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Insieme
al professore Gianni Mazzei e all’amico Bonifacio Vincenzi, fondatore
dell’itinerario culturale Il Musagete, si era deciso di festeggiare gli
ottanta anni di Giuseppe Selvaggi. La manifestazione, per motivi che non
sto qui a spiegare, fu più volte progettata e rimandata, così da rischiare
di festeggiare gli ottantuno anni del giornalista-poeta di Cassano Ionio.
Alla fine si stabilì di tenere un incontro tra novembre e dicembre del
2003 nel liceo-ginnasio di San Demetrio Corone, dove Selvaggi aveva
studiato. Sembrava fatta, ma anche quella volta la cosa non andò in porto.
Io, intanto, avevo già approntato il testo che segue, e a lungo rimasi
indeciso se inviarlo a Selvaggi, trattenuto da un rispettoso pudore. Poi
il giornale mi disse che Selvaggi non c’era più, nessuno dei tanti amici
aveva pensato di informarmi. L’ultima volta che lo avevo visto, era stato
in agosto, a Saracena, dove, durante la presentazione di un libro che
parlava di briganti, tenuta in una piazza della cittadina calabrese, mi
colse di sorpresa, iniziando il suo intervento citando una mia poesia.
Alcuni giorni prima, ci eravamo rivisti dopo alcuni anni, in occasione
della Biennale d’ Arte di San Dematrio Corone. So che già tanti studiosi
si sono affrettati a scrivere articoli e si stanno affrettando a
pubblicare i loro saggi su Giuseppe Selvaggi. Sarebbe interessante pensare
cosa ne pensa lui. Io, non potendo offrire altro, posso solo proporre ciò
che avevo già preparato, decidendo di lasciare invariato il testo che
avevo scritto per la manifestazione di San Demetrio e che mi sarebbe
piaciuto chiamare Le Parole del Corpo. Resta il rammarico che non saprò
mai se Selvaggi questo titolo l’ avrebbe approvato. Un intraprendente
critico letterario, militante in quel nuovo universo che è diventato
Internet, parlando di Corpus di Giuseppe Selvaggi, ci ricorda che essere
un grande uomo consiste nella capacità di restare bambino: un bambino che
si trasforma continuamente. Naturalmente è una frase fatta, un luogo
comune, ripetuto e sentito tante volte, e per lo più condiviso, solo per
pigrizia mentale o convenienza, che per vera convinzione. Tutti ci
vogliamo sentire adulti e grandi uomini, perché così ci hanno insegnato, e
lottiamo, in qualsiasi campo la vita ci ha portato a combattere, per
acquisire a pieni voti la qualità di professionista. A volte senza
accorgerci che bruciamo la nostra esistenza, in qualche anno o in pochi
decenni, che sono nulla al cospetto dell’immensità del mondo che vive da
millenni. Ma a volte i luoghi comuni, nascondono, come i pregiudizi
valorizzati da Freud, delle semplici e grandi verità. Credo che nel
caso di Selvaggi, il luogo comune rispolverato dal nostro critico
navigatore, diventi luogo universale. Sappiamo tutti chi è Selvaggi, ma
pochi si sanno spiegare da dove derivi quella sua inesauribile energia, di
fare, e fare bene, tante cose, compreso il poeta, vincendo la fatica del
vivere quotidiano e superando indenne, e sempre più maturo, le vicende del
mondo. E la puntualizzazione di Reno Bromuro, ha il merito di
sottolineare e mettere in evidenza, la capacità di Giuseppe Selvaggi di
rinnovarsi, rimanendo se stesso, e quindi di mantenere intatta la sua
parte d’uomo non adulta, perciò sempre vitale e alimentata dal fuoco della
curiosità. Gli uomini appagati, sono gli uomini che hanno smesso di
vivere, mentre Selvaggi, che ha la stessa età di mio padre, nonostante i
tanti traguardi raggiunti, continua a operare e a invitare gli altri a
fare altrettanto. Potrei anche sbagliarmi, ma credo che alla base di
tutto ci sia quella sua idea, che se non ricordo male, Selvaggi ha
espresso nella sua opera L’arte come guerriglia culturale, dove boccia
coloro che chiedono all’arte un indirizzo unico. Costoro - dice Selvaggi -
sono degli ammalati di dittatura, che mancano del senso della polivalenza
ch’è possibilità di scelta. La libertà, quindi, l’indipendenza di
giudizio, che permettono di scegliere o di non scegliere, di fare o di non
fare, di sbagliare e di rimediare all’ errore. Caratteristica questa,
comune a tutti i poeti, e non credo che si sbagliò Enrico Falqui, quando
disse a Selvaggi: “Ricordati che sei un poeta, non tradire la parola”. Non
c’è dubbio infatti, che Selvaggi, e soprattutto il Selvaggi di Corpus, sia
poeta a tuttotondo, ma la poesia di Selvaggi, aspira non a diventare
espressione della semplice e pura applicazione di una tecnica, ma si
propone come segno, capace di produrre un linguaggio più individuale
possibile. Dunque, l’idea di poesia non si ferma, com’è giusto che
sia, e come invece in molti credono che debba essere, alla pura funzione
poetica, ma può sconfinare in ogni campo e in ogni esperienza consentiti
all’uomo. Corpus ne è un esempio palpabile, dove versi, prosa,
disegni, anche se di altri autori, convivono tranquillamente, come
tranquillamente l’autore può definire il suo libro racconto, pur avendo
usato quel codice che formalmente riconosciamo come poesia. Ma la
forma, se è plasmata da un poeta, va sempre al di là di ciò che lascia
apparire, e diventa lingua universale, qualsiasi mezzo e qualsiasi tecnica
e qualsiasi forma, si usi. Ed è proprio ciò che Giuseppe Selvaggi fa.
Quelli che Prezzolini, chiamerebbe i professionali, sono bravissimi a
costruire le strutture e a scoprire le regole, che permettono a quelle
strutture di restare in piedi. Ma solo il poeta, e non mi riferisco certo
solo a quelli che scrivono versi, può dare un senso e un’anima alle cose,
e se è vero che ho sempre sostenuto che la poesia non può essere
universale, perché non sappiamo nemmeno bene cosa sia l’universo, è anche
vero che solo la poesia può trasformare le cose in segno, riconoscibile da
molti. La poesia, come la libertà, è una di quelle cose indefinibili,
che però tutti crediamo di sapere cosa esse siano, incapaci come siamo di
ammettere i nostri limiti di uomini. In realtà, la poesia, come la
libertà, si possono solo vivere e non definirle, e sono praticabili solo
da chi sceglie di essere, attimo dopo attimo, poeta e uomo libero.
Purtroppo, se andiamo a guardare quello che ha detto di Selvaggi la
critica, subito ci accorgiamo che in molti, troppi, sono preoccupati di
inserire Selvaggi in qualche contesto regionale o paesano o ideologico, o
si preoccupano di che tipo sia la religiosità di Selvaggi, e sono
preoccupatissimi di sapere se la storia raccontata in Corpus, sia una
storia vera o simboleggia l’amore verso un essere divino a noi
sconosciuto, e non si contano quelli che sono allarmati per la salute del
poeta, che potrebbe essere affetto da “sindrome erotica”. Ritengo che
Selvaggi sia in buona salute, come uomo e come poeta, e tante sono le cose
che può insegnarci e ci insegna, sia con l’assenso e la presenza, sia con
l’assenza, e forse non mi riferisco alla serata finale della Biennale
d’Arte e Poesia, tenuta proprio qui a S. Demetrio, o alla grandissima
lezione di libertà che ci ha regalato nello stesso periodo a Saracena. E
se qualcuno vorrebbe che Selvaggi si rifugiasse nel mitologico ritorno
alla solitudine, siamo abbastanza smaliziati, per sapere, in piena
coscienza, che la poesia va fatta e vissuta nella vita reale e quotidiana,
dove abbiamo il dovere di continuare a restare, anche se la selezione sarà
naturale, e a chi vuole una poesia che non esca fuori dal suo seminato
ideologico, possiamo ben dire che le torri d’avorio può andarle a
costruire a Itaca. Forse sarebbe bene smetterla di fare i critici,
usando le scatole cinesi, e prendere coscienza, che l’ultima scatola è
sempre la più piccola, ma ha la stessa forma delle altre, e quindi è
inutile aggiungere vuoto al vuoto, quando non si ha veramente qualcosa da
dire. Sarebbe una bugia, negare che non sono in imbarazzo a trovarmi a
parlare di Selvaggi in questo luogo: perché qui c’è una porzione, e
nemmeno piccola, della mia vita. C’è questo collegio, dove ho appreso a
non studiare, ma dove ci sono anche i primi amori, i primi battiti, le
prime illusioni e delusioni, e le prime vittorie sulla vita, e l’inizio
della presa di coscienza consapevole del proprio vissuto. Ma c’è
soprattutto Giuseppe Selvaggi, che mi riporta alla mia Cassano, una delle
tante mie “patrie”, e, lui certamente non lo sa, quando vivevo a poche
decine di metri dal bar del fratello Aldo, era quello un centro del mondo
importante, dove noi ragazzi andavamo, per comperare il famoso gelato
fatto a mano, due gusti soli, o limone o cioccolato, il cono da dieci lire
i giorni feriali, e la coppetta, che costava venti, quando era festa. Lì
andavamo ed eravamo bambini, a comperare i nostri sogni, fatti di innocue
bustine Panini e grandi album, rimasti per sempre incompleti. Sogni fatti
di doppioni e di figurine rare, di trottole di legno scadente, di poveri
pupazzi a forma di indiani, che, ci avevano insegnato, erano cattivi, e di
buoni e leali, coraggiosi cow-boy, eroi di plastica che si accompagnavano
al sogno, e tutti speravamo sempre di trovare lo Sceriffo con la stella
della legge sul petto, e lì, dove abbiamo mangiato il miglior gelato mai
esistito, sentivamo parlare dell’uomo che era andato lontano e faceva il
giornalista, il poeta, lo scrittore, e all’ improvviso quelle parole
diventavano le parole magiche, che spesso, molto più spesso di quanto
Selvaggi possa immaginare, venivano ripetute in casa, soprattutto da
quell’altro uomo immarcescibile, che forse Peppino Selvaggi non si
ricorderà neppure, che era il semplice, il tenero, l’infaticabile
impiegato del comune Emanuele Maffia. Nello stesso tempo, da Terranova da
Sibari, un’altra delle mie tante “patrie”, giungeva anche l’eco del nome
di Raoul Maria de Angelis, anch’egli adottato da Roma, che per noi a
quella epoca era lontanissima. Poi sono venuti gli altri, ma quello
che accedeva allora, ci diceva che Cassano non era solo il paese dei
coltelli, e chi volle capire, capì che la Calabria non è solo terra di
miseria, ma che si può arrivare lontano, anche partendo da quei paesini,
come noi stessi siamo abituati a definirli nello sconforto. Solo due o tre
volte ho parlato e stretto la mano a Giuseppe Selvaggi, e lui poco si
ricorda di questo nuovo impiegato del comune, che un giorno gli fece un
documento e gli dette il suo libro, sperando che lo leggesse. Non so se
l’abbia fatto, ma so che sicuramente ancora lo conserva. Molto più spesso
ho sentito parlare Giuseppe selvaggi, e proprio perché mi piaceva quel suo
modo di porgere le parole, quando Cassano non riusciva a trovare un uomo
che diventasse il primo cittadino della città, in un colloquio privato con
un esponente politico, proposi il nome di Selvaggi. Mi venne risposto
che non si poteva fare, perché Selvaggi è una persona seria, e senza nulla
togliere ai politici presenti, questo mi fece capire molte cose. Ma
soprattutto, l’episodio dice molto, di come Selvaggi viene considerato
nella terra dove è nato. Un uomo di cultura, un poeta, una persona seria,
che non possiamo contaminare, inducendolo a venire a contatto con una
realtà che nulla ha a che vedere con la grandezza del suo andare lontano,
per scrivere sui grandi giornali della capitale. E pensare che Peppino
Selvaggi, per il lavoro che ha fatto, di politica ne capisce più dei
politici di mestiere. Avrei dovuto parlare di Corpus, il libro da
molti ritenuto il migliore e il più compiuto di tutta la sua produzione
poetica. Ma proprio perché già tanto è stato detto su Selvaggi e su
Corpus, ci sto girando intorno, senza affrontare direttamente l’argomento,
dal momento che quello che resta da dire a me, che di mestiere faccio
tutt’altro che il critico letterario, è ben poco. Qualcuno mi ha detto
che sono un fuoriclasse, ma non interpreto certo l’ aggettivo nel senso
che sono più bravo degli altri, ma per me significa solo che è difficile
tenermi imbrigliato nelle regole, e anche quando faccio critica, adotto
solo la mia regola, che è quella di esprimere ciò che l’ opera mi dice di
dire. E credo che quel poco che potevo dire su Corpus e su Selvaggi, l’ho
già detto, cercando di far capire ciò che non mi piace di quello che gli
altri hanno espresso prima di me. Ma se debbo anche dire, ciò che ritengo
qualità dell’opera e del poeta, dirò che certamente Corpus è un libro che
ha tra le sue caratteristiche l’erotismo, e sicuramente la storia narrata
è una storia vera, ma è anche storia inventata, immaginata, fantasticata e
vissuta nella realtà reale del poeta, che può indifferentemente amare la
donna come se fosse Dio, o amare Dio nelle infinite sfumature del suo
pensiero ispiratore. Ed è l’unico essere, che può vivere anche ciò che non
esiste. Importa poco se l’amore sia sacro o profano, anche l’ateo ha
il suo Dio, ma è ugualmente santo se rinuncia a imporre la sua idea agli
altri, altrimenti diventa solo un banale dittatore. In fin dei conti, la
porta resta sempre quella, e il cespuglietto tosato, può solo ridare
vigore alla parola del poeta. Il corpo è ciò che vediamo per primo, ed è
inutile cancellarlo dagli occhi e dalla mente, rivestendolo di peccato. Il
tempio esiste, ma bisogna santamente profanarlo, altrimenti non serve a
niente e diventa cattedrale nel deserto, e tutti sappiamo che il deserto
dell’anima, è simile alla morte, mentre la parola del poeta, anche se
gridata nel vuoto del nulla, colpisce sempre il segno, e come nella poesia
di Selvaggi, si avvera la profezia futura di Gutiérrez: ... non si può
scrivere con il cervello e con le mani. Bisogna essere disposti a
strapparsi la pelle. Ti scortichi, rimani con la carne viva ...
Sappiamo poco sulla creazione di quella cosa strana e forse infinita,
che chiamiamo universo, ma tutto possiamo sapere, anche se mai potremo
definirla, sull’origine della poesia, perché la risposta è certamente
nelle stesse parole e nel segno del poeta. E per me è facile leggere
Corpus e rivedere nella mente L’origine del mondo, di Gustave Coubert. Due
uomini, due poeti, che possono toccare ogni argomento, ma non offendono
nessuno, tranne i benpensanti e gli intellettuali di mestiere, che del
sacro hanno un ’idea vaga che corrisponde al vuoto del loro deserto
interiore. Gli uomini liberi, invece, possono ammirare il corpo e
mangiare finanche la mela proibita, senza commettere peccato, perché se è
vero che il peccato è sempre fuori del corpo, nella pienezza della
libertà, la forma e il contenuto coincideranno, e la libertà del poeta,
sarà la stessa dell’uomo che non vuole essere servo di nessuno, e perciò
rinuncia a convincere gli altri, ma si accontenta di amare la forma, che
però contiene sempre un’ anima. Credo che Selvaggi sia uno di questi
uomini, e se oggi siamo qui e ci proponiamo, a torto o a ragione, anche
noi come autori, in parte il merito va anche a Giuseppe Selvaggi, che
tanti anni fa lasciò il suo paese, per andare a scrivere parole sui
giornali del paese lontano, dimostrando che ciò che si vive e ciò che si
vuole, possono esistere in ogni luogo, senza necessità di piantare radici
nell’isola sperduta, alla quale bisogna per forza ritornare, perché
necessariamente dobbiamo appartenere a un luogo o a qualcuno. Il poeta,
non tradisce la sua origine, ma il seme, le sue radici, il frutto e la
linfa vitale, li ha nel suo corpo, e li porta dovunque rivolge lo sguardo,
anche quando i suoi occhi accarezzano il corpo di lei. |