Da "Nascere" di Maurizio Bettini, Einaudi, Torino, 1998.

 

Il confronto fra le due versioni della nascita di un personaggio sovrumano, entrambe centrate sul fallimento di un piano celeste e sulla conseguente nascita decurtata dell'eroe, che avrebbe potuto essere ben più grande o più felice di quanto lo sia stato in realtà, ci aiuta forse a formulare una considerazione più generale. Sembra quasi che il messaggio di questi racconti sia il seguente: gli eroi, in realtà, non sono perfetti, c'è qualcosa - a volte solo un punto, un attimo nell'infinito corso del tempo - che li separa dalla perfezione. Gli eroi non sono come gli dei. Avrebbero potuto esserlo - ma è accaduto 'qualcosa' che glielo ha impedito. Un po' come Achille che ha perso l'invulnerabilità totale per una distrazione di sua madre, o Titone che non aveva ricevuto la vera eternità per un'imprecisione di Eos nella sua richiesta. Per trovare un altro esempio di questo meccanismo possiamo restare ad Alessandro. Nelle versioni più consuete del romanzo, infatti, accade che l'eroe non raggiunga l'immortalità per un motivo ugualmente curioso: al momento in cui passa accanto alla fonte da cui sgorga l'acqua della vita eterna, semplicemente, 'non se ne accorge'. Chi la riconosce invece è il cuoco del re, Andrea, che vedendo un pesce salato riprendere vita una volta lavato a quella fonte, capisce che quell'acqua deve avere poteri straordinari. Il cuoco la beve e ne conserva anche una certa quantità, che a sua volta darà da bere a Kalé, la figlia che Alessandro ha avuto dalla concubina Unna. "Quando venni a saperlo - racconta Alessandro - debbo dire la verità, provai invidia per la loro immortalità". Alessandro, l'unico mortale che per la sua nascita e per le sue imprese avrebbe veramente meritato l'immortalità, deve rinunciarci a favore di un cuoco e di una ragazza che la ottiene in cambio dei favori concessi al cuoco medesimo. Quella volta Alessandro ha solo sfiorato l'acqua della vita, a profittarne sarà qualcuno che non c'entrava nulla - quella notte l'astrologo dormiva e a profittare del segno celeste sarà una donna curiosa: così che, per una manciata di minuti, non sarà più Alessandro, ma al-Khidr, colui che "vivrà fino alla fine dei tempi". Il destino di Eracle era stato dello stesso tipo: quel giorno, sull'Olimpo, Zeus si era distratto e aveva detto qualcosa che non doveva dire, per cui non sarà Eracle, ma Euristeo, colui che regnerà su tutti i popoli vicini. L'eroe fallisce la perfezione per un nonnulla. Da questo punto di vista egli rassomiglia molto a Martino del proverbio, quello che "per un punto perse la cappa". E' come se l'eroe dovesse avere in sé la scintilla dell'imperfezione, oltre a quella della perfezione. Nei due racconti che abbiamo esaminato, quello di Eracle e quello di Alessandro-Dhul-Karnain, questo tratto fondamentale dell'eroe - la sua imperfezione, accanto alla sua eccezionalità - viene espresso attraverso il meccanismo della fallita 'coincidenza' e dell'usurpazione subita da parte di un altro, certo meno meritevole di lui. Non c'è dubbio che, di questo modo di esprimere la mancata perfezione dell'eroe, faccia parte la categoria dell'ironia.
Come Alcmena fu salvata dalla donnola - Omero ci lascia a bocca asciutta. Nella sua descrizione di quel che avvenne sull'Olimpo, quando Era riuscì abilmente a ingannare Zeus e trattenne le doglie di Alcmena, per impedirle di partorire al momento giusto, il poeta non ci ha raccontato proprio nulla di lei, la partoriente. Non ci ha raccontato delle sue sofferenze, di come fu vicina alla morte e del modo in cui, a un certo punto, riuscì a partorire: perché certo Alcmena sconfisse finalmente l'ostilità di Era, visto che Eracle fu generato e divenne il grande eroe che tutti conoscono. Tantomeno Omero ha voluto raccontarci qualcosa di colei che aiutò Alcmena a partorire - una ragazza destinata per questo a essere trasformata in una "donnola", o direttamente una donnola. Il fatto è che, come dicevamo, l' "Iliade" è un epos maschile, di guerra e di orgoglio - non ci si mette a parlare di parti, nascite e doglie in un poema così. Ma d'ora in avanti sarà diverso. Tra le righe dei testi che leggeremo, infatti, la voce del narratore assumerà spesso toni del discorso femminile. E le storie narrate dalle donne, ovviamente, si parla di certe cose.
Eccoci dunque di fronte al "racconto di Alcmena". Ma adesso che ci apprestiamo a riascoltare questo racconto il lettore sappia che si troverà di fronte non a un testo continuo, ma a una costellazione di versioni differenti: reportage di viaggio, episodi di grande letteratura, compilazioni di retori e di scolasti, frammenti. Non si tratta di un caso eccezionale. Come più avanti avremo modo di specificare meglio, è normalmente questa la forma in cui ci si presentano quelle narrazioni antiche che vanno sotto il nome di "mitologia classica". Queste versioni della storia di Alcmena noi le leggeremo e le analizzeremo una per una, cercando di mettere in evidenza tutti i possibili aspetti che si presteranno in seguito a farci comprendere meglio il significato del racconto. Le differenze fra una versione e l'altra saranno spesso anche molto forti. Per fare solo qualche esempio, la prima variante che incontreremo, quella di Pausania, prevede che a impedire il parto di Alcmena siano delle "streghe" malefiche, le Pharmakides, e a liberare Alcmena dalle doglie sia invece una ragazza di nome Historìs, vittoriosa su di loro. Al contrario, in versioni come quelle di Ovidio e di Antonino Liberale, il ruolo di ostacolo alle doglie è svolto da Lunina e dalle Moìrai rispettivamente: mentre a sconfiggere queste nemiche di Alcmena è una ragazza il cui nome varia ma che, per punizione di ciò che ha fatto, al termine del racconto verrà trasformata in donnola. Infine, incontreremo versioni in cui è semplicemente una donnola, senza alcuna metamorfosi, a sconfiggere le forze ostili alla nascita. Come si vede, si tratta di uno spettro di racconti che può variare anche molto al suo interno: ma che è costituito tutto quanto sullo stesso, affascinante insieme di significati.
Se seguiamo il mito di Alcmena attraverso i paradigmi del tempo e dei secoli, e prendiamo in considerazione come la leggenda sia arrivata fino a noi, ecco che è davvero reale la possibilità che all'origine di questo fiume di storie ci sia una sola sorgente letteraria, che si trasforma sempre più in un miraggio evanescente. E' una grande storia, quella di Alcmena, perché si collega a un momento della vita delle persone (delle donne) che è altrettanto grande: la nascita di un bambino, di un parto. Se si va a ben vedere è qualcosa di più la narrazione di Alcmena: è un racconto vissuto, una storia psicologica e sociale oltre che narrativa. In questo sta la ragione dei tratti morfologici con cui si presenta e della sua straordinaria fortuna nella cultura dei secoli precedenti. In una società tradizionale la nascita suscita attorno a sé ogni genere di attese, di paure e conflitti. Ostilità con il marito o il padre del bambino, con il passato, con la sua famiglia (suocera-strega); poi paura della stregoneria o dei demoni. I personaggi che ruotano attorno alla partoriente si presentano a turno più o meno gli stessi, amici oppure antagonisti. (…) Oggi il parto viene vissuto in modo molto diverso rispetto al passato. Forse oggi non esiste più nessuna donna che è timorosa del parto e questo libro costituisce l'epilogo di una storia


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