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Raramente
Pavese tenta la conoscenza di un mondo concreto e storico, di una società:
in questo senso, nulla è più lontano dalla sua opera del neorealismo che
pure gli è stato addebitato come ad uno dei maestri maggiori. Ciò che lo
interessa, sono le angosce, le nevrosi, le ossessioni, i moti oscuri di
dentro, l’inconscio, i segreti inconfessabili e descrivibili soltanto
attraverso metafore, immagini, allusioni mitiche, oggettivabili in un
mondo contadino delle Langhe assunto, come luogo ancora ancestralmente
legato a gesti assoluti, capace, quindi, di manifestare le ossessioni
ancora in fatto, in atto, in evento, o in un contrasto manicheo
città-campagna, dove la città è l’avventura un po’ falsa e illusiva,
l’inganno, e la campagna la sede delle forze primigenie, della verità
ancora aperta e violenta. Il motivo centrale dell’opera narrativa di
Pavese è l’evocazione e la disperata conoscenza dei fantasmi, dei mostri
della mente, che egli cerca di obiettivare in personaggi, in eventi di un
mondo preciso, quello contadino delle Langhe o il Sud de “Il carcere”, o
l’alta borghesia de “Il diavolo sulle colline” e di “Tra donne sole”, in
una ricerca che ha i suoi momenti più alti quando più scopertamente e
coscientemente aggredisce l’esistenza scatenata dei “mostri” del sesso,
della violenza, del sangue, della morte, rivelandoli negli estremi gesti
dell’incesto di “Paesi tuoi”, della guerra de “La casa in collina”, della
follia cieca e dell’incomprensibile spietatezza della lotta civile ne “La
luna e i falò”, e le sezioni più fragili quando cerca difese, costruisce
argini, finge che l’orrore dentro e nelle cose non esista, si recita la
parte del “fanciullino” pascoliano, esorcizzatore del buio e dei fantasmi
che vi si agitano. Il primo romanzo breve, “Il carcere”, che narra le
esperienze di un confinato politico in un piccolo centro del Sud, resiste
unicamente per l’atmosfera che lo scrittore già riesce a crearvi di
chiuso, oscuro, atroce segreto intorno a personaggi, discorsi, incontri,
paesaggi, a poco a poco definibile come esasperata oggettivazione di
un’ossessione del sesso che non trova sfogo né luce, né all’interno della
società meridionale piena di tabù e di cupi miti, né nel protagonista, che
si porta dietro le sue angosce senza trovare soluzione neppure nel più
semplice sfogo fisiologico, che egli complica continuamente dei suoi
fantasmi interiori. “Paesi tuoi” è il primo grande esito di Pavese: si
precisa il mondo contadino delle Langhe come complessa metafora
dell’evocazione, dall’incoscio privato e da quello collettivo, dai ricordi
ancestrali, dalle passioni barbariche ancora latenti nel fondo dell’uomo
che pure è “andato in città”, dei gesti assoluti di violenza, di morte, di
complicità del sangue, di scatenamento cieco dell’ira e del sesso (con
tutti i temi etnologici del tridente, del fuoco, della collina come
simbolo erotico, del bagno e dell’acqua di sorgente o di pozza), e si
attenua in modo già perfetto la tecnica della costruzione allusiva, per
concentrici avvicinamenti al nucleo di esplicazione e di esplosione degli
eventi fino al precisarsi dell’atto definitivamente relativo dei “mostri”
(l’uccisione, da parte di Talino, della sorella da lui un tempo
violentata). In “Paesi tuoi” Pavese giunge alla piena realizzazione del
suo “pseudo-parlato” come strumento di armonica e compiuta costituzione
della metafora contadina della ricerca ossessiva dei fantasmi: lo stesso
uso del dialetto esercita una funzione di definizione perfezionata e
precisata del mondo metaforico assunto nel discorso, non ha azione
realistica o documentaria. “La spiaggia” e “La bella estate”
costituiscono i primi tentativi di Pavese di rappresentare un mondo
borghese più o meno elevato: e si è parlato di vocazione pavesiana verso
un’elevazione sociale dei suoi temi, parallela all’oscillazione fra città
e campagna assunti quali poli mitici del suo narrare. In realtà, il mondo
della villeggiatura balneare piccolo borghese della “Spiaggia” e quello
mezzo popolare cittadino della “Bella estate” rappresentano la ricerca di
un nuovo campo metaforico per la dichiarazione delle ossessioni e dei
“mostri”, legandosi da un lato a personali esperienze, dall’altro ad una
politicizzazione del problema, attraverso la dichiarazione della
sostanziale elaborazione borghese di quei fantasmi, dello stato più
sconvolto, sotto l’apparenza di convenzionata rispettabilità, del mondo
borghese, con l’aggiunta di certe preziose intuizioni metaforiche, qual è
quella che imputa ai personaggi più divisi perché incerti ancora fra le
classi, a mezzo della metamorfosi da campagna a città, dall’uno all’altro
ambiente, le rivelazioni più angosciose dell’orrore, fino alla resa, alla
distruzione, alla rovina. I due testi che abbiamo citato restano,
tuttavia, lontani, se non per qualche spunto e momento, da una positiva
realizzazione delle intenzioni: e qui si apre un intervallo in cui Pavese
crede di potersi costruire difese, seguendo l’esempio favorevole della
guerra appena finita, della vittoria storica sui “mostri” del fascismo.
Nascono di qui i testi del “Compagno” e i “Dialoghi con Leucò”: il
realismo obiettivo, con una vicenda estremamente politicizzata, che
descrive la via dal gioco giovanile alla coscienza del dovere di lotta
contro il fascismo e il tentativo di ricacciare i fantasmi nella cultura,
al di là del tempo, nei libri, di trovar loro un’esorcizzazione
classicistica ed etnologica al tempo stesso, di scaricarli su età
barbariche, prerazionali, di farli mito. Nella meditazione pavesiana il
“mito” acquista proprio in questi anni una posizione centrale, da un lato
corrispondendo a quello che noi abbiamo chiamato procedimento metaforico,
cioè all’assunzione di una particolare sezione del mondo a estrinsecazione
oggettiva delle ossessioni, dall’altro riferendosi a un allontanamento
difensivo di queste, come esemplarmente accade nei “Dialoghi con Leucò”.
Si pensi, intanto, a quanto l’invenzione mitica o metaforica nel senso
positivo opererà nell’assunzione, entro “La casa in collina” e soprattutto
“La luna e i falò”, dell’infanzia come ulteriore luogo simbolico della
condizione ossessionata, diminuita, perduta, a contatto con la natura e
con tutte le sue forze oscure, di un’età, cioè, incerta e combattuta,
contraddittoria, che bene esprime la condizione dominata e stregata, e pur
tentata di rivolta, di salvezza, di liberazione, del tipico personaggio
pavesiano. L’episodio del “Compagno” rimane isolato: con “La casa in
collina” Pavese abbandona di nuovo le difese ed esprime senza tentativi di
impossibile esorcizzazione realistico-politica i mostri di sempre. Il
tema della discesa alle origini, del ritorno alle madri, è centrale
nell’ultimo romanzo pavesiano, “la Luna e i falò”, qui sono presenti con
dolore e disperazione tutte le ossessioni dello scrittore, oggettivate nel
rinnovato contatto con il mondo contadino delle Langhe, con i suoi ciechi
ed improvvisi furori, con la violenza assurda, nel tema dell’infanzia
deforme o crudelmente segnata dalla nascita illegittima e dalla fatica,
nella rievocazione della lotta civile, con i suoi morti, i suoi
tradimenti, le sue opere già demolite dall’interno, per il rinascere anche
storico dei fantasmi, nella solitudine assurda di tutti i personaggi, nei
loro gesti intimamente corrosi dalle angosce che si portano dietro, nelle
immagini ricorrenti della morte. Sull’orlo del silenzio definitivo, del
gesto che segna la sua resa privata ai “mostri”, Pavese scrive la sua
opera più complessa, accanto a “La casa in collina”, come aggressione
conoscitiva, sotto il maggior numero di punti di vista, del motivo
fondamentalmente dell’orrore, delle angosce, che non solo si muovono
dentro gli individui, ma costituiscono una delle componenti essenziali
della società, del mondo in cui si è trovato a vivere. |