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"E'
attraverso la cartoleria, luogo e catalogo delle cose necessarie alla
scrittura che ci s'introduce nello spazio dei segni. E' nella cartoleria
che la mano incontra lo strumento e la materia del tratto; è nella
cartoleria che la mano incontra lo strumento e la materia del tratto; è
nella cartoleria che prende inizio il commercio del segno, prima ancora
che sia tracciato. Così ogni nazione ha la sua cartoleria Quella degli
Stati Uniti è ricca, precisa, ingegnosa; è una cartoleria di architetti,
di studenti, il cui uso presuppone le posizioni rilassate: essa rivela che
chi l'adopera non prova nessun bisogno di investirsi nella propria
scrittura, ma che gli sono necessarie tutte le comodità adatte a
registrare confortevolmente i prodotti della memoria, della lettura,
dell'insegnamento e della comunicazione. Un buon dominio degli strumenti,
ma nessun retaggio del tracciato, dell'utensile, ricacciata nell'ambito
del semplice uso, la scrittura non s'accetta mai come gioco d'una
pulsione. La cartoleria francese, spesso localizzata in "case fondate
nel 1.8…", dai fregi di marmo tempestati di lettere d'oro, rimane una
cartoleria da contabili, da scrivani di commercio; il suo prodotto
esemplare resta la minuta, la bella copia giuridica e calligrafica, i suoi
patroni sono i sempiterni copisti Bouvard e Pécuchet. La cartoleria
giapponese ha per oggetto la scrittura ideografica che sembra derivare, ai
nostri occhi, dalla pittura, mentre invece, molto più semplicemente, essa
la fonda (è molto importante che l'arte abbia un'origine scritturale ed
espressiva). Questa cartoleria giapponese inventa tante forme semplici e
generi per le due materie prime della scrittura (cioè la superficie e lo
strumento che traccia), tanto quanto, a paragone, essa trascura gli
oggetti annessi all'operazione della trascrizione che formano il lusso
fantasmatico della cartoleria americana: dal momento che il tratto esclude
la cancellatura e la correzione (perché il carattere è tracciato di
getto), non esiste nessuna invenzione della gomma o dei suoi sostituti (la
gomma, questo oggetto emblematico del significato che si vorrebbe davvero
cancellare o di cui si vorrebbe per lo meno alleggerire, assottigliare, la
pienezza. Ma in contrasto con noi, secondo l'ottica orientale, perché la
gomma, dal momento che lo specchio è vuoto?). Ogni cosa,
nell'orchestrazione degli strumenti, è volta verso il paradosso d'una
scrittura irreversibile e fragile, che è a un tempo, contraddittoriamente,
incisione e scivolamento: carte di ogni genere, ma di cui molte lasciano
indovinare - nella loro grana macchiata di pagliuzze bionde, di rametti
frantumati - la propria origine d'erba. Quaderni le cui pagine sono
piegate in due, come quelle di un libro che non è ancora stato tagliato,
di modo che la scrittura si muove attraverso un lusso di superfici ed
ignora lo sbiadirsi, l'impregnamento metonimico del retto e del verso
(essa si traccia al di sopra d'un vuoto); dunque, il palinsesto, la
traccia cancellata che diventa con ciò un segreto, si rivela così
impossibile. Quanto al pennello (passato su una pietra da inchiostro
leggermente inumidita) ha i suoi gesti, come se si trattasse d'un dito, ma
mentre i nostri antichi pennini non conoscevano che l'impasto o lo stucco
e non potevano, per altro, che graffiare la carta sempre nello stesso
senso, il pennello, al contrario, può scivolare, torcersi, sollevarsi
mentre la traccia si completa, per così dire, nel volume dell'aria: esso
ha la flessibilità di carne, lubrificata, della mano. La penna di feltro,
d'origine giapponese, ha preso il posto del pennello: questo pennarello
non rappresenta tanto un miglioramento della punta, essa stessa derivata
dalla penna (di acciaio o di cartilagine): la sua eredità diretta è quella
dell'ideogramma. Questo pensiero grafico, al quale rimanda ogni cartoleria
giapponese, (in qualsiasi grande magazzino c'è sempre uno scrivano
pubblico che traccia su lunghe buste bordate di rosso gli indirizzi
verticali dei regali) questo pensiero grafico lo si ritrova,
paradossalmente (almeno per noi), perfino nella macchina per scrivere. La
nostra s'affanna a trasformare mercantile: pre-pubblica il testo nel
momento stesso in cui lo si scrive; la loro macchina per scrivere, grazie
ai suoi innumerevoli caratteri, non più allineati in lettere su un unico
fronte di battitura ma arrotolati su un rullo, richiama il disegno, le
tarsie ideografiche disseminate sul foglio, in una parola, lo spazio. Così
la macchina prolunga, per lo meno virtualmente, un'arte grafica effettiva,
che non è più lavoro estetico della lettura solitaria, ma abolizione del
segno, gettato obliquamente, con grande rapidità, in tutte le direzioni
del foglio". Critico e uomo letterario francese, Roland Barthes
(1915-1980) ha insegnato diversi anni in Romania, Egitto; ritornò a Parigi
dove, dopo il 1952, ottenne la cattedra all'Ecole pratique des hautes
études. Formatosi ad una scuola rigidamente marxista, passò, nel corso
della propria esperienza, attraverso la linguistica e la sociologia, ad
una critica più spiccatamente di tipo strutturalistico che egli attuò
alternandola ad un'altra più vicina ai modi dello storicismo. Il suo
interesse e la sua curiosità di studioso si rivolsero ai campi del sapere
più diversi, da quello letterario a quello del costume, al quale si
riferisce il brano citato dedicato alle singolarità della scrittura in
Giappone. Il libro fu pubblicato nel 1970 ed ebbe un grande successo sia
di critica sia di pubblico. Seguiranno altri titoli meno specialistici e
d'argomento il più vario che vanno da "Frammenti di un discorso amoroso"
(1977) a "La camera chiara". In "Lezione" (1978) l'autore s'interroga
sulla complicità tra lingua e potere. Postuma è apparsa una raccolta di
interviste giornalistiche e radiofoniche "Il tessuto della voce" (1981). |