della Gran Bretagna in Europa (la pace siglata tra Francia e Inghilterra avvenne al settimo mese d'assedio; eppure fu ignorata fra le parti in causa. Furono necessari ancora sei mesi perché il governatore si decidesse a cedere la piazza: solo nel giugno del 1802 la guarnigione francese poté entrare in Portoferraio). Perché abbiamo ricostruito questo quadro storico? Perché l'assedio di Portoferraio (1799-1802) si concluderà proprio grazie ad un formale accordo fra le potenze interessate, senza alcun scontro fra due eserciti ben armati (se pure la campagna abbia previsto lacrime e spargimento di sangue da una parte all'altra dei contendenti). In forza di ciò, a partire da questo periodo, la maggiore isola della Toscana, per la prima volta nella sua storia, sarà unificata sotto il vessillo tricolore francese. Il Granducato sarà consegnato al Duca di Parma e al sovrano Ferdinando, detronizzato, sarà promesso un risarcimento in Germania. Un drastico cambiamento di rotta politica che dà la misura di quanto sia cambiato il vento. Nessuno, alla morte del granduca Gian Gastone avvenuta nel 1737 senza eredi, avrebbe ipotizzato una simile parabola discendente. La corona era passata a Francesco Stefano di Lorena per effetto del trattato di Vienna. Il Granducato fu governato da un Consiglio di Reggenza, fino all'arrivo a Firenze del figlio Pietro Leopoldo nel 1764. Furono gli anni di tutta una serie d'importanti riforme fra cui anche la nuova Costituzione (non ci fu tempo di attuarla però). Da ricordare l'abolizione della tortura, dell'Inquisizione e della pena di morte che porrà la Toscana all'attenzione dell'Europa. Comincia però in questo periodo un lento declino per Portoferraio che si materializza con la diminuzione della guarnigione e con il trasferimento della Marina a Livorno. Nel 1790 il testimone di governo del Granducato passò da Pietro Leopoldo (diventerà imperatore d'Austria) al figlio Ferdinando. Nel 1794 l'alito della rivoluzione arriva in Darsena medicea con qualche migliaio di realisti scampati all'assedio repubblicano di Tolone, trasportati da bastimenti inglesi. Fu la contromossa della corona inglese alla risoluzione di Bonaparte di occupare Livorno. Ecco come ci si arrivò. Nel 1796 il generale Bonaparte, al comando dell'Armata d'Italia su incarico del Direttorio francese, l'organo supremo di governo della Repubblica Francese, passò le Alpi e scese in Italia; si scontrò per prima contro i Piemontesi vincendoli; poi annientò gli Austriaci, per spostarsi infine più a sud della Penisola con l'intenzione di occupare Livorno, porto d'interesse strategico e base per le operazioni belliche nel Tirreno del nord. E' chiaro che l'iniziativa dei movimenti futuri è nelle sue mani. La Gran Bretagna, per reazione, fece la mossa nello scacchiere dell'alto Tirreno d'inviare la propria flotta a Portoferraio, per lasciarla nell'aprile 1797, dopo le proteste del granduca Ferdinando che voleva l'evacuazione delle truppe straniere ed il ristabilimento della neutralità del suo stato. Era il 1796 quando la flotta britannica gettò l'ancora in rada. Al comando c'era l'ammiraglio Nelson , il quale ebbe così ad esprimersi, riferendosi della presa di possesso di Portoferraio, in una lettera inviata al governo britannico: "Tutti gli uomini e i vascelli sono al sicuro a Portoferraio che per la sua ampiezza è il porto più sicuro del mondo". Resterà in queste acque - come detto - per quasi un anno, cioè fino a quando il Granduca non riuscirà a liberare Livorno dai Francesi. Ma di fronte alla successiva occupazione della Toscana da parte delle truppe francesi, il granduca Ferdinando III si vide costretto a rifugiarsi precipitosamente a Vienna. Sta di fatto, comunque, che la situazione metterà di fronte due grandi protagonisti della Storia del primo Ottocento: da una parte il commodoro britannico Orazio Nelson, dall'altra il giovane generale Napoleone Bonaparte. Scrive infatti Raffaele Ciampini: "Per la prima volta due nomi fatali s'incontreranno e si scontreranno: Napoleone e il suo grande antagonista sul mare". Ma c'è un'altra tesi che viene rimarcata a proposito dell'Assedio di Portoferraio da chi si è occupato della sua ricostruzione storica. La sua scarsa risonanza fra gli studiosi che si dedicarono all'esame del periodo, nonostante ci fossero tutti gl'ingredienti perché i fatti successi in questo settore del Mediterraneo godessero di maggior attenzione. Non fosse altro per la presenza, a Portoferraio, dell'ammiraglio Nelson, il "giustiziere" della flotta francese, prima nella rada d'Abukir (1798) e poi a largo di capo Trafalgar (1805). Ed anche perché, qui, si assistette ad un avvenimento davvero importante, comune ad altre realtà similari della Penisola. Ecco che "nell'avanzata del berretto frigio caddero ad uno ad uno tutti i sovrani d'Italia: Pio VI detronizzato e tradotto in Francia si spense in prigionia, mentre il millenario dominio temporale dei papi cedeva il passo alla Repubblica Romana. La Toscana e la Repubblica di Lucca ebbero amministrazioni democratiche, mentre il Granduca si rifugiava a Vienna alla corte imperiale del fratello. I Savoia, protetti dalla flotta inglese, si ritiravano in Sardegna, mentre i Borboni, sconfitti ed esuli in Sicilia, vedevano Napoli occupata e convertito il regno nella Repubblica Partenopea invano eroicamente osteggiata dai "lazzaroni" popolani fautori dell'ancien règime". Una rivoluzione, dunque, epocale. Perché, allora, è accaduta una cosa simile? Difficile trovare una giustificazione; sta di fatto, comunque, che la circostanza è di primissimo piano sia per gli sviluppi futuri della storia del nostro Paese, sia per l'Europa poi. Sarà, allora come già detto, con il trattato di Luneville, che l'Elba sarà unificata sotto un unico vessillo, quello francese. Ma vediamo allora che cosa ha comportato un tale accordo sul piano politico in generale e su quell'amministrativo in particolare nel resto della nostra Penisola, per fermarsi solo agli aspetti più eclatanti e vistosi. A Milano, per esempio, la pace venne salutata con tantissimo entusiasmo, a cominciare con il canto del Te Deum in Duomo. Poi, in onore di Bonaparte, Porta Ticinese fu ribattezzata Porta Marengo e il nuovo governo stabilì di erigere un foro da intitolarsi al Primo Console francese (sarà quello che esiste tutt'oggi, Foro Bonaparte). In segno augurale di futuro benessere e di prosperità per la Repubblica appena costituita furono coniate nuove monete (napoleone d'oro, marengo d'oro e franco d'argento). Ma è soprattutto attraverso l'abolizione di qualsiasi privilegio di casta e censo che passerà il filo rosso della rivoluzione francese e che riconoscerà al popolo la sua sovranità nell'atto di governarsi e di amministrarsi. A quel tempo gli abitanti dell'Elba erano 12.250 di cui 3.000 nella sola Portoferraio. Dunque, l'Isola annessa alla Francia, fece parte della 23a Divisione militare (in un secondo tempo passò alla 25a). Fu nominato un Commissario Generale per l'Elba e le isole dipendenti e si crearono sei comuni: Portoferraio, Capoliveri, Rio, Marciana, San Piero e Longone, che potevano mandare un rappresentante al Corpo Legislativo di Parigi. Il 14 luglio 1802 gli elbani, rappresentati dalle deputazioni comunali, prestarono giuramento alla repubblica francese. La maggiore isola della Toscana fu in grado, dunque, di mandare un suo delegato a Parigi. Il 3 settembre 1802 un gruppo di cittadini elbani si recò da Napoleone per chiedere (e successivamente ottenere) l'esenzione dal pagamento dei diritti doganali, soprattutto quelli riguardanti il vino. Il maire Vincenzo Vantini, l'arciprete Michele Pandolfini Barberi e il negoziante Pellegro Senno ringraziarono il Primo Console per "il singolare benefizio che egli aveva reso al loro paese, ritenendolo un territorio della Francia". Furono poi istituiti i prefetti e la coscrizione obbligatoria, con la creazione del Battaglione dei Cacciatori. Il 17 aprile 1803, nella chiesa del Carmine, sotto il controllo del governatore Rusca si svolsero regolarmente le operazioni di voto per la proclamazione di Napoleone Imperatore dei Francesi (su 4587 votanti, 4487 furono favorevoli). Il Codice Napoleonico entrò in vigore nel 1805, mentre quello di Commercio avverrà nel 1808-9. Fu introdotto il matrimonio civile. La riforma tributaria limitò le imposte dirette alla sola contribuzione fondiaria. Il sistema giudiziario conservò caratteristiche proprie, rispetto alla Francia; venivano infatti pubblicate solo le leggi e i regolamenti ritenuti idonei dal commissario generale, che aveva anche facoltà di introdurre norme di sua iniziativa. Nel 1809 l'Elba diventò una sotto prefettura (l'unico organismo del genere che esiste in Italia) e fu unita al Dipartimento del Mediterraneo con un deputato nel Corpo legislativo della Repubblica, Pellegro Senno. Saranno applicati sistemi di giustizia francesi. La scuola primaria sarà a carico della municipalità, mentre l'insegnamento secondario potrà essere tenuto anche da privati. Il clero dipendeva dalla diocesi d'Ajaccio e i sacerdoti poterono continuare ad insegnare, uniformando i programmi all'insegnamento pubblico. Ogni anno dieci giovani scelti fra i più meritevoli oppure figli di funzionari pubblici, saranno inviati a studiare nei licei francesi. A Portoferraio, inoltre, la dominazione francese significò la ripresa dei lavori alle fortificazioni secondo criteri più moderni che prevedevano una cintura difensiva costituita dal forte Saint Cloud, all'imboccatura del porto, dal forte Saint Hilaire (forte inglese) dal piccolo forte su Monte Albero. Infine un altro aspetto che deve essere evidenziato oltre a quelli ricordati sopra attorno all'assedio di Portoferraio. Abbiamo ricordato che non ha prodotto tra gli storici quell'attenzione e quell';interesse che invece ci pare abbia rivestito per la comprensione degli avvenimenti futuri. Tant'è che neppure i ricercatori e i laureandi in Storia contemporanea si prendono la briga di consultare le sfilze dei documenti che riguardano il periodo conservate nell'archivio storico del comune di Portoferraio. L'episodio di cui ci stiamo occupando "l'assedio di Portoferraio - potrebbe essere illuminate per studiare il 'punto di vista' di coloro che ne hanno tramandato le gesta alle future generazioni. Perché sono due le fonti, per così dire di prima mano, che hanno descritto gli avvenimenti, Giuseppe Ninci, negoziante giacobino (prese parte attiva nel tentativo d'imporre il sistema repubblicano nell'amministrazione dell'Isola) e Vincenzo Mellini Ponce de Leon, nobile colto, conservatore, sostenitore dei Lorena dei Borboni (dai suoi scritti, ma soprattutto nella prefazione alla sua maggiore opera che ci ha lasciato afferma che la Repubblica francese si presentava e si affermava tra le genti con "prepotenza". Il "vento della rivoluzione" in terra isolana, dunque, fu seguito da due testimoni, da due osservatori diversi. E' vero che in quel periodo a Portoferraio esisteva una corrente giacobina; ma è altrettanto vero che la maggior parte della popolazione isolana si schierò contro i Francesi, seguendo l'esempio della spagnola Longone. Al punto da suscitare le ire del Primo Console durante l'udienza già menzionata più sopra - concessa alla delegazione elbana a Parigi, il 3 settembre 1802. Napoleone manifestò il suo malcontento verso i Portoferraiesi, i quali, anziché prendere la parte ostile contro la Potente e Vittoriosa Nazione francese, dovevano piuttosto mantenersi in quella neutralità che loro conveniva. Per questo previde delle sanzioni quali la leva di marinai e l'arresto di alcuni ostaggi. A Portoferraio c'erano favorevoli e contrari alla rivoluzione; due partiti, su sponde contrapposte: filo granducali e filo giacobini; filo toscani e filo francesi. Ed ecco allora la ricostruzione di un fatto, il saccheggio di Capoliveri, come è stato riferito da due cronisti diversi, il Ninci e il Mellini come lo ha ricostruito Benedetto Tusa. "Lo storico filo-giacobino racconta che, quando scoppiò il conflitto fra Regno di Napoli e Francia repubblicana nel 1799, nel corso dell'assedio stretto dai francesi alla piazza napoletana di Porto Longone, nell'aprile dello stesso anno, i capoliveresi "[...] passati ai campi francesi, invitarono gli assedianti di portarsi a Capoliveri per approvisionarsi, e che, per contrario, massacrarono. Il tradimento di questi, però, non andiede impunito; imperciocchè il generale Miolis [sic], passato da Livorno a Portoferraio e che comandava le forze francesi nell'Elba, spedì il giorno appresso [9 aprile] a Capoliveri un mezzo battaglione di fanteria, con l'ordine di saccheggiare quella terra, e passare a fil di spada chi si fosse opposto con le armi in mano". Nel mese seguente, perdurando l'assedio di Porto Longone, la situazione ebbe un'evoluzione, nel senso che i francesi tentarono di pacificare gl'"insurgenti" , anche perché, dalle altre parti dell'isola, si erano manifestati contemporaneamente altri focolai di contro-rivoluzione, che rischiavano di mettere in difficoltà i giacobini. In un primo tempo, i capoliveresi, rispetto agli altri moti reattivi, si mantennero neutrali, ma, secondo Giuseppe Ninci, "[...] non fu però, che i capoliveresi mancassero di maleanimo contro i francesi, ma solo non si mossero per non troppo arrischiare alla scoperta, imperocché, armatisi i medesimi, e ben postati alle finestre delle loro abitazioni, riceverono a colpi di fucile un picchetto francese, che ai loro nuovi inviti si era portato ad approvvisionarsi a Capoliveri. Questo secondo, non men del primo marcato tradimento per parte dei capoliveresi, meritossi la giusta vendetta delle truppe francesi. Queste la fecero di fatti, imperciocché la mattina del dì seguente, portatesi in numero sotto Capoliveri, e circondatolo in un momento, vi entrarono a baionetta in canna, ponendo a morte tutti quei che si vollero opporre, e dando un sacco generale a quella terra non senza attaccare il fuoco".


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