Da "Lusso" di Patrizia Calefato, Meltemi Editore, 2003



Nuovo lusso

Mai, come in tempi di guerra e di terrore, mai, come nel momento in cui consapevolezze colpevoli o inermi svelano i giochi e gli attori della ricchezza e della povertà planetarie, mai come in un periodo simile al presente, la parola "lusso" sembrerebbe più inattuale. Non c'è alcun dubbio: mentre le civiltà e le culture attraversano conflitti nuovi e mentre cresce l'esigenza di solidarietà per un altro mondo possibile, non si può che guardare con disprezzo a un concetto che avvolge un po' untuosamente un'idea di possesso e di proprietà delle cose. Un concetto che necessariamente si fonda su espropriazioni dolorose e che oggi rende ancora più esplicite le dislocazioni mondializzate dei processi di produzione con le conseguenti nuove forme di impoverimento e di schiavizzazione che si determinano. Sono però proprio le modalità inedite di questi processi, da una parte, la standardizzazione seriale degli oggetti e dei corpi resi denaro sonante, luogo di esercizio del biopotere tecnologico, dall'altra, a riconfigurare nella sua stessa "inattualità" un concetto, quale appunto quello di lusso, che oggi sembra riguardare molto più l'idea di una rottura nella media del vivere, piuttosto che quella di un dispendio ostensivo che denoti uno status sociale. Lo sfoggio e il consumo vistoso restano infatti come marchio infamante per chi sfrutti il principio della "costosità" delle merci usata quale cartina di tornasole di prestigio e potere. La nozione di lusso ospitata nel XXI secolo al suo esordio fa invece i conti con categorie sottili e con emozioni ben coscienti dei giochi tra segni in cui si viene a situare, ed è poco incline a farsi ingabbiare in artifici da parvenu.
Momenti di grande svolta epocale nella storia sono stati accompagnati da una percezione consapevole dell'importanza, o addirittura della necessità del lusso. Per restare nella modernità, fu il Settecento europeo a ospitare in Francia un dibattito filosofico sul senso del lusso al quale presero parte figure del calIbro di Diderot, Montesquieu, Condillac, e che contemplò anche una voce dell' Encyclopedie proprio al lusso dedicata. Un dibattito le cui ampiezza e peculiarità si spiegano nel fatto che allora, forse per la prima volta nella storia occidentale, la morale non era più in grado di comprendere o di stigmatizzare un fenomeno sociale e simbolico che coinvolgeva esplicitamente, in quel momento e in quel punto del mondo, i meccanismi dell'accumulazione capitalistica e che proprio per questo aveva bisogno di legittimarsi e motivarsi, con il beneficio della ragione, nel passaggio delle consegne dalle vecchie alle nuove classi dominanti. Così avvenne anche nell'epoca del cruciale passaggio del capitalismo allo stadio compiuto della produzione di massa delle merci e dei segni, tra la fine del XIX egli inizi del XX secolo, quando, forse per una sensibilità speciale che questo passaggio suscitò, la nascita delle scienze sociali fu caratterizzata proprio da un'attenzione rivolta ai motivi profondi che animavano e avevano animato il lusso sin dal sorgere del modo di produzione capitalistico, come dimostrano, pur entro prospettive diverse, le analisi di Sombart e quelle di Veblen. Da un altro punto di vista, il lusso, antropologicamente inteso come dispendio, come eccesso inutile, come spazio dell'infunzionale rispetto all'uso e al bisogno, è una componente essenziale di quanto di "umano" ci caratterizza. Nemici giurati, in varie epoche storiche e in diversi contesti sociali, in nome, volta a volta, della ragione, della frugalità, della morale o della retorica, ne hanno vituperato gli eccessi, biasimando così l'essenza stessa del lusso, che in effetti nasce proprio dall'idea di un dispendio non contenibile né in forme uguali dello scambio né come risposta a una necessità.

Lussazioni

"Lusso" è una parola che si mette all'opera nel linguaggio già carica del suo valore sedimentato in una storia che non ha cessato di erigervi intorno muraglie moralistiche eleggi suntuarie. Se le parole hanno un senso depositato nella loro storia, nel loro uso, nelle loro trasformazioni e nelle contaminazioni a cui si espongono attraverso il confronto interlinguistico e interculturale, chiediamoci allora cosa vogliamo dire quando usiamo l'espressione "prendersi il lusso di...". Nell'uso, questa espressione ha a che vedere, proprio come nei versi di Baudelaire, con la "voluttà", intesa nel senso di un piacere che esorbita dal quotidiano e Invita a un viaggio, metaforico o reale, in cui si rompe la consuetudine e si assume l'eccezione come modalità del vivere e del sentire. I motivi baudelairiani del viaggio e della distanza che trasfigurano le cose conferendo loro una patina lussuosa e al tempo stesso rassIcurante, connessa all'Idea di possesso e di contemplazione, sono in parte gli stessi che alimentano nella nostra epoca alcuni nuovi miti del lusso, per lo meno quelli che si fondano su valori come il gusto, lo stile personale, la cultura raffinata, tutto quello che insomma possa "lussare" quella che oggi viene percepita come la dimensione seriale e massificata del vivere.
"Lussare" non dovrebbe in realtà associarsi a "lusso", dal momento che le due parole hanno una diversa origine. Tuttavia, il gioco libero tra i significanti verbali riesce spesso a dire molto di più di quanto conceda l'ossequio all'etimologia, e non è senza suggestioni l'idea che "lussare" possa anche coprire una sfera del significato in cui qualcosa "si mette di traverso" e "sloga" il decorso sempre uguale di una piatta e massificata riproducibilità, più o meno tecnica, del vivere. Ed è qui, in questa piega del senso, che la voluttà baudelairiana e l'eccezionalità misurata del lusso contemporaneo mostrano l'altra faccia: perdono la calma, dimenticano l'equilibrio, esorbitano dall'ordine, e il vascello naufraga, il lusso lussa...
Cast away (naufraga!) è appunto il titolo di copertina del numero di maggio 2003 dedicato al lusso della rivista di design, moda e architettura «Wallpaper», che raffigura nell'immagine a pagina piena una giovane coppia a bordo di una zattera nell'Oceano Indiano. La donna è adagiata su un tappeto di pelliccia, veste un kimono in seta color oro e calza sandali con tacco a spillo; l'uomo è in piedi, scalzo, accanto a un improvvisato albero maestro, camicia e pantaloni bianchi. Accatastato sul fondo della zattera, un candido set da viaggio in pelle. È questo il vascello del lusso, su cui i naufraghi del XXI secolo fanno rotta verso il meglio che un viaggio possa offrire nel mondo: bar, negozio, concierge, spa, safari-lodge, sala da bagno... il meglio al massimo prezzo, o per meglio dire, senza prezzo. Non è "semplicemente" il denaro a fondare nell'immaginario il valore eccezionale che distingue il naufrago di lusso dai passeggeri sul ponte di un battello disperato di migranti o dai passanti in un non-luogo affollato del nostro tempo. È l'idea di lusso come misura smisurata.
In questo senso, il lusso contemporaneo presenta motivi molto vicini a quella distinzione che un secolo fa Simmel indicava come qualcosa di indipendente dai valori correnti della ricchezza, della moralità e della bellezza. Motivi che fanno invece appello a un modo di praticare il rapporto tra l'individuo e il rischio dell'eccezionale, la sfida dello spreco e di tutto ciò che fuoriesce dalla legge dell'utile e del funzionale. Vi sono strategie semiotiche, estetiche e culturali che producono l'idea stessa della lussuosità. Come quella dell'amplificazione, dell'iperbole e della "sontuosizzazione" delle forme, che fu caratteristica del barocco, e che oggi ritorna in stretta sinergia con le nuove tecnologie, a volte rasentando il kitsch, in territori come l'architettura, la moda, l'arredamento, il turismo. Questa strategia crea una nuova aura di unicità intorno all'oggetto o al bene di lusso, il cui possesso o la cui fruizione diventa eccezionale e spezza (lussa, appunto) la serialità della produzione d I massa delle merci e dei segni. È un'isola artificiale a forma di palma nel mare di fronte a Dubai, è un viaggio nello spazio per un eccentrico miliardario, è un centro direzionale di Shangai progettato da John Portmant, è un albergo delirante di Las Vegas, è l'ambientazione di un film di Greenaway come Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante. Cast away, ma a bordo del Queen Mary 2, la più grande e costosa nave da crociera di tutti i tempi, al varo nel 2004.
D'altra parte, il lusso sembra oggi anche concedere l'accesso ad alcuni suoi segni e oggetti secondo una procedura che ricorda la tecnica della metonimia: un "pezzo", un colore, una parte di un intero, evocano il tutto. Un abito in tessuto color oro richiama il prezioso metallo, e se è tempestato di cristalli Swarovsky "cita" lo splendore oscuro del gioiello. In un'altra prospettiva ancora, il lusso oggi si "abbassa" esponendosi a un consumo controllato, sebbene sia sempre alto consumo. È la scommessa dei "poli del lusso", quelle concentrazioni multinazionali di marchi di prestigio che producono merci per le classi agiate, ma anche per le illusioni di chi, pur potendosi permettere magari solo un portachiavi di una grande firma per un'occasione speciale, può immaginare di entrare a far parte di una elite esclusiva attraverso questo pur piccolo accessorio. Tra i "poli del lusso", il più celebre è il gruppo multinazionale di origine francese LVMH, creato a partire da11987, nel quale si concentrano marchi che producono beni assolutamente elitari, per tradizione -champagne, sigari, alta moda -o per elezione -materiali preziosi e gioielleria. l'acronimo si compone delle iniziali di "Louis Vuitton Moet Hennessy", nomi già carichi di aura nell'universo del consumo e delle sue mitologie. I vini e gli alcolici francesi più pregiati, dal Dom Perignon alla Veuve Clicquot Ponsardin, i cosmetici e le creazioni di moda delle grandi griffe da Dior a Glvenchy, l'alta pelletteria da Vuitton a Fendi, compongono un firmamento che detta legge negli imperi della finanza, e che oggi apre mercati e punti vendita dove più sfacciato, ma anche più simbolicamente efficace il nuovo lusso si presenta, dal Medio Oriente, alla Cina, all'India.
Nella logica di un lusso "abbassato" vanno Intese le scelte che nell'industria dell'auto hanno fatto alcuni marchi verso la produzione di modelli relativamente "accessibili", o invece verso l'emanazione di luxury brands. l'aura della presunta lussuosità per molti accompagna anche il modo in cui il lusso viene reso discorso attraverso il giornalismo e le nuove forme di comunicazione: molte riviste un tempo definite nel genere dei "femminili" o delle riviste di moda si trasformano in pubblicazioni patinate e raffinate nello stile e negli argomenti trattati, e cresce il numero di periodici dedicati ai piaceri e ai lussi del corpo e della casa. «Vogue Italia» inaugura dal 2000 il supplemento Unique, dedicato proprio al lusso e all'esclusività in ambiti che spaziano tra la haute couture, l'architettura, i viaggi, il collezionismo e le eccentricità del lusso contemporaneo. Si moltiplicano siti web del lusso che includono informazioni, link e suggestioni per chiunque (?) voglia comprare un'isola, uno yacht sfarzoso o un paio di scarpe-gioiello confezionate su misura.
"Lusso" è una parola che ha assunto un senso forte nella realizzazione del brand quale universo simbolico di stili del consumo. Ma è anche una parola che non può esser fatta risuonare In tutta la sua complessità se lasciata alla sua semplice funzione d'uso In quella "economia ristretta", per usare un'espressione di Batallle (v. infra, secondo capitolo, n. 3), che delle cose e delle parole dichiara sempre gli obblighi e le costrizioni, e che dalla riproduzione sociale dei beni e dei segni lascia fuori la produzione di sensi oscuri, pericolosi e abietti. Oscuri come il lusso. Vitali come Il lusso. Mortali come il lusso.

© Patrizia Calefato 

 

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