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Carlo Alberto, principe di Carignano, scrive: "Sono nato in mezzo ai disastri della nostra famiglia, verso la fine di una guerra disgraziata, ma non senza gloria". I "disastri della nostra famiglia" riguardano la sua, quella di suo padre e di sua madre, trasferiti d'autorità in Francia dai dragoni di Napoleone, benché si fossero dichiarati favorevoli alla Repubblica; ma anche quella dei cugini del ramo diretto, i reali di Sardegna, costretti ad abbandonare la patria e ad andare in esilio.
E' il 1800 e Carlo Alberto ha due anni, quando cominciano le sventure. È nato a Torino, a Palazzo Carignano, il 2 ottobre 1798. Viene battezzato il giorno successivo e ha per padrini il re Carlo Emanuele IV e la regina Maria Clotilde. Gli impongono i nomi di Carlo Alberto Emanuele Vittorio Maria Clemente e Saverio. È il settimo principe di Carignano, il ramo cadetto discendente dal capostipite Tommaso Francesco (1596-1656). Al momento di venire al mondo, le sue possibilità di salire al trono sono assolutamente ipotetiche. Il re Carlo Emanuele IV non ha figli, la successione toccherà al fratello Vittorio Emanuele che inoltre è padre di un maschio, anch'egli di nome Carlo Emanuele.
Se non bastasse, c'è un terzo fratello, Carlo Felice, duca del Genovese. Ma in quella stagione di disastri accade di tutto. Prima l'esilio della famiglia reale, poi la morte del piccolo Carlo Emanuele, la speranza della dinastia. Tuttavia nemmeno questo potrebbe far salire le azioni di Carlo Alberto, poiché restano sempre Vittorio Emanuele e Carlo Felice a precederlo. Tuttavia un pensierino deve averlo fatto, avendo lasciato scritto (naturalmente in francese, la sua lingua, quella usata nel parlare e nello scrivere): "Un santo prete, di nome Trucchi, essendo venuto come curato di San Giovanni, il Sabato Santo dell'anno 1799, accompagnato da un giovane chierico (oggi Monsignore Pasio), a benedire gli appartamenti, prendendo ogni sorta di precauzioni per non essere visto dai rivoluzionari, fu pregato da mia Madre di benedire anche me... e mia Madre s'inginocchiò a tale scopo, presentandomi al sant'uomo, che accondiscendendo alla richiesta disse: "Ah, questo bambino! Gli toccherà una corona". E si tenga conto che allora l'altro ramo era ben numeroso". Come dire che un po' se l'aspettava.
Eppure, sebbene i Carignano siano una famiglia più francese che italiana, non si può sostenere che l'avvento napoleonico li abbia favoriti. Il padre di Carlo Alberto, Carlo Emanuele, ha studiato in Francia, è stato ufficiale dell'esercito francese e, venuto a vivere a Torino solo a ventisette anni, vi ha portato le simpatie liberali e le aperture ideologiche della Rivoluzione
Quando Carlo Emanuele IV parte per l'esilio, lui rimane e nessuno se ne meraviglia. Il principe giacobino era già in gran sospetto tra i Savoia e proprio tramite sua moglie, Albertina di Sassonia, i francesi avevano fatto recapitare al re l'ordine di lasciare libero il transito all'armata napoleonica attraverso il Piemonte. Dunque, i francesi si fidano di lei? Oppure vogliono, malignamente, dividere i due rami sabaudi opponendoli l'uno all'altro e Albertina sarà, consapevole o no, il cavallo di Troia della manovra politico-militare?
Carlo Emanuele si mette addirittura al servizio del vincitore e si arruola nell'esercito francese, spinto dalla moglie, vista mentre ballava la Carmagnola nelle strade di Torino. Eppure tutto ciò non serve ai Carignano per conquistarsi, non fosse altro, la benevolenza dei vincitori. I francesi (com'è sempre avvenuto dovunque ai collaborazionisti) non si fidano e li tolgono di mezzo. Il "tradimento" del ramo cadetto non ha trovato ricompensa. Carlo Emanuele viene tradotto in Francia con la moglie e a Parigi la polizia li tiene d'oc-chio. Non hanno quasi i mezzi per vivere, abitano in una misera casa di sobborgo e lì devono crescere i loro due figli, Carlo Alberto ed Elisabetta, nata il 13 aprile 1800. Sembra che il destino li abbia presi di mira: quattro mesi dopo, il 16 agosto, Carlo Emanuele muore improvvisamente a trent'anni e la situazione di Albertina, vedova con due bambini, diventa drammatica. Se Carlo Alberto scriverà di essere "... nato in mezzo ai disastri", può dire di avere mille ragioni. La sua famiglia ha avuto subito modo di costatare quanto mal riposta fosse la sua fede nelle idee portate vittoriosamente in Europa dal giovane Napoleone e quanto precipitosa e inutile la sua abiura.
Sua madre non ha molto tempo per i figli. È troppo indaffarata a correre per anticamere e uffici a chiedere udienze e a supplicare i potenti, nella speranza che qualcuno riconosca i suoi meriti e i suoi titoli, in modo da disporre almeno in parte delle sostanze che le sono state requisite in Piemonte dagli occupanti francesi.
Non c'è verso: e d'altro canto Albertina rifiuta di accogliere l'unica offerta di aiuto che le viene dai Savoia, a condizione di toglierle il figlio per educarlo presso di loro. Proposta respinta. Vittorio Emanuele scrive al fratello Carlo Felice di non essere riuscito a convincere "la Principessa giacobina di Carignano ad affidarmi suo figlio: il che sarebbe stato un bel colpo, perché avrei tolto questo innocente principe all'educazione diabolica che riceverà da sua madre".
Principessa giacobina… educazione diabolica… Si capisce quale abisso divida i Savoia da Albertina di Carignano, sola ed emarginata, ma fiera nel difendere se stessa, le proprie idee e il destino di quel figlio, la cui consegna agli odiati parenti significherebbe per lei una resa umiliante, oltre che un'immaginabile sofferenza. Così il bambino cresce affidato alle cure del vecchio servitore e di un paio di cameriere, lasciato solo per lunghe ore, libero di scendere in strada a giocare con i suoi coetanei, figli di piccola gente, senza alcuna preclusione materna in relazione al rango e alla sua nascita. Mancano i mezzi e bisogna combattere duramente per salvare un minimo di dignità familiare. Occorre affrontare la realtà ed adeguarvisi. Alla principessa non imbarazza il vedere Carlo Alberto frequentare i piccoli amici del caseggiato, figli di bottegai, di militari, di funzionari napoleonici. Anche se volesse, non avrebbe il tempo per intervenire. Da settimane si apposta ogni giorno, lei, principessa di Carignano, nella campagna parigina dove Napoleone è solito andare a cavallo, per tentare di parlargli e di esporgli le sue difficoltà.
Vi riuscirà solo molto più tardi, quando suo figlio avrà dodici anni. Allora l'imperatore riceverà lei e il giovanissimo principe, si mostrerà garbato con quei due piemontesi di sangue reale che poi erano schierati al suo fianco ai tempi dell'invasione del loro Paese e ne erano stati così male compensati. Conferirà a Carlo Alberto il titolo di conte dell'Impero e una rendita vitalizia di centomila franchi, ma il suoi stemma non dovrà più essere quello di Savoia, bensì un cavallo bianco in campo azzurro con una spiga di grano in un angolo.
Significato misterioso. Oppure maliziosa umiliazione inflitta da Napoleone ad una casato illustre, nella prospettiva d'un futuro che iniziava da quel momento? A chi aveva una propria insegna ereditaria da otto secoli, doveva certamente apparire curioso il dono imperiale. Esso peraltro, nella mente di Napoleone, era e doveva significare rinunzia da parte di un principe di Savoia agli otto secoli di nobiltà della sua Casa, rinunzia di un italiano alla sua superiorità per diventare vassallo dell'Imperatore dei Francesi". Perché questo? Perché Napoleone mirava a vincolare alla Francia i giovani esponenti delle maggiori famiglie patrizie delle province italiane occupate, finora sempre mandati - per antica tradizione - ad educare in Toscana (a Pisa, a Firenze, nel collegio Tolomei di Siena). Ora erano sudditi suoi e sarebbero diventati allievi dell'Accademia di Saint Cyr, trasferiti per suo ordine in Francia e avviati alla carriera delle armi o a quella diplomatica. Così sarebbe stato anche per Carlo Alberto: sia un conte francese e più avanti abbia un grado nell'esercito dell'Imperatore.
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