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Il
primo a considerare gli strumenti e i gesti della propria attività come il
vero soggetto dell'opera è stato un poeta, nel XIII secolo. Guido
Cavalcanti scrive un sonetto in cui chi parla in prima persona sono le
penne e gli strumenti per tagliarle e appuntirle, che si presentano fin
dal primo verso: "Noi siam le triste penne isbigottite, le cesoiuzze e l'
coltellin dolente…". Il poeta ("la man che ci movea") è troppo disperato
per fare altra cosa che sospirare, e gli arnesi dello scrivere si
rivolgono direttamente al lettore, forse alla lettrice, destinataria dei
sonetti precedenti e dei sospiri attuali, oppure ad una terza persona come
testimone imparziale, chiedendo compassione. E' un sonetto che parla di
dolori quasi in ogni verso, eppure l'effetto, la musica è un allegro con
brio d'una straordinaria leggerezza. Guido Cavalcanti apre con questi
versi la poesia moderna. La apre e la chiude. Dopo di lui i poeti
preferiscono dimenticarsi che mentre scrivono stanno scrivendo e non
facendo qualcosa d'altro. Petrarca per più di 300 sonetti fa finta di
credere che sta camminando per l'aperta campagna in preda a sofferenze e
angosce, mentre invece è soltanto tranquillo nel suo studio, con la sua
gatta sulle ginocchia, cesellando i suoi versi con piena
soddisfazione. Bisogna aspettare Mallarmé perché il poeta si renda
conto che il luogo dove avviene la sua poesia si situa "sur le vide papier
que sa blancheur défende". Con Mallarmé non ci sono dubbi che le parole
scritte sono parole e che il buio della notte non è altro che il nero del
calamaio. Questa coscienza, tuttavia, resta implicita e dovranno passare
ancora più di 50 anni perché cominci a diventare evidente. La penna che
Cavalcanti ha lasciato cadere viene raccolta da Steinberg. E' la penna
soggetto dell'azione grafica. Ogni linea presuppone una penna che la
traccia, e ogni penna presuppone una mano che la impugna. Che cosa ci sia
dietro la mano, è questione controversa: l'io disegnante finisce per
identificarsi con un io disegnato, non soggetto ma oggetto del
disegnatore. O meglio, è l'universo del disegno che si disegna, che si
esplora ed esperimenta e ridefinisce ogni volta. Anche l'universo fisico
procede nello steso modo, io credo. Il mondo disegnato ha una sua
prepotenza, invade il tavolo, cattura ciò che gli è estraneo, unifica
tutte le linee alla sua linea, dilaga dal foglio. No, è il mondo esterno
che entra a far parte del foglio: la penna, la mano, l'artista, il tavolo,
il gatto: tutto è risucchiato dal disegno come da un vortice, tutte le
carte sul tavolo, lettere buste cartoline francobolli timbri, dollari con
la piramide tronca con l'occhio sopra e il motto latino. No, è la sostanza
del segno grafico che si rivela come la vera sostanza del mondo, lo
svolazzo o arabesco o filo di scrittura fitta fitta febbrile nevrotica che
si sostituisce ad ogni altro mondo possibile. Il mondo è trasformato in
linea, un'unica linea spezzata, contorta, discontinua. L'uomo anche. E
quest'uomo trasformato in linea è finalmente il padrone del mondo, pur non
sfuggendo alla sua condizione di prigioniero, perché la linea tende dopo
molte volute e ghirigori a rinchiudersi su se stessa prendendolo in
trappola. Ma certamente l'uomo-linea è padrone di se stesso perché può
costituirsi o de-costituirsi segmento per segmento e, come ultima
scappatoia, gli resta quella di suicidarsi con due tratti di penna
incrociati, per scoprire che la morte-cancellatura è fatta della stessa
costanza della vita-disegno, un movimento della penna sul foglio. Oppure
possiamo dire che gli resta sempre la suprema libertà di condurre la linea
nella direzione che meno non ci si aspetta in modo che il disegno non
riesca più a chiudersi: disegnare un cubo seguendo le regole della
prospettiva e poi lasciare che uno spigolo prenda per una direzione in cui
non incentrerà mai gli altri spigoli: sarà in questo spigolo incongruo la
vera prova dell'esistenza dell'io, l'ergo sum". Questa consustanzialità
dell'universo disegnato e dell'io è però solo relativa, perché all'interno
di essa si aprono tanti universi paralleli incompatibili tra loro: in una
dimensione si muovono figure filiformi, in un'altra figura minuziosamente
ornata; un mondo senza spessore si distacca da un mondo tutto volume; un
continente dove tutto è suggerito dai contorni e uno dove tutto è
ombreggiatura sembrano non avere punti di contatto, e così gli universi si
moltiplicano per il numero degli strumenti e delle tecniche e degli stili
che si possono usare per dare forma a figure e a segni. Ma forse gli
stili in cuor loro sanno di non essere autosufficienti; forse ognuno di
essi sa d'esistere soltanto in contrasto con ogni altro stile possibile. I
cubi dei trattati di geometria sognano lo spessore di materia vissuta e
sofferta che hanno i cubi "d'artista", i quali a loro volta sognano la
diafana impassibilità dei diagrammi geometrici. I motivi astratti sognano
un letto figurativo dove consumare i loro amplessi: credete che un motivo
di cerchi concentrici tracciati con il compasso non possa essere preso da
una frenetica bramosia amorosa per una spirale tracciata a mano
libera? La vocazione irresistibile di Steinberg, diciamo la missione
storica a cui è stato chiamato, è quella di muoversi nello spazio a "n"
dimensioni del disegno e del disegnabile, di stabilire una comunicazione
tra gli universi stilistici più contraddittori, di far coesistere entro
l'orizzonte dello stesso foglio elementi appartenenti a culture figurative
o a convenzioni percettive divergenti. Una fila di case sulla strada,
ognuna d'una diversa epoca e stile, richiede, per essere rappresentata e
anche solo per essere graduata, che si ricorra a tecniche grafiche
differenti. Così come i passanti che vanno e vengono sul marciapiede
portano ognuno con sé lo stile di disegno che può rendere la loro essenza,
la pressione più leggera o più marcata della penna sul foglio, la densità
dell'inchiostro o l'estendersi del bianco che avvolge il loro
segreto. I multiformi innumerevoli modi d'usare penne e matite e
pennellini s'incontrano sul foglio di Steinberg, compresi i multiformi
innumerevoli modi in cui penne e matite e pennelli possono raffigurare
penne e matite e pennelli. Fino al momento in cui fanno il loro ingresso
nel quadro le penne, le matite, i pennelli nella loro presenza di oggetti
fisici, assolutamente modesta e assolutamente sicura d'esserci, d'essere
lì. Ecco dunque le "penne isbigottite" di Cavalcanti che tornano a
testimoniare in prima persona l'avvenuta trasfigurazione dell'artista
nella pratica della sua arte. |