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Il
confronto fra le due versioni della nascita di un personaggio sovrumano,
entrambe centrate sul fallimento di un piano celeste e sulla conseguente
nascita decurtata dell'eroe, che avrebbe potuto essere ben più grande o
più felice di quanto lo sia stato in realtà, ci aiuta forse a formulare
una considerazione più generale. Sembra quasi che il messaggio di questi
racconti sia il seguente: gli eroi, in realtà, non sono perfetti, c'è
qualcosa - a volte solo un punto, un attimo nell'infinito corso del tempo
- che li separa dalla perfezione. Gli eroi non sono come gli dei.
Avrebbero potuto esserlo - ma è accaduto 'qualcosa' che glielo ha
impedito. Un po' come Achille che ha perso l'invulnerabilità totale per
una distrazione di sua madre, o Titone che non aveva ricevuto la vera
eternità per un'imprecisione di Eos nella sua richiesta. Per trovare un
altro esempio di questo meccanismo possiamo restare ad Alessandro. Nelle
versioni più consuete del romanzo, infatti, accade che l'eroe non
raggiunga l'immortalità per un motivo ugualmente curioso: al momento in
cui passa accanto alla fonte da cui sgorga l'acqua della vita eterna,
semplicemente, 'non se ne accorge'. Chi la riconosce invece è il cuoco del
re, Andrea, che vedendo un pesce salato riprendere vita una volta lavato a
quella fonte, capisce che quell'acqua deve avere poteri straordinari. Il
cuoco la beve e ne conserva anche una certa quantità, che a sua volta darà
da bere a Kalé, la figlia che Alessandro ha avuto dalla concubina Unna.
"Quando venni a saperlo - racconta Alessandro - debbo dire la verità,
provai invidia per la loro immortalità". Alessandro, l'unico mortale che
per la sua nascita e per le sue imprese avrebbe veramente meritato
l'immortalità, deve rinunciarci a favore di un cuoco e di una ragazza che
la ottiene in cambio dei favori concessi al cuoco medesimo. Quella volta
Alessandro ha solo sfiorato l'acqua della vita, a profittarne sarà
qualcuno che non c'entrava nulla - quella notte l'astrologo dormiva e a
profittare del segno celeste sarà una donna curiosa: così che, per una
manciata di minuti, non sarà più Alessandro, ma al-Khidr, colui che "vivrà
fino alla fine dei tempi". Il destino di Eracle era stato dello stesso
tipo: quel giorno, sull'Olimpo, Zeus si era distratto e aveva detto
qualcosa che non doveva dire, per cui non sarà Eracle, ma Euristeo, colui
che regnerà su tutti i popoli vicini. L'eroe fallisce la perfezione per un
nonnulla. Da questo punto di vista egli rassomiglia molto a Martino del
proverbio, quello che "per un punto perse la cappa". E' come se l'eroe
dovesse avere in sé la scintilla dell'imperfezione, oltre a quella della
perfezione. Nei due racconti che abbiamo esaminato, quello di Eracle e
quello di Alessandro-Dhul-Karnain, questo tratto fondamentale dell'eroe -
la sua imperfezione, accanto alla sua eccezionalità - viene espresso
attraverso il meccanismo della fallita 'coincidenza' e dell'usurpazione
subita da parte di un altro, certo meno meritevole di lui. Non c'è dubbio
che, di questo modo di esprimere la mancata perfezione dell'eroe, faccia
parte la categoria dell'ironia. Come Alcmena fu salvata dalla donnola -
Omero ci lascia a bocca asciutta. Nella sua descrizione di quel che
avvenne sull'Olimpo, quando Era riuscì abilmente a ingannare Zeus e
trattenne le doglie di Alcmena, per impedirle di partorire al momento
giusto, il poeta non ci ha raccontato proprio nulla di lei, la
partoriente. Non ci ha raccontato delle sue sofferenze, di come fu vicina
alla morte e del modo in cui, a un certo punto, riuscì a partorire: perché
certo Alcmena sconfisse finalmente l'ostilità di Era, visto che Eracle fu
generato e divenne il grande eroe che tutti conoscono. Tantomeno Omero ha
voluto raccontarci qualcosa di colei che aiutò Alcmena a partorire - una
ragazza destinata per questo a essere trasformata in una "donnola", o
direttamente una donnola. Il fatto è che, come dicevamo, l' "Iliade" è un
epos maschile, di guerra e di orgoglio - non ci si mette a parlare di
parti, nascite e doglie in un poema così. Ma d'ora in avanti sarà diverso.
Tra le righe dei testi che leggeremo, infatti, la voce del narratore
assumerà spesso toni del discorso femminile. E le storie narrate dalle
donne, ovviamente, si parla di certe cose. Eccoci dunque di fronte al
"racconto di Alcmena". Ma adesso che ci apprestiamo a riascoltare questo
racconto il lettore sappia che si troverà di fronte non a un testo
continuo, ma a una costellazione di versioni differenti: reportage di
viaggio, episodi di grande letteratura, compilazioni di retori e di
scolasti, frammenti. Non si tratta di un caso eccezionale. Come più avanti
avremo modo di specificare meglio, è normalmente questa la forma in cui ci
si presentano quelle narrazioni antiche che vanno sotto il nome di
"mitologia classica". Queste versioni della storia di Alcmena noi le
leggeremo e le analizzeremo una per una, cercando di mettere in evidenza
tutti i possibili aspetti che si presteranno in seguito a farci
comprendere meglio il significato del racconto. Le differenze fra una
versione e l'altra saranno spesso anche molto forti. Per fare solo qualche
esempio, la prima variante che incontreremo, quella di Pausania, prevede
che a impedire il parto di Alcmena siano delle "streghe" malefiche, le
Pharmakides, e a liberare Alcmena dalle doglie sia invece una ragazza di
nome Historìs, vittoriosa su di loro. Al contrario, in versioni come
quelle di Ovidio e di Antonino Liberale, il ruolo di ostacolo alle doglie
è svolto da Lunina e dalle Moìrai rispettivamente: mentre a sconfiggere
queste nemiche di Alcmena è una ragazza il cui nome varia ma che, per
punizione di ciò che ha fatto, al termine del racconto verrà trasformata
in donnola. Infine, incontreremo versioni in cui è semplicemente una
donnola, senza alcuna metamorfosi, a sconfiggere le forze ostili alla
nascita. Come si vede, si tratta di uno spettro di racconti che può
variare anche molto al suo interno: ma che è costituito tutto quanto sullo
stesso, affascinante insieme di significati. Se seguiamo il mito di
Alcmena attraverso i paradigmi del tempo e dei secoli, e prendiamo in
considerazione come la leggenda sia arrivata fino a noi, ecco che è
davvero reale la possibilità che all'origine di questo fiume di storie ci
sia una sola sorgente letteraria, che si trasforma sempre più in un
miraggio evanescente. E' una grande storia, quella di Alcmena, perché si
collega a un momento della vita delle persone (delle donne) che è
altrettanto grande: la nascita di un bambino, di un parto. Se si va a ben
vedere è qualcosa di più la narrazione di Alcmena: è un racconto vissuto,
una storia psicologica e sociale oltre che narrativa. In questo sta la
ragione dei tratti morfologici con cui si presenta e della sua
straordinaria fortuna nella cultura dei secoli precedenti. In una società
tradizionale la nascita suscita attorno a sé ogni genere di attese, di
paure e conflitti. Ostilità con il marito o il padre del bambino, con il
passato, con la sua famiglia (suocera-strega); poi paura della stregoneria
o dei demoni. I personaggi che ruotano attorno alla partoriente si
presentano a turno più o meno gli stessi, amici oppure antagonisti. (…)
Oggi il parto viene vissuto in modo molto diverso rispetto al passato.
Forse oggi non esiste più nessuna donna che è timorosa del parto e questo
libro costituisce l'epilogo di una storia |