da "Le ragioni della speranza" di Ernesto Balducci, Coines, 1977

 

Fu nei giorni dell'alluvione di Firenze che ebbi la prima immagine di una gioventù diversa. Nel sottosuolo sociologico dove le generazioni intrecciano la loro continuità, si era operato, a nostra insaputa, come uno strappo: ed ecco venir fuori da ogni dove, all'occasione giusta, una moltitudine di giovani decisi a prendere su di sé, organizzandosi in forme spontanee e autonome, il peso di una città ferita a morte, proprio mentre gli adulti, voglio dire gli uomini dell'apparato, restavano impigliati in uno sterile conflitto di competenze. Era l'autonomo del 1966. Nella mia memoria, ma non solo nella mia, questo resta il primo sintomo di un fenomeno che in Europa divenne generale negli anni successivi. Da Varsavia a Berlino, da Madrid a Roma, da Praga a Parigi e cioè nelle regioni più diverse della mappa politica, la gioventù cercò di emergere con violenza dal suo ruolo subalterno e fu come una scossa sismica intercontinentale.
Nel maggio del '68 a Parigi l'insurrezione generazionale assunse tale vastità di consensi e tale universalità di obiettivi che "le treize mai" è restato, in quest'epopea giovanile, come la data della presa della Pastiglia. "Il verbo di Faust è finito nel maggio 1968" ha scritto un instancabile cantore di quell'epopea, Roger Garaudy, "l'uomo crede sempre che la felicità s'identifichi con la potenza e con il possesso. Il suo progetto di felicità è sempre meno legato alla promessa di Cartesio, di una 2scienza che ci renda signori e possessori della natura" I suoi sogni e i suoi progetti di felicità sono sempre più legati a un'arte di vivere rapporti nuovi con la natura, con gli altri uomini, con l'avvenire, con il trascendente". Ma non c'è bisogno di cedere all'enfasi celebrativa per farsi convinti che la frattura allora apertasi tra una generazione e l'altra non si è rimarginata e che, perduti i sintomi traumatici dell'inizio, essa ha dato origine a una qualità nuova, vorrei dire a un nuovo organo nei processi vitali della società. E' vero che i giovani di allora, compresi i leaders, appaiono più o meno integrati nella società degli adulti, ma tutto fa pensare che proprio al loro afflusso generazionale e a quelli successivi si debba la crisi di consenso alla società esistente, la rassegnazione con cui si vive nelle istituzioni in cui si opera non abbia più futuro.
Certo fu ingenua la mano che tracciò nel cortile della Sorbona la parola d'ordine 2Il potere è nella strada". Il potere è ancora là dove è sempre stato. E tuttavia da quei giorni, costretto di tanto in tanto ad uscire dai suoi recessi e a mostrarsi per quel che è, il potere ha finito col diventare, in misura sempre più generale, il polo dialettico della coscienza collettiva. La quale ormai sa che "il re è nudo". Il compito di gridare l'oscena verità che tutti sanno è ancora dei giovani, che si riversano sulle strade e riempiono le piazze per dare voce - e spesso voce estrosa, scandita sulle modulazioni della fantasia - al bisogno comune di una società diversa. Il potere ha i mezzi di comunicazione, ma i giovani hanno le piazze. E non c'è nessun'esagerazione nel dire che sono state le piazze a far crollare nella vergogna il potere di Nixon e l'astuzia di Kissinger, perché sono state le piazze a moltiplicare dentro le mura delle metropoli occidentali, le minacce dei vietcong. Se l'immaginazione non è salita al potere, come volevano i giovani del '68, è vero quanto meno che il potere ha perduto anche quel briciolo d'immaginazione che possedeva ai tempi, così recenti e così lontani, di Kennedy e di Kruscev. Anzi, ha perduto in molta parte non dico la ragione, che non è mai stata cosa sua, ma quella razionalità funzionale che gli permetteva di gestire il trapasso da una generazione all'altra, dal presente al futuro prossimo.
Come rileva Pierre Chaunu "nel 1956 si poteva concepire rigorosamente una prospettiva poggiandosi sui cinquant'anni precedenti per cogliere quella ventina d'anni in avanti necessaria per evitare gli errori più vistosi nella strategia delle decisioni. Nel 1974 una tale parsimonia non è più possibile". Non si sa più, cioè, quale sia la misura d'esperienza passata adatta a far da supporto per una sia pur modesta previsione del futuro. Diventato inutile il compasso della saggezza tradizionale, il potere tende a servirsi di strumenti più brutali. La società dei padri si fa di anno in anno più volgare e più minacciosa. Quanti padri abbiamo conosciuto che negli anni Cinquanta usavano il linguaggio della speranza e che oggi parlano troppo facilmente di polizia! Essi approfittano del fatto innegabile che non di rado l'impazienza dei giovani degenera nella criminalità. Ma quel che i padri vogliono, anche per le vie d'intimidazione è ben altro. Vogliono che i figli diventino adulti, come loro. E diventare adulti ha sempre voluto dire deporre per strada il bagaglio dei sogni per accettare la dura logica del reale. Quale che sia il reale, per i padri è ovvio. I figli invece hanno scritto sui muri: "Siate realisti, chiedete l'impossibile". Che non sia proprio qui il conflitto di fondo, in quest'incompatibilità tra due modi d'essere realisti? S'illude chi dice che orami il conflitto è già chiuso. La mia impressione che di continuo si rinnova è che i giovani stiano introducendo, ondata dopo ondata in quella che Comte chiamava "fisica sociale" una qualità nuova, un nuovo ritmo. Mi chiedo, e non sono il solo, se ormai le nuove generazioni non si pongano, in rapporto alla totalità sociale, invece che come reclute pronte a prendere i propri posti, come un soggetto diverso che rimette in questione la totalità.
Nel primo ventennio del dopoguerra sembrava che l'orizzonte di radicale novità aperto, almeno in Europa, dalla resistenza si fosse per sempre richiuso. Anche da noi apparati del potere, caduti in dissesto durante la guerra e formalmente chiamati a rinnovarsi dal nuovo ordinamento costituzionale, si erano andati ricomponendo secondo il criterio della continuità. Così le antiche garanzie, la società dei padri, con qualche concessione alle nuove esigenze celebrative, avevano riconquistato la sua buona coscienza, reprimendo la memoria delle proprie responsabilità storiche e razionalizzandola in comode teorie, come quella del fascino quale semplice parentesi storica. Rimesse in piedi le tavole dei valori, anche la corrispondente saggezza pedagogica tornò di moda. I giovani, aveva detto Benedetto Croce (l'autore per l'appunto del fascismo come parentesi) hanno un unico problema di diventare adulti. Solo che, essendosi mutato, per forza di cose, l'assetto produttivo, divennero sempre più inadeguate a risolvere quel modestissimo problema le istituzioni nate proprio per risolverlo: la famiglia e la scuola. A riempire gli spazi sempre più scoperti provvide una fittissima rete di associazioni, il cui compito reale era di integrare, secondo i giusti tempi, le nuove reclute dentro l'universo affidato alla gestione dei padri. A placare le eventuali impazienze dei giovani bastava, d'altronde, la sicurezza collettiva del progresso indefinito, il cui ritmo era scandito, in alto, con le annuali proclamazioni dell'indice di produttività, e misurato, in basso, dalla crescente affluenza dei beni di consumo. Quanto poi al quoziente di aggressività, che nei giovani non ha ancora il freno spontaneo dell'autodisciplina, provvedevano ad assorbirlo, o almeno a nobilitarlo, le rigide diversità ideologiche delle varie legioni associative, fitte di labari e splendenti di distintivi. L'importante era di non coltivare nei giovani le ambizioni inventive. Il mondo era già tutto inventato. Purché non sconfinasse nell'eresia ideologica, la loro esuberanza poteva anche essere esaltata, ma con il sottinteso che essa era una sola cosa con l'immaturità. Un giovane era portato a fissare la propria identità in un futuro abbastanza prevedibile, perché già inventato e già articolato nel mosaico dei ruoli professionali. La docilità dava garanzie di successo. Chi è docile oggi, è capo domani. A comandare s'impara obbedendo. La promozione sociale comportava sempre, durante il lungo apprendistato, la fedeltà a questi assiomi e, in termini pratici, la rinuncia all'autonomia del giudizio, l'ossequio ai modelli proposti, la ripugnanza per lo spirito critico, il culto del capo.


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