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Fu
nei giorni dell'alluvione di Firenze che ebbi la prima immagine di una
gioventù diversa. Nel sottosuolo sociologico dove le generazioni
intrecciano la loro continuità, si era operato, a nostra insaputa, come
uno strappo: ed ecco venir fuori da ogni dove, all'occasione giusta, una
moltitudine di giovani decisi a prendere su di sé, organizzandosi in forme
spontanee e autonome, il peso di una città ferita a morte, proprio mentre
gli adulti, voglio dire gli uomini dell'apparato, restavano impigliati in
uno sterile conflitto di competenze. Era l'autonomo del 1966. Nella mia
memoria, ma non solo nella mia, questo resta il primo sintomo di un
fenomeno che in Europa divenne generale negli anni successivi. Da Varsavia
a Berlino, da Madrid a Roma, da Praga a Parigi e cioè nelle regioni più
diverse della mappa politica, la gioventù cercò di emergere con violenza
dal suo ruolo subalterno e fu come una scossa sismica
intercontinentale. Nel maggio del '68 a Parigi l'insurrezione
generazionale assunse tale vastità di consensi e tale universalità di
obiettivi che "le treize mai" è restato, in quest'epopea giovanile, come
la data della presa della Pastiglia. "Il verbo di Faust è finito nel
maggio 1968" ha scritto un instancabile cantore di quell'epopea, Roger
Garaudy, "l'uomo crede sempre che la felicità s'identifichi con la potenza
e con il possesso. Il suo progetto di felicità è sempre meno legato alla
promessa di Cartesio, di una 2scienza che ci renda signori e possessori
della natura" I suoi sogni e i suoi progetti di felicità sono sempre più
legati a un'arte di vivere rapporti nuovi con la natura, con gli altri
uomini, con l'avvenire, con il trascendente". Ma non c'è bisogno di cedere
all'enfasi celebrativa per farsi convinti che la frattura allora apertasi
tra una generazione e l'altra non si è rimarginata e che, perduti i
sintomi traumatici dell'inizio, essa ha dato origine a una qualità nuova,
vorrei dire a un nuovo organo nei processi vitali della società. E' vero
che i giovani di allora, compresi i leaders, appaiono più o meno integrati
nella società degli adulti, ma tutto fa pensare che proprio al loro
afflusso generazionale e a quelli successivi si debba la crisi di consenso
alla società esistente, la rassegnazione con cui si vive nelle istituzioni
in cui si opera non abbia più futuro. Certo fu ingenua la mano che
tracciò nel cortile della Sorbona la parola d'ordine 2Il potere è nella
strada". Il potere è ancora là dove è sempre stato. E tuttavia da quei
giorni, costretto di tanto in tanto ad uscire dai suoi recessi e a
mostrarsi per quel che è, il potere ha finito col diventare, in misura
sempre più generale, il polo dialettico della coscienza collettiva. La
quale ormai sa che "il re è nudo". Il compito di gridare l'oscena verità
che tutti sanno è ancora dei giovani, che si riversano sulle strade e
riempiono le piazze per dare voce - e spesso voce estrosa, scandita sulle
modulazioni della fantasia - al bisogno comune di una società diversa. Il
potere ha i mezzi di comunicazione, ma i giovani hanno le piazze. E non
c'è nessun'esagerazione nel dire che sono state le piazze a far crollare
nella vergogna il potere di Nixon e l'astuzia di Kissinger, perché sono
state le piazze a moltiplicare dentro le mura delle metropoli occidentali,
le minacce dei vietcong. Se l'immaginazione non è salita al potere, come
volevano i giovani del '68, è vero quanto meno che il potere ha perduto
anche quel briciolo d'immaginazione che possedeva ai tempi, così recenti e
così lontani, di Kennedy e di Kruscev. Anzi, ha perduto in molta parte non
dico la ragione, che non è mai stata cosa sua, ma quella razionalità
funzionale che gli permetteva di gestire il trapasso da una generazione
all'altra, dal presente al futuro prossimo. Come rileva Pierre Chaunu
"nel 1956 si poteva concepire rigorosamente una prospettiva poggiandosi
sui cinquant'anni precedenti per cogliere quella ventina d'anni in avanti
necessaria per evitare gli errori più vistosi nella strategia delle
decisioni. Nel 1974 una tale parsimonia non è più possibile". Non si sa
più, cioè, quale sia la misura d'esperienza passata adatta a far da
supporto per una sia pur modesta previsione del futuro. Diventato inutile
il compasso della saggezza tradizionale, il potere tende a servirsi di
strumenti più brutali. La società dei padri si fa di anno in anno più
volgare e più minacciosa. Quanti padri abbiamo conosciuto che negli anni
Cinquanta usavano il linguaggio della speranza e che oggi parlano troppo
facilmente di polizia! Essi approfittano del fatto innegabile che non di
rado l'impazienza dei giovani degenera nella criminalità. Ma quel che i
padri vogliono, anche per le vie d'intimidazione è ben altro. Vogliono che
i figli diventino adulti, come loro. E diventare adulti ha sempre voluto
dire deporre per strada il bagaglio dei sogni per accettare la dura logica
del reale. Quale che sia il reale, per i padri è ovvio. I figli invece
hanno scritto sui muri: "Siate realisti, chiedete l'impossibile". Che non
sia proprio qui il conflitto di fondo, in quest'incompatibilità tra due
modi d'essere realisti? S'illude chi dice che orami il conflitto è già
chiuso. La mia impressione che di continuo si rinnova è che i giovani
stiano introducendo, ondata dopo ondata in quella che Comte chiamava
"fisica sociale" una qualità nuova, un nuovo ritmo. Mi chiedo, e non sono
il solo, se ormai le nuove generazioni non si pongano, in rapporto alla
totalità sociale, invece che come reclute pronte a prendere i propri
posti, come un soggetto diverso che rimette in questione la
totalità. Nel primo ventennio del dopoguerra sembrava che l'orizzonte
di radicale novità aperto, almeno in Europa, dalla resistenza si fosse per
sempre richiuso. Anche da noi apparati del potere, caduti in dissesto
durante la guerra e formalmente chiamati a rinnovarsi dal nuovo
ordinamento costituzionale, si erano andati ricomponendo secondo il
criterio della continuità. Così le antiche garanzie, la società dei padri,
con qualche concessione alle nuove esigenze celebrative, avevano
riconquistato la sua buona coscienza, reprimendo la memoria delle proprie
responsabilità storiche e razionalizzandola in comode teorie, come quella
del fascino quale semplice parentesi storica. Rimesse in piedi le tavole
dei valori, anche la corrispondente saggezza pedagogica tornò di moda. I
giovani, aveva detto Benedetto Croce (l'autore per l'appunto del fascismo
come parentesi) hanno un unico problema di diventare adulti. Solo che,
essendosi mutato, per forza di cose, l'assetto produttivo, divennero
sempre più inadeguate a risolvere quel modestissimo problema le
istituzioni nate proprio per risolverlo: la famiglia e la scuola. A
riempire gli spazi sempre più scoperti provvide una fittissima rete di
associazioni, il cui compito reale era di integrare, secondo i giusti
tempi, le nuove reclute dentro l'universo affidato alla gestione dei
padri. A placare le eventuali impazienze dei giovani bastava, d'altronde,
la sicurezza collettiva del progresso indefinito, il cui ritmo era
scandito, in alto, con le annuali proclamazioni dell'indice di
produttività, e misurato, in basso, dalla crescente affluenza dei beni di
consumo. Quanto poi al quoziente di aggressività, che nei giovani non ha
ancora il freno spontaneo dell'autodisciplina, provvedevano ad assorbirlo,
o almeno a nobilitarlo, le rigide diversità ideologiche delle varie
legioni associative, fitte di labari e splendenti di distintivi.
L'importante era di non coltivare nei giovani le ambizioni inventive. Il
mondo era già tutto inventato. Purché non sconfinasse nell'eresia
ideologica, la loro esuberanza poteva anche essere esaltata, ma con il
sottinteso che essa era una sola cosa con l'immaturità. Un giovane era
portato a fissare la propria identità in un futuro abbastanza prevedibile,
perché già inventato e già articolato nel mosaico dei ruoli professionali.
La docilità dava garanzie di successo. Chi è docile oggi, è capo domani. A
comandare s'impara obbedendo. La promozione sociale comportava sempre,
durante il lungo apprendistato, la fedeltà a questi assiomi e, in termini
pratici, la rinuncia all'autonomia del giudizio, l'ossequio ai modelli
proposti, la ripugnanza per lo spirito critico, il culto del capo. |