"Su Dino Campana" di Reno Bromuro

Scrittore e poeta, regista e commediografo, attore e giornalista, insegnante di materie teatrali, Reno Bromuro, nato a Paduli (Benevento) nel 1932, è indubbiamente una delle personalità più sinceramente innovatrici nel panorama del teatro italiano del secondo Novecento, come anche di quello letterario. Molto attivo nel centro-sud, debutta in teatro con un atto unico «Pascalino 'o piscatore» nel 1953, in cui affronta il problema degli invalidi permanenti di guerra, portando l'esperienza del teatro inteso come momento artistico dove parola, gesto e suono si contrappongano alle tradizioni classiche del teatro italiano. Nel 1957 fonda a Napoli il «Centro Sperimentale di Ricerca per un Teatro Neorealista»; nel 1970, a Roma, la Compagnia di Prosa «I Corinti» con la quale rappresenta un dramma che tratta i pericoli della droga, dal titolo «...Quella Maledetta...», in cui parola, suono, gesto, illuminazione riescono a sviluppare, nello spettatore, l'immaginazione della scenografia e dell’ambientazione. Nasce il «Teatro dell'Immagine o dell'Immaginazione», dove, per la prima volta, lo spettatore è chiamato a comporre, ogni sera, il finale dell'opera. Dal 1986 continua la sua ricerca teatrale, con i giovanissimi, basata sulla teoria del Teatro povero grotowskiano. Decine le pubblicazioni di volumi di poesia, di saggistica e di teatro, oltre trenta le commedie rappresentate; ma Bromuro non dimentica di essere uomo, prima che artista, e si batte per un’Arte non corrotta, fondando l’Associazione Internazionale Artisti «Poesia della vita» con sede in Roma, promuovendo, negli anni ’70, premi letterari e di teatro «Talentiadi – Olimpiade di Talenti - » e teorizzando in favore di un’Arte maggiore, in cui gli artisti siano chiamati a creare arte incontaminata dalle esigenze di mercato. Numerosi i premi letterari vinti, nazionali e internazionali, e le cariche accademiche, di grande prestigio, attribuitegli. Reno Bromuro, da alcuni anni, cura rubriche telematiche di cultura, dove storia, saggistica, critica letteraria e poesia trovano ampio spazio quotidiano tra le letture dei navigatori in rete. Il carattere dell’umanità, infatti, in Reno Bromuro, si colloca felicemente nella semplicità di un linguaggio che sia compreso e apprezzato da ogni fascia di lettori e nella sincerità dei consigli in favore dei giovani artisti desiderosi di partecipare all’Arte contemporanea, traendo spunto da una realtà storica, ancorché innovabile, mai dimenticata.

Sono a contatto con i giovani, molto più spesso che non con i miei coetanei e mi trovo ad essere sempre più scontento, perché tra quelli appena maturati, e tra i maturandi esiste una totale ignoranza di uno dei più significativi Poeti del secolo: Dino Campana. Qualche anno fa non mi meravigliavo, visto che anche Sapegno ne fa solo un cenno, dopo una decina di righe di biografia, senza parlare della sua opera e quando lo fa lo paragona a Rimbaud.
Solo dal 1968 si è cominciato a parlare di questa nuova figura di Poeta, chiamato in causa dal Falqui in «Novecento Letterario» in un saggio dal titolo «Campaniana», iniziando così una ricerca, durata fino a tutto il 1970.
Avendovi parlato, lo scorso anno, del carteggio d’amore tra lui e Sibilla Aleramo, del loro amore turbinoso come un ghibli, violento come un tornado, appassionato come il canto del mare in una notte di luna piena (sì, perché in quelle notti le onde del mare non rumoreggiano, ma cantano canzoni indimenticabili). Parlandovi di questo amore non vi ho trascritto la poesia, forse più bella che Dino abbia scritto per Sibilla.

«Vi amai per la città dove per sole
strade si posa il passo illanguidito
dove una pace tenera che piove
a sera il cuore non sazio e non pentito
volge a un’ambigua primavera in viole
lontane sopra il cielo impallidito».


Dicevo che i giovani non conoscono bene e, alcuni, non conoscono affatto il Poeta Dino Campana, perché di lui se n’è parlato poco, perché si sono sentiti infastiditi dall'impiego indiscriminato che Dino fa di certa terminologia «all’acqua di rosa», a volte anche sgrammaticata, e quindi non riescono ad avere il coraggio di definire la sua poesia, perché salta agli occhi e penetra nel cuore la linfa sanguigna che da quei versi zampilla. E’ per questo che la poesia è scarna, scabra, secca, bruciata, pietrosa, come molti la definiscono, a volte languida e delirante come il bambino che non avverte più l’odore della presenza della mamma. C’è una richiesta a bocca spalancata, una voce tonante come la tromba di Gerico, che grida a squarciagola, affetto, amore, compagnia. 
E certo uno spoglio rapidissimo, col passare del tempo, ci rivela il ritorno di certi termini o addirittura di certe espressioni, di certe immagini, che sembrano impresse sulla tela, come se «la nostra anima fosse non più spirito», ma materia solida e indistruttibile, perché i versi rimangono impressi, con caratteri di fuoco, da un laser. 
Leggendo la sua opera ci accorgiamo che le parole diventano più asciutte, il Poeta ci parla e il suo dire diviene disegno essenziale, perfino avaro in qualche lirica; si avverte che ci troviamo dinanzi all'urto tragico di un uomo intero, che mendica amore, ma questo non arriva e a lui non rimane, per il momento, che chiamarlo Chimera. E qui è tutta la tragica tensione di un Uomo che va in giro a mendicare un sentimento che dovrebbe essere di tutti.
In una lirica dedicata a Firenze chiude:«Ella m'appar, presente». «Ella m’appar, presente»,chiama oltre che l’amore un giudizio critico che non arriva e, per questo, prega la fanfara straziante che sale dal fiume, nel silenzio della sera, di sbandierare il suo problema, mentre riaccende la speranza.
Dino Campana, l'elegiaco, il descrittore, e l'interprete delle proprie sensazioni e della propria pena, ora diventa lo storico del suo dolore. Il suo è un lavoro attento e tormentato, insistendo forse anche troppo sul fatto, che spesso l'equilibrio poetico si regga soltanto sulla perizia del verseggiatore, che abitualmente attenua le discordanze e nasconde le lacune dei passaggi più rischiosi, raggiungendo in alcune liriche:l'abilità del poeta mai compiaciuta e amata come Narciso la sua immagine.
Non bisogna dimenticare che nella poesia «Invetriata» Dino intenda richiamare l'attenzione dei lettori, sia pure in maniera lievemente sfocata, e come le figure metriche tradizionali possano essere adoperate da lui, senz'ombra di profanazione. Con una certa ingenuità Dino Campana ha avvertito l'importanza del problema metrico nello studio della lirica, e per questo ne tiene conto solo come osservatore. 
Non vuole assolutamente sottostare alle rigide regole della poetica, non ne ha la buona volontà né vuole dedicarsi con profitto allo studio della metrica. Studio mai inutile e vuotamente retorico; Lui tocca rapidamente l'essenza dello spirito umano. Infatti,a prima vista, sembra che abbia voluto purificare il suo vocabolario e l'istinto melodico dell’Io creativo, bandendo il Sé razionale dal suo poetare. Sente che le sue poesie non danno l'impressione del nudo, ma piuttosto del riempitivo. I versi non sono solamente essenziali, ma mostrano, con misteriose allusioni, le immagini, il dolore, l’anima sanguinante che bagna la terra dove cammina. 
La poesia di Campana non può ridursi a formula metrica: non vi predomina l’endecasillabo, non ha il suo regno il settenario, né il novenario; eppure il verso sembra stranamente allungato o accorciato in un misterioso procedimento sillabico, che realizza un tono di armonia imitativa, senza che resti la preoccupazione formale assorbita dalla forza sintetica e dalla sintassi che va a spasso come un cagnolino senza guinzaglio. Obbedendo a un nostro preciso intento critico: voler spiegare il più semplicemente possibile il canto di Dino Campana affinché i giovani ed anche (perché no?) i meno giovani conoscano a fondo l’animo di questo grande della letteratura italiana, volutamente dimenticato, anche se voci sconosciute fanno del loro meglio, senza trovare un interesse specifico da parte di qualche editore importante o di qualche quotidiano che ne divulghi il pensiero. Il nostro intento, dicevo, è quello di dare a Cesare quello che è di Cesare, senza paroloni altisonanti o lacrime di alambicco; sentiamo, o meglio abbiamo assunto il dovere di puntualizzare la natura del canto di Dino Campana, dicendo le cose come le abbiamo sentite pulsare nell’anima.


 

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