Tutto era cominciato il giorno in cui Cidippe navigò
verso Delo, in pellegrinaggio. La ragazza aveva solo diciannove anni e
dell'isola si diceva che fosse piena di meraviglie. Il viaggio non durò più di
poche ore, alla sera già attraccavano, e il mattino seguente la visita cominciò.
Piena di stupore, Cidippe si appoggiò all'albero dalle corna di capra, e a
lungo contemplò la palma a cui Latona si era tenuta abbracciata per partorire
Apollo. Un luogo santo per tutte le donne. Ma giunta di fronte al tempio di
Artemide, in pieno mezzogiorno, qualcosa le rotolò fra i piedi. Era una mela,
fresca e lucente come se fosse appena caduta dall'albero. Cidippe si guardò
intorno meravigliata, ma non c'erano meli attorno a lei, solo marmi e cespugli
di ginestra. Dopo un istante di incertezza la nutrice si decise a raccogliere
quel frutto misterioso e vide che sulla buccia erano incise delle lettere. La
donna non sapeva leggere e porse la mela a Cidippe. "Leggi", le disse,
e la ragazza lesse ad alta voce. Sulla buccia era incisa questa frase:
"Giuro per Artemide di non sposare altri se non Aconzio". Quando
Cidippe capì il significato di quello che stava leggendo era troppo tardi.
Aveva già pronunziato il giuramento.
Il giovane Aconzio osservava la scena di nascosto. Ormai Cidippe si era legata a
lui per sempre, l'amore a prima vista era riuscito a realizzarsi con la stessa
rapidità con cui era stato concepito. Com'erano potenti i caratteri
dell'alfabeto! Anche se Cidippe, finito il suo pellegrinaggio e tornata casa dai
genitori, avesse dimenticato quello strano episodio, il giuramento che la mela
le aveva strappato avrebbe comunque continuato a legarla per sempre ad Aconzio.
E così accadde. Perché qualche tempo dopo i genitori della ragazza, ignorando
ciò che era capitato alla figlia, la promisero a un altro sposo. Ma ecco che,
proprio alla vigilia delle nozze, la povera Cidippe si ammalò per volere di
Artemide. La dea pretendeva il rispetto del giuramento fatto in suo nome:
Cidippe avrebbe dovuto sposare Aconzio oppure morire. Adesso Cidippe giace nel
suo letto, vegliata dall'ignaro fidanzato, e non sa se leggere o meno la lettera
che Aconzio le ha mandato per chiederle di soddisfare finalmente il giuramento e
di sposare lui. Solo così potrà scampare alla morte. Ma Cidippe non ha il
coraggio di leggere quella lettera. E se fosse un altro inganno? e se quelle
frasi servissero solo a vincolarla più strettamente?
Aconzio è un uomo che scrive. Per legare a sé la persona che ama si è servito
dei caratteri incisi sulla buccia di una mela; per convincerla a compiere
finalmente il giuramento che le ha estorto, le ha inviato una lunga lettera. Il
comportamento di Aconzio è molto strano. Se si era innamorato di Cidippe, come
diceva, perché non le era andato incontro sulle gradinate del tempio di
Artemide? Avrebbe potuto dichiararle il suo amore con frasi gentili. Era bello,
era ricco, era nobile, la fanciulla non lo avrebbe certo rifiutato e i suoi
genitori avrebbero accondisceso volentieri al matrimonio. Invece se n'è rimasto
nascosto dietro le colonne del tempio per catturarla come un'esca, come se fosse
un pesce o un passerotto, e l'ha ridotta in fin di vita. Anche adesso, che
Cidippe sta per morire e lui (almeno a parole) si dispera, non si decide però
ad andare a parlare direttamente con lei o con suo padre. Ancora una volta
preferisce starsene appartato e inviare una lettera, facendosi rappresentare dai
caratteri dell'alfabeto. Perché?
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