"La narrativa italiana del dopoguerra" di Giorgio Barberi Squarotti, Ed. Cappelli

 

Raramente Pavese tenta la conoscenza di un mondo concreto e storico, di una società: in questo senso, nulla è più lontano dalla sua opera del neorealismo che pure gli è stato addebitato come ad uno dei maestri maggiori. Ciò che lo interessa, sono le angosce, le nevrosi, le ossessioni, i moti oscuri di dentro, l’inconscio, i segreti inconfessabili e descrivibili soltanto attraverso metafore, immagini, allusioni mitiche, oggettivabili in un mondo contadino delle Langhe assunto, come luogo ancora ancestralmente legato a gesti assoluti, capace, quindi, di manifestare le ossessioni ancora in fatto, in atto, in evento, o in un contrasto manicheo città-campagna, dove la città è l’avventura un po’ falsa e illusiva, l’inganno, e la campagna la sede delle forze primigenie, della verità ancora aperta e violenta. Il motivo centrale dell’opera narrativa di Pavese è l’evocazione e la disperata conoscenza dei fantasmi, dei mostri della mente, che egli cerca di obiettivare in personaggi, in eventi di un mondo preciso, quello contadino delle Langhe o il Sud de “Il carcere”, o l’alta borghesia de “Il diavolo sulle colline” e di “Tra donne sole”, in una ricerca che ha i suoi momenti più alti quando più scopertamente e coscientemente aggredisce l’esistenza scatenata dei “mostri” del sesso, della violenza, del sangue, della morte, rivelandoli negli estremi gesti dell’incesto di “Paesi tuoi”, della guerra de “La casa in collina”, della follia cieca e dell’incomprensibile spietatezza della lotta civile ne “La luna e i falò”, e le sezioni più fragili quando cerca difese, costruisce argini, finge che l’orrore dentro e nelle cose non esista, si recita la parte del “fanciullino” pascoliano, esorcizzatore del buio e dei fantasmi che vi si agitano. Il primo romanzo breve, “Il carcere”, che narra le esperienze di un confinato politico in un piccolo centro del Sud, resiste unicamente per l’atmosfera che lo scrittore già riesce a crearvi di chiuso, oscuro, atroce segreto intorno a personaggi, discorsi, incontri, paesaggi, a poco a poco definibile come esasperata oggettivazione di un’ossessione del sesso che non trova sfogo né luce, né all’interno della società meridionale piena di tabù e di cupi miti, né nel protagonista, che si porta dietro le sue angosce senza trovare soluzione neppure nel più semplice sfogo fisiologico, che egli complica continuamente dei suoi fantasmi interiori.
“Paesi tuoi” è il primo grande esito di Pavese: si precisa il mondo contadino delle Langhe come complessa metafora dell’evocazione, dall’incoscio privato e da quello collettivo, dai ricordi ancestrali, dalle passioni barbariche ancora latenti nel fondo dell’uomo che pure è “andato in città”, dei gesti assoluti di violenza, di morte, di complicità del sangue, di scatenamento cieco dell’ira e del sesso (con tutti i temi etnologici del tridente, del fuoco, della collina come simbolo erotico, del bagno e dell’acqua di sorgente o di pozza), e si attenua in modo già perfetto la tecnica della costruzione allusiva, per concentrici avvicinamenti al nucleo di esplicazione e di esplosione degli eventi fino al precisarsi dell’atto definitivamente relativo dei “mostri” (l’uccisione, da parte di Talino, della sorella da lui un tempo violentata). In “Paesi tuoi” Pavese giunge alla piena realizzazione del suo “pseudo-parlato” come strumento di armonica e compiuta costituzione della metafora contadina della ricerca ossessiva dei fantasmi: lo stesso uso del dialetto esercita una funzione di definizione perfezionata e precisata del mondo metaforico assunto nel discorso, non ha azione realistica o documentaria.
“La spiaggia” e “La bella estate” costituiscono i primi tentativi di Pavese di rappresentare un mondo borghese più o meno elevato: e si è parlato di vocazione pavesiana verso un’elevazione sociale dei suoi temi, parallela all’oscillazione fra città e campagna assunti quali poli mitici del suo narrare. In realtà, il mondo della villeggiatura balneare piccolo borghese della “Spiaggia” e quello mezzo popolare cittadino della “Bella estate” rappresentano la ricerca di un nuovo campo metaforico per la dichiarazione delle ossessioni e dei “mostri”, legandosi da un lato a personali esperienze, dall’altro ad una politicizzazione del problema, attraverso la dichiarazione della sostanziale elaborazione borghese di quei fantasmi, dello stato più sconvolto, sotto l’apparenza di convenzionata rispettabilità, del mondo borghese, con l’aggiunta di certe preziose intuizioni metaforiche, qual è quella che imputa ai personaggi più divisi perché incerti ancora fra le classi, a mezzo della metamorfosi da campagna a città, dall’uno all’altro ambiente, le rivelazioni più angosciose dell’orrore, fino alla resa, alla distruzione, alla rovina. I due testi che abbiamo citato restano, tuttavia, lontani, se non per qualche spunto e momento, da una positiva realizzazione delle intenzioni: e qui si apre un intervallo in cui Pavese crede di potersi costruire difese, seguendo l’esempio favorevole della guerra appena finita, della vittoria storica sui “mostri” del fascismo. Nascono di qui i testi del “Compagno” e i “Dialoghi con Leucò”: il realismo obiettivo, con una vicenda estremamente politicizzata, che descrive la via dal gioco giovanile alla coscienza del dovere di lotta contro il fascismo e il tentativo di ricacciare i fantasmi nella cultura, al di là del tempo, nei libri, di trovar loro un’esorcizzazione classicistica ed etnologica al tempo stesso, di scaricarli su età barbariche, prerazionali, di farli mito.
Nella meditazione pavesiana il “mito” acquista proprio in questi anni una posizione centrale, da un lato corrispondendo a quello che noi abbiamo chiamato procedimento metaforico, cioè all’assunzione di una particolare sezione del mondo a estrinsecazione oggettiva delle ossessioni, dall’altro riferendosi a un allontanamento difensivo di queste, come esemplarmente accade nei “Dialoghi con Leucò”. Si pensi, intanto, a quanto l’invenzione mitica o metaforica nel senso positivo opererà nell’assunzione, entro “La casa in collina” e soprattutto “La luna e i falò”, dell’infanzia come ulteriore luogo simbolico della condizione ossessionata, diminuita, perduta, a contatto con la natura e con tutte le sue forze oscure, di un’età, cioè, incerta e combattuta, contraddittoria, che bene esprime la condizione dominata e stregata, e pur tentata di rivolta, di salvezza, di liberazione, del tipico personaggio pavesiano. L’episodio del “Compagno” rimane isolato: con “La casa in collina” Pavese abbandona di nuovo le difese ed esprime senza tentativi di impossibile esorcizzazione realistico-politica i mostri di sempre.
Il tema della discesa alle origini, del ritorno alle madri, è centrale nell’ultimo romanzo pavesiano, “la Luna e i falò”, qui sono presenti con dolore e disperazione tutte le ossessioni dello scrittore, oggettivate nel rinnovato contatto con il mondo contadino delle Langhe, con i suoi ciechi ed improvvisi furori, con la violenza assurda, nel tema dell’infanzia deforme o crudelmente segnata dalla nascita illegittima e dalla fatica, nella rievocazione della lotta civile, con i suoi morti, i suoi tradimenti, le sue opere già demolite dall’interno, per il rinascere anche storico dei fantasmi, nella solitudine assurda di tutti i personaggi, nei loro gesti intimamente corrosi dalle angosce che si portano dietro, nelle immagini ricorrenti della morte. Sull’orlo del silenzio definitivo, del gesto che segna la sua resa privata ai “mostri”, Pavese scrive la sua opera più complessa, accanto a “La casa in collina”, come aggressione conoscitiva, sotto il maggior numero di punti di vista, del motivo fondamentalmente dell’orrore, delle angosce, che non solo si muovono dentro gli individui, ma costituiscono una delle componenti essenziali della società, del mondo in cui si è trovato a vivere.


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