da "Vita di Kerouac" di Ann Charters, Mondadori, 2003

 

Nel 1954, quando aveva trentadue anni, Jack Kerouac cercò di spiegare a un amico che cosa volesse dalla vita. L’amico avanzò l’ipotesi che quello che voleva realmente era una capanna dal tetto di paglia come quella di Thoreau, non a Walden, ma a Lowell, la cittadina in cui Jack era nato, nei pressi di Walden, nel Massachusetts.
Kerouac non potè che dirsi d’accordo. Aveva lasciato Lowell dopo le scuole superiori, eppure era come se, dal punto di vista emotivo, non se ne fosse mai andato, e quel qualcosa che ve lo teneva legato lo aveva accompagnato per tutta la vita.
Nessuno si libera mai del tutto della propria infanzia e ognuno di noi tende a idealizzare il posto in cui è nato, ma è difficile farlo con Lowell, vecchia cittadina industriale del Massachusetts che ha ben poco a che vedere con il fiume Concord di Thoreau o con Walden Pond. Eppure a legare Kerouac a Lowell, come accadeva in molte altre cose della sua vita, era la fantasia, non meno che la realtà.
Per la maggior parte della sua esistenza Kerouac giocò ad assumere nuovi ruoli e identità, o “vanità”, per usare un termine da lui impiegato negli ultimi anni. La sua fiducia in se stesso in quanto scrittore fu il dato di identità più forte ed essenzialmente l’unico che, dopo la partenza da Lowell, lo sorresse.
Neal cassady una volta in una lettera immaginò un amico che diceva di Jack: “E dove sarebbe questo tizio, questo Kerouac?””. Kerouac stesso non lo seppe mai per certo. La sua essenza consisteva in una visione romantica di se stesso, nelle sue fantasticherie: da bambino, quella di vivere con un fratello maggiore simile a un santo, di nome Gerard; da adolescente, quella di combattere il Male assieme al misterioso Dottor Sax e di fare il balzo, grazie a una borsa di studio sportiva, da un piccolo liceo alla notorietà nazionale in un college della prestigiosa Ivy League; da grande, il sogno di essere il più grande scrittore di lingua inglese dai tempi di Shakespeare e James Joyce., e poi, quando il successo faticava ad arrivare e lui provava solo una grande disperazione, quello di diventare un vagabondo, un ferroviere, un montanaro Zen, un mistico che si nutriva di cibi semplici cucinati lungo il corso di torrenti solitari; e infine tornare ogni volta all’unica fantasia di sempre, ossia quella di essere un bambino abbandonato alla deriva in un universo sempre più oscuro.
Questo fiume di fantasie, visioni, miti, sogni, vanità – era Kerouac stesso a impiegare questi termini – era la sua vita. Costituivano la leggenda a cui sentiva predestinata la propria esistenza. E divennero di fatto molto di più. Nell’intensità della visione che aveva della sua vita confusa, Kerouac colse i segni di una generazione: la sensazione che a un certo punto qualcosa aveva trovato una sua unità, che c’era una particolare visione delle cose condivisa da tutti, un ideale romantico che sospingeva ciascuno lungo la strada di fronte a sé.
Per questa generazione Jack Kerouac divenne un eroe romantico, un archetipo di ribelle, il simbolo delle proprie vanità, della propria romantica leggenda. E questo Kerouac non lo comprese mai. Era un uomo la cui vita era dominata, piuttosto che dalle effettive circostanze di quello che gli accadeva, da un profondo senso della mortalità. La sua vita reale risiedeva in quelle “vanità” e nella leggenda che da esse ricavava. Fino a che, come scrisse egli stesso, la leggenda non divenne la sola realtà della sua vita.



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