Nuovo lusso
Mai, come in tempi di guerra e di terrore, mai, come nel
momento in cui consapevolezze colpevoli o inermi svelano i
giochi e gli attori della ricchezza e della povertà planetarie,
mai come in un periodo simile al presente, la parola "lusso"
sembrerebbe più inattuale. Non c'è alcun dubbio: mentre le civiltà e le culture attraversano conflitti nuovi e mentre cresce l'esigenza di
solidarietà per un altro mondo possibile,
non si può che guardare con disprezzo a un concetto che avvolge un po' untuosamente un'idea di possesso e di proprietà delle cose. Un concetto che necessariamente si fonda
su espropriazioni dolorose e che oggi rende ancora più esplicite le dislocazioni mondializzate dei processi di produzione con le conseguenti nuove forme di
impoverimento e di
schiavizzazione che si determinano. Sono però proprio le
modalità inedite di questi processi, da una parte, la standardizzazione seriale degli oggetti e dei corpi resi denaro
sonante, luogo di esercizio del biopotere tecnologico, dall'altra, a riconfigurare nella sua stessa "inattualità" un concetto, quale appunto quello di lusso, che oggi sembra
riguardare molto più l'idea di una rottura nella media del
vivere, piuttosto che quella di un dispendio ostensivo che
denoti uno status sociale. Lo sfoggio e il consumo vistoso
restano infatti come marchio infamante per chi sfrutti il principio della "costosità" delle merci usata quale cartina di tornasole di prestigio e potere. La nozione di lusso ospitata nel
XXI secolo al suo esordio fa invece i conti con categorie sottili e con emozioni ben coscienti dei giochi tra segni in cui si
viene a situare, ed è poco incline a farsi ingabbiare in artifici
da parvenu.
Momenti di grande svolta epocale nella storia sono stati
accompagnati da una percezione consapevole dell'importanza, o addirittura della necessità del lusso. Per restare nella
modernità, fu il Settecento europeo a ospitare in Francia un
dibattito filosofico sul senso del lusso al quale presero parte
figure del calIbro di Diderot, Montesquieu, Condillac, e che
contemplò anche una voce dell' Encyclopedie proprio al lusso
dedicata. Un dibattito le cui ampiezza e peculiarità si spiegano nel fatto che allora, forse per la prima volta nella storia
occidentale, la morale non era più in grado di comprendere
o di stigmatizzare un fenomeno sociale e simbolico che coinvolgeva esplicitamente, in quel momento e in quel punto del
mondo, i meccanismi dell'accumulazione capitalistica e che proprio per questo aveva bisogno di legittimarsi e motivarsi,
con il beneficio della ragione, nel passaggio delle consegne
dalle vecchie alle nuove classi dominanti. Così avvenne
anche nell'epoca del cruciale passaggio del capitalismo allo
stadio compiuto della produzione di massa delle merci e dei
segni, tra la fine del XIX egli inizi del XX secolo, quando,
forse per una sensibilità speciale che questo passaggio
suscitò, la nascita delle scienze sociali fu caratterizzata proprio da un'attenzione rivolta ai motivi profondi che animavano e avevano animato il lusso sin dal sorgere del modo di
produzione capitalistico, come dimostrano, pur entro prospettive diverse, le analisi di Sombart e quelle di Veblen.
Da un altro punto di vista, il lusso, antropologicamente inteso come dispendio, come eccesso inutile, come spazio dell'infunzionale rispetto all'uso e al bisogno, è una componente essenziale di quanto di "umano" ci caratterizza. Nemici
giurati, in varie epoche storiche e in diversi contesti sociali,
in nome, volta a volta, della ragione, della frugalità, della
morale o della retorica, ne hanno vituperato gli eccessi, biasimando così l'essenza stessa del lusso, che in effetti nasce
proprio dall'idea di un dispendio non contenibile né in forme
uguali dello scambio né come risposta a una necessità.
Lussazioni
"Lusso" è una parola che si mette all'opera nel linguaggio
già carica del suo valore sedimentato in una storia che non
ha cessato di erigervi intorno muraglie moralistiche eleggi
suntuarie. Se le parole hanno un senso depositato nella loro
storia, nel loro uso, nelle loro trasformazioni e nelle contaminazioni a cui si espongono attraverso il confronto interlinguistico e interculturale, chiediamoci allora cosa vogliamo dire
quando usiamo l'espressione "prendersi il lusso di...".
Nell'uso, questa espressione ha a che vedere, proprio come
nei versi di Baudelaire, con la "voluttà", intesa nel senso di
un piacere che esorbita dal quotidiano e Invita a un viaggio,
metaforico o reale, in cui si rompe la consuetudine e si
assume l'eccezione come modalità del vivere e del sentire. I
motivi baudelairiani del viaggio e della distanza che trasfigurano le cose conferendo loro una patina lussuosa e al tempo
stesso rassIcurante, connessa all'Idea di possesso e di contemplazione, sono in parte gli stessi che alimentano nella
nostra epoca alcuni nuovi miti del lusso, per lo meno quelli
che si fondano su valori come il gusto, lo stile personale, la
cultura raffinata, tutto quello che insomma possa "lussare"
quella che oggi viene percepita come la dimensione seriale e
massificata del vivere.
"Lussare" non dovrebbe in realtà associarsi a "lusso", dal
momento che le due parole hanno una diversa origine.
Tuttavia, il gioco libero tra i significanti verbali riesce spesso
a dire molto di più di quanto conceda l'ossequio all'etimologia, e non è senza suggestioni l'idea che "lussare" possa
anche coprire una sfera del significato in cui qualcosa "si
mette di traverso" e "sloga" il decorso sempre uguale di una
piatta e massificata riproducibilità, più o meno tecnica, del
vivere. Ed è qui, in questa piega del senso, che la voluttà
baudelairiana e l'eccezionalità misurata del lusso contemporaneo mostrano l'altra faccia: perdono la calma, dimenticano
l'equilibrio, esorbitano dall'ordine, e il vascello naufraga, il
lusso lussa...
Cast away (naufraga!) è appunto il titolo di copertina del
numero di maggio 2003 dedicato al lusso della rivista di
design, moda e architettura «Wallpaper», che raffigura nell'immagine a pagina piena una giovane coppia a bordo di
una zattera nell'Oceano Indiano. La donna è adagiata su un
tappeto di pelliccia, veste un kimono in seta color oro e
calza sandali con tacco a spillo; l'uomo è in piedi, scalzo,
accanto a un improvvisato albero maestro, camicia e pantaloni bianchi. Accatastato sul fondo della zattera, un candido
set da viaggio in pelle. È questo il vascello del lusso, su cui
i naufraghi del XXI secolo fanno rotta verso il meglio che un
viaggio possa offrire nel mondo: bar, negozio, concierge,
spa, safari-lodge, sala da bagno... il meglio al massimo prezzo, o per meglio dire, senza prezzo. Non è "semplicemente"
il denaro a fondare nell'immaginario il valore eccezionale che
distingue il naufrago di lusso dai passeggeri sul ponte di un
battello disperato di migranti o dai passanti in un non-luogo
affollato del nostro tempo. È l'idea di lusso come misura
smisurata.
In questo senso, il lusso contemporaneo presenta motivi
molto vicini a quella distinzione che un secolo fa Simmel
indicava come qualcosa di indipendente dai valori correnti
della ricchezza, della moralità e della bellezza. Motivi che
fanno invece appello a un modo di praticare il rapporto tra
l'individuo e il rischio dell'eccezionale, la sfida dello spreco e
di tutto ciò che fuoriesce dalla legge dell'utile e del funzionale. Vi sono strategie semiotiche, estetiche e culturali che
producono l'idea stessa della lussuosità. Come quella dell'amplificazione, dell'iperbole e della "sontuosizzazione" delle
forme, che fu caratteristica del barocco, e che oggi ritorna in
stretta sinergia con le nuove tecnologie, a volte rasentando
il kitsch, in territori come l'architettura, la moda, l'arredamento, il turismo. Questa strategia crea una nuova aura di
unicità intorno all'oggetto o al bene di lusso, il cui possesso
o la cui fruizione diventa eccezionale e spezza (lussa, appunto) la serialità della produzione d I massa delle merci e dei
segni. È un'isola artificiale a forma di palma nel mare di
fronte a Dubai, è un viaggio nello spazio per un eccentrico
miliardario, è un centro direzionale di Shangai progettato da
John Portmant, è un albergo delirante di Las Vegas, è l'ambientazione di un film di Greenaway come Il cuoco, il ladro,
sua moglie e l'amante. Cast away, ma a bordo del Queen
Mary 2, la più grande e costosa nave da crociera di tutti i
tempi, al varo nel 2004.
D'altra parte, il lusso sembra oggi anche concedere l'accesso ad alcuni suoi segni e oggetti secondo una procedura
che ricorda la tecnica della metonimia: un "pezzo", un colore, una parte di un intero, evocano il tutto. Un abito in tessuto color oro richiama il prezioso metallo, e se è tempestato di cristalli Swarovsky "cita" lo splendore oscuro del
gioiello. In un'altra prospettiva ancora, il lusso oggi si
"abbassa" esponendosi a un consumo controllato, sebbene
sia sempre alto consumo. È la scommessa dei "poli del
lusso", quelle concentrazioni multinazionali di marchi di
prestigio che producono merci per le classi agiate, ma
anche per le illusioni di chi, pur potendosi permettere
magari solo un portachiavi di una grande firma per un'occasione speciale, può immaginare di entrare a far parte di
una elite esclusiva attraverso questo pur piccolo accessorio. Tra i "poli del lusso", il più celebre è il gruppo multinazionale di origine francese LVMH, creato a partire da11987,
nel quale si concentrano marchi che producono beni assolutamente elitari, per tradizione -champagne, sigari, alta
moda -o per elezione -materiali preziosi e gioielleria.
l'acronimo si compone delle iniziali di "Louis Vuitton Moet
Hennessy", nomi già carichi di aura nell'universo del consumo e delle sue mitologie. I vini e gli
alcolici francesi più
pregiati, dal Dom Perignon alla Veuve Clicquot Ponsardin, i
cosmetici e le creazioni di moda delle grandi griffe da Dior
a Glvenchy, l'alta pelletteria da Vuitton a Fendi, compongono un firmamento che detta legge negli imperi della finanza, e che oggi apre mercati e punti vendita dove più sfacciato, ma anche più simbolicamente efficace il nuovo lusso
si presenta, dal Medio Oriente, alla Cina, all'India.
Nella logica di un lusso "abbassato" vanno Intese le scelte
che nell'industria dell'auto hanno fatto alcuni marchi verso la
produzione di modelli relativamente "accessibili", o invece
verso l'emanazione di luxury brands. l'aura della presunta
lussuosità per molti accompagna anche il modo in cui il
lusso viene reso discorso attraverso il giornalismo e le
nuove forme di comunicazione: molte riviste un tempo definite nel genere dei "femminili" o delle riviste di moda si trasformano in pubblicazioni patinate e raffinate nello stile e
negli argomenti trattati, e cresce il numero di periodici dedicati ai piaceri e ai lussi del corpo e della casa. «Vogue
Italia» inaugura dal 2000 il supplemento Unique, dedicato
proprio al lusso e all'esclusività in ambiti che spaziano tra la
haute couture, l'architettura, i viaggi, il collezionismo e le
eccentricità del lusso contemporaneo. Si moltiplicano siti
web del lusso che includono informazioni, link e suggestioni
per chiunque (?) voglia comprare un'isola, uno yacht sfarzoso
o un paio di scarpe-gioiello confezionate su misura.
"Lusso" è una parola che ha assunto un senso forte nella
realizzazione del brand quale universo simbolico di stili del consumo. Ma è anche una parola che non può esser fatta
risuonare In tutta la sua complessità se lasciata alla sua
semplice funzione d'uso In quella "economia ristretta", per
usare un'espressione di Batallle (v. infra, secondo capitolo,
n. 3), che delle cose e delle parole dichiara sempre gli obblighi e le costrizioni, e che dalla riproduzione sociale dei beni
e dei segni lascia fuori la produzione di sensi oscuri, pericolosi e abietti. Oscuri come il lusso. Vitali come Il lusso.
Mortali come il lusso.
©
Patrizia Calefato
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