Paradosso tutto italiano: a guidare le migliaia di pensionati e
pensionandi che oggi attraverseranno le principali città italiane per
protestare contro la riforma della previdenza ci saranno i privilegiati
che andranno (o sono già andati) in pensione senza che per anni fosse
stata versata una sola lira di contributi in loro favore.
Pensionati molto speciali, insomma, i cui assegni gravano o graveranno
su chi la pensione se l'è sudata sino all'ultimo spicciolo, tutto
grazie a una legge risalente al 1974, che prende il nome da Giovanni
Mosca, deputato socialista e, in precedenza, leader della Cgil.
II copione è di quelli già visti: “la leggina" fu presentata
come un provvedimento destinato a sanare la situazione di qualche
centinaio di persone, che nei decenni successivi al dopoguerra avevano
lavorato per sindacati o partiti politici più o meno in nero, cioè
senza che a loro nome fossero stati versati all'Inps i contributi
dovuti.
Bastava una semplice dichiarazione del rappresentante nazionale del
sindacato o del partito e si potevano riscattare, al costo dei soli
contributi figurativi, interi decenni di attività, a partire dagli anni
Cinquanta. Piatto ricco, mi ci ficco; proroga dopo proroga (l'ultima è
scaduta nell’aprile del 1980) la legge Mosca è diventata un
bastimento sul quale sono saliti quasi 40mila lavoratori - reali o
presunti - di sindacati e partiti politici. Pensioni facili,
facilissime. Che hanno procurato alle casse dell'Inps un aggravio
valutato in 10 miliardi dì euro.
Tra i beneficiari della legge Mosca, molti bei nomi della politica e del
sindacato, gran parte dei quali ancora in attività: Armando Cossutta,
Achille Occhetto, Giorgio Napolitano, Sergio D'Antoni, Pietro Larizza,
Franco Marini, Ottaviano del Turco, la scomparsa Nilde lotti.
Pensioni che si sono andate ad accumulare a sostanziosi vitalizi
parlamentari o ad altri trattamenti previdenziali. Accanto a questi
personaggi noti, un esercito di funzionari più o meno oscuri. Chi è
ricorso alla maxi-sanatoria previdenziale - perché di questo, in fin
dei conti, si è trattato -sono stati soprattutto il Pci e la Cgil.
Botteghe Oscure regolarizzò la situazione di circa 8mila funzionari,
mentre il sindacato rosso sanò le posizioni dì ben 10mila dipendenti.
Ovviamente, come lecito attendersi in questi casi, molti ne hanno
approfittato per farsi una pensione gratis senza averne diritto. Le
tante inchieste avviate dalle procure di mezza Italia tra il 1995 e il
'96 portarono alla luce casi clamorosi, come quelli di funzionari che
dichiaravano di aver iniziato a lavorare sin dalla tenera età di cinque
anni, oppure quando il loro sindacato o il loro partito ancora non
esistevano.
Non solo. Un'altra leggina, votata ai tempi dell'Ulivo, garantisce ad
alcuni sindacalisti la possibilità di vedersi moltiplicare per due i
contributi pensionistici e quindi, di fatto, di ottenere una pensione
doppia. Lo statuto dei lavoratori prevede che ai dipendenti in
aspettativa per lo svolgimento di incarichi sindacali siano versati, a
carico dell'Inps, i soliti contributi figurativi, calcolati sulla base
dello stipendio non più versato dall'azienda di provenienza. Un decreto
legislativo del '96, firmato dall'allora ministro del Lavoro Tiziauo
Treu, uomo vicino alla Cisl, prevede però che i sindacalisti in
aspettativa possano godere di un ulteriore versamento da parte del
sindacato.
Lo steso privilegio è garantito ai sindacalisti distaccati: quelli, cioè,
che continuano a percepire lo stipendio dell’azienda privata o
dall’ente pubblico di provenienza pur lavorando esclusivamente per il
sindacato.
I base agli ultimi dati disponibili, a godere di questo regime speciale
di doppio contributo - in vista di una pensione moltiplicata per lo
stesso fattore - sono 1.793 sindacalisti, dei quali ben 1.278 fanno capo
alla Cgil.
Le pensioni non sono il solo caso in cui i sindacati e i loro
rappresentanti si trovano a godere di regole sociale calibrate su
misura. Alle organizzazioni sindacali, per citare l'esempio più
clamoroso, non si applica l'obbligo di reintegro previsto dall'articolo
18 dello statuto dei lavoratori.
In altre parole, i sindacati sono liberi di licenziare i loro dipendenti
senza correre il rischio di doverli riassumere se un giudice dovesse
decidere che il licenziamento è avvenuto senza una giusta causa.
Inutile ricordare che la Cgil e le altre sigle, in difesa di
quell'articolo 18 che a loro non si applica, hanno scatenato una vera e
propria guerra di religione.
©
Fausto Carioti
|