Da "Consigli a un giovane scrittore" di Vincenzo Cerami,  Garzanti, 2002


Se non fosse troppo ovvio comincerei così: una volta nelle scuole di calcio era vietato «tirare di punta» e nelle scuole di tennis cacciavano via gli allievi che rinviando la palla piegavano il polso. In realtà solo i grandi calciatori fanno gol con la punta del piede e tennisti di qualità piazzano un colpo micidiale con una svirgolata del polso. Questo per dire che l'artista fa come gli pare.
Nel dare i miei consigli sul modo di scrivere storie (da leggere, da vedere al cinema o a teatro, da ascoltare alla radio}, mi comporto come quell'allenatore cattivo che non ama troppo gli svolazzi, che vuole stare con i piedi per terra. Se non fosse un concetto piuttosto stagionato tirerei in ballo Picasso il quale, pur dipingendo meravigliosi occhi e nasi alla rinfusa, sapeva perfettamente disegnare una casetta con tanto di alberelli in fila, nuvole bianche, la cuccia per il cane e una bella staccionata tutt'intorno.
Mai svelerei la mia speranza più segreta: che un giovane, una volta letto il libro e imparato forse una serie di cose, dimentichi tutto e cominci a scrivere andandosene con disinvoltura per la tangente. Le regole, in arte, vengono in un secondo momento, si scoprono dopo averle applicate.
Questo libro esce da una cartella di vecchi fogli, di appunti sparsi che ho raccolto in alcuni anni di chiacchiere nelle scuole e nelle università. Mette in bell'ordine delle certezze conquistate sul campo a forza di sbagliare. Il caso, e solo il caso, ha voluto che nella mia vita non abbia fatto che scrivere, inventare storie con tutti i linguaggi possibili. Ho scritto una quindicina di commedie, una quarantina di film, una decina di libri e qualche radiodramma. Ho scritto bene? Ho scritto male? Uno sciocco direbbe che l' ardua sentenza spetta ai posteri. Mi perdoni il lettore questa lungaggine iniziale nella quale devo accennare alla mia attività. Lo faccio con lo spirito di chi mostra la carta d'identità all'ufficio postale per ottenere la fiducia dell'impiegato.
È vero, il caso ha scelto per me. Da ragazzino ho avuto come insegnante di lettere Pier Paolo Pasolini. Seguendolo in tutto il cammino, frequentando da vicino il suo tavolo di lavoro, ho potuto scoprire il fascino di tuffarmi in questo e in quel linguaggio. Vedevo il mio ex professore scrivere versi, saggi, romanzi e poi sceneggiature e tragedie; e infine l'ho visto diventare regista e polemista sui giornali. Qua e là l'ho anche aiutato. Nei film con Totò sono stato assistente alla regia, per il testo di Teorema aiuto sceneggiatore (stavo imparando).
Dico questo solo per spiegare come ho fatto a incontra re i vari linguaggi. La passione di scrivere la vivo tra quattro mura e si esaurisce tutta nel piacere di raccontare; senz' altro scopo che dar soddisfazione alla mia curiosità per le azioni degli uomini. Ho paura di chiedermi qual è - se c' è -il comune denominatore di tutte le cose che faccio. Non mi chiedo né perché né cosa scrivo. Tante volte spero che «scrivere» sia la risposta a tutte le domande. Qual è la mia poetica? Scrivere.
Sono saltato dal dramma alla commedia, dalla tragedia alla comicità. Ho lavorato con Pasolini, ma anche con Benigni, da solo e, per il teatro musicale, con il compositore Nicola Piovani. Più di una volta sono entrato nelle tenebre di Bellocchio, altre nell'abbacinante mondo picaresco di Sergio Citti. Ho fatto teatro in Italia e in Francia, ho scritto un romanzo in versi. Ho toccato con mano il talento di rotò e ho descritto pezzi del nostro presente insieme con il bravissimo Gianni Amelio. Ho scritto un romanzo storico, racconti corti e lunghi, ho trasportato letteratura in cinema e viceversa. Ho inventato per la radio e per più di un anno ho fatto perfino il gag-man negli Usa. Insomma, son passato attraverso tante cucine e qualche pentola ho imparato a scoperchiarla.
Dietro la parola «consigli» potrebbe nascondersi un trucco, come dire che il libro prende a pretesto la forma del manuale per proporre una precisa quanto parziale concezione del lavoro artistico. Se è così non l'ho fatto apposta. Questi miei consigli sono solo consigli e per niente campati in aria. Possono essere, in qualche punto, discutibili, da prendere con le pinze, da richiedere approfondimento, ma è certo che quanto state per leggere l'ho imparato facendo il mio quotidiano lavoro di scrittore. Dopo aver letto con attenzione il libro si possono evitare già all'inizio gli errori più ricorrenti. Non pretendo di insegnare a diventare né grandi né piccoli scrittori.
Non è certamente questa la prima pubblicazione che tratta l'argomento dei linguaggi creativi, anche se in Italia la tradizione è piuttosto scarsa. In molti paesi la scrittura viene insegnata nelle università da narratori e poeti. Qui da noi è scoperta recente. Sono usciti libri che parlano della scrittura letteraria o della sceneggiatura cinematografica, altri che studiano la drammaturgia teatrale, ma una visione generale che ponga sotto lo stesso ombrello i diversi modi di scrivere non mi è mai passata per le mani. E se penso che i linguaggi creatiVi (tranne molta poesia) hanno come dato comune la narrazione, appare francamente singolare che non siano mai state confrontate tra loro tutte le scritture, precisando peculiarità, analogie e differenze. È singolare soprattutto in un' epoca nella quale ogni giorno assistiamo alle contaminazioni dei generi e dei linguaggi, alla nascita di forme sincretiche della comunicazione, alle sovrapposizioni stilistiche, all'interattività elettronica eccetera Forse è definitivamente tramontata l'immagine dello scrittore triste e solitario che da dietro la sua pesante scrivania parla al mondo intingendo il pennino nel calamaio. Già gli scrittori della mia generazione (penso a Peter Handke o a Ian McEwan, ma sono tanti) da molti anni scrivono su più tavoli. Qui un libro, là un film, o una pièce teatrale o un poema, e ancora un reportage, un manualetto, un documentario filmato, una poesia, un'opera musicale, una canzone, una discettazione politica, una preghiera, un saggio critico, una cronaca sportiva. La vita oggi si capisce meglio se ci si può parlare utilizzando i linguaggi a 360 gradi, dal gergo più stretto ed esclusivo alla comunicazione internazionale, scegliendo una volta le immagini, un'altra la parola parlata e un'altra ancora la parola scritta o la parola cantata. Nuovi saperi giungono dai quattro angoli della Terra e quindi nuove forme espressive.
Non ho voluto fin qui pronunciare una frase che a molti fa storcere il naso: scrivere per professione, per fare un lavoro come un altro. Lafiction è ancora il prodotto principe, sia nell'editoria che nel cinema e nella televisione. Non c'è tecnologia in grado di inventare e scrivere una storia. Un computer è capace di trasformare l'immagine di una scopa in quella del Grand Hotel, ma la ragione per la quale una scopa diventa un albergo deve uscire dalla testa di un narratore. n cosiddetto mercato delle idee (o del talento) cresce a vista d'occhio, fino al punto che negli Usa uno sceneggiatore bravo guadagna più del regista e spesso più delle stesse vedettes. Ciò dimostra quanto sia importante un copione e come sia difficile scriverlo. Basta pensare che una sceneggiatura mobilita investimenti di molti miliardi di lire. Un giovane il quale creda di essere portato per questo «mestiere», solo scrivendo potrà scoprire se ha talento e magari se è un vero artista. È solo scrivendo che egli potrà scegliere cosa fare e cosa non fare. Ha lo stesso diritto di esistenza chi scrive per tutti e chi scrive per pochi, anche se i tutti e i pochi cambiano spesso di posto. Charles Dickens fu scrittore di tutti e contemporaneamente di pochi, raffinatissimi palati. Lo stesso si può dire per i grandi Billy Wilder e AIfred Hitchcock, per Molière e Giuseppe Verdi.
All'aspirante scrittore a cui sono indirizzati questi miei umili consigli chiedo innanzitutto di cominciare subito a smuovere la fantasia, a farla vivere, ad allenarsi a pensare. L'immaginazione prefigura e per questo è un'attività intellettuale, perché si interroga su tutto e mira al futuro. Immaginare ciò che non esiste è immaginare qualcosa che potrebbe accadere. Raccontare è in qualche modo porre domande difficili al mondo, questioni che tuttavia non aspettano una risposta. Perché una vicenda si svolge in un modo e non in un altro? Perché si scelgono quei protagonisti e non altri? Fino a che punto siamo noi i padroni del nostro destino? Ma le risposte che arrivano sono altrettanti interrogativi, accendono solo una fioca luce nel buio e nel silenzio della nostra vita più nascosta. In quella macchia slavata finiscono per specchiarsi le zone insondabili del nostro presente, l'unico tempo in cui siamo concretamente vivi. La scrittura viene subito dopo.


© 
Vincenzo Cerami - 2002 


 

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