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Venti ore prima del suo assassinio, durante la quotidiana riunione di preghiera, Gandhi aveva detto: "Prendete nota di questo: se qualcuno dovesse porre fine alla mia vita, trapassandomi con una pallottola ed io la ricevessi senza un gemito ed esalassi l'ultimo respiro invocando il nome di Dio, allora soltanto giustificherei la mia pretesa". Quale pretesa?
"Se tu fai questo, io ti uccido", ha proclamato da sempre la cultura di guerra che ha fato la grandezza dell'Occidente. "Se fai questo, sono io che muoio", insegnarono gli antichi saggi dell'Oriente da cui Gandhi ha derivato la sua "verità". Farsi carico della violenza del nemico soffrendone, se necessario, fino alla morte, non è più un principio riservato ai mistici, è il principio su cui costruire l'unica civiltà autenticamente umana: ecco la pretesa di Gandhi.
Una pretesa assolutamente smodata, sembrerebbe, tale da condurre al limite estremo il distacco tra utopia e realtà. L'India che si stava costruendo quando Gandhi peregrinava di città in città, di villaggio in villaggio, per tener vivo un sogno ormai languente, era, sotto i suoi occhi, la prova evidente che per tradursi in sostanza politica la sua pretesa doveva assoggettarsi alle regola di sempre, fino a negare se stessa. Eppure non è facile relegare Gandhi nel numero di quei grandi spiriti che hanno fatto della politica una provincia interna al dominio dell'etica, disconoscendone le regole specifiche, secondo le quali ci si può muovere efficacemente verso l'ideale solo partendo dalla realtà così com'è, accettandone i limiti e adottando i mezzi che essa consente. A differenza degli utopisti da tavolino, Gandhi si è sempre tenuto a contatto con la realtà nell'esercizio diretto della politica. Il concetto di realtà non è univoco, né i processi oggettivi cui si appellano i realisti hanno un solo livello. I politici di sicuro successo sono quelli che aderiscono alla realtà nella sua immediatezza, là dove la catena della cause e degli effetti è di facile controllo. Ma il successo che essi conseguono è circoscritto in una ristretta misura di spazio e di tempo: può bastare una generazione - si pensi al caso di Stalin - perché il giudizio che li aveva esaltati debba essere capovolto. Gandhi non deduceva le regole politiche dall'ordine morale, le fondava sulla realtà dell'uomo, non però sulla realtà così come si offre nell'immediatezza, ma su quella soggiacente, che è anch'essa un luogo di aspettative e di possibili propulsioni nell'ordine delle cose. E' reale l'uomo come soggetto proteso verso l'accumulo di beni ed è reale l'uomo pago del puro necessario. Non è forse vero che oggi è possibile assumere l'austerità come obiettivo di una politica realistica?
Lasciando aperto il problema, potremmo limitarci a definire quello di Gandhi come un "realismo trascendentale", nel senso che egli aveva la pretesa di suscitare dal fondo della realtà le prospettive, le misure e i mezzi che avessero la stessa dignità del fine. Di fato, egli è riuscito in più casi a sollevare le masse a comportamenti capaci di mettere allo sbaraglio le minacce della violenza e di prefigurare quelle che agli occhi di molti appaiono come le uniche rivoluzioni possibili nel futuro, le rivoluzioni nonviolente. Gandhi non riuscì nell'intento. Quando sembrava vicino al successo, storia, col suo peso d'inerzia, ristabiliva subito il corso normale delle cose momentaneamente interrotto. In modo scherzoso Gandhi disse una volta che come l'Inghilterra aveva dovuto combattere, per raggiungere la sua unità nazionale, la Guerra dei Cent'anni, così egli, data l'immensità del suo progetto che riguardava un continente, anzi il mondo intero, si sentiva impegnato in una Guerra dei Mille anni. Si rendeva conto che il trapasso da una cultura della nonviolenza dei forti era compito che sorpassava le misure di una breve stagione storica, quella dentro cui si compie l'arco della vita. Negli ultimi giorni riconobbe che le masse indiane da lui mobilitate in modo miracoloso non avevano toccato il traguardo da lui segnato, erano rimaste alla nonviolenza dei deboli, che è della stessa stoffa della violenza pura e semplice.
Ma egli agiva su due lunghezze temporali, quella scandita dall'inesorabile logica dei fati, che ha i caratteri della necessità, e quella che prevede in un futuro lontano l'adeguazione dei fatti alle intenzioni, e s'impegna ad anticiparla. Con molta lucidità egli delegò, per dir così, la responsabilità della prima lunghezza a Nehru, di cui conosceva le affinità con se stesso ma anche le affinità con l'immagine moderna dell'uomo politico che, per suo conto, egli aveva rifiutato. Per sé aveva riservato la prospettiva a lungo termine, che presupponeva la sua morte ma che gli sarebbe sopravvissuta come una pretesa affidata alle imprevedibili risonanze nel mondo delle coscienze. Potremmo forse renderci conto della testimonianza di Martin Luther King senza rifarci alla pretesa gandhiana?
In realtà - ma chi se n'era accorto?- la storia, quella a cui tengono fissi gli occhi gli uomini del realismo, aveva già compiuto la sua svolta nel senso di quella pretesa. La verità gandhiana, il cui luogo di nascita è nel profondo della coscienza, è nata anche dal seno metallico delle cose, la mattina del 6 agosto 1945, quando il fungo si alzò nero nel cielo di Hiroshima. "Una volta esistevano le cosiddette leggi di guerra che rendevano le guerre tollerabili. Ora abbiamo visto la nuda verità… Il genere umano può liberarsi dalla violenza soltanto ricorrendo alla nonviolenza". Così scrisse Gandhi nel luglio del 1947. E più di un anno prima, nel febbraio del 1946, aveva scritto che la bomba atomica non aveva affatto svelato l'infondatezza della sua fede nella nonviolenza, anzi l'aveva fondata sull'evidenza, in quanto la bomba atomica aveva dimostrato "che la verità e la nonviolenza sono la forza più potente del mondo". Dimostrato a chi? A lui, che non aveva bisogno di dimostrazioni! E tuttavia la storia che è corsa a partire da quegli anni ha logorato, una dopo l'altra, tutte le categorie del pensare e dell'agire economico e politico in cui risiedeva la nostra sicurezza di figli dell'Occidente. La crisi in cui siamo è epocale proprio perché segna la fine dell'epoca nata alle origini della civiltà.
I due principi razionali di questa civiltà erano che il dominio dell'uomo sulla natura non avesse altri limiti se non quelli delle sue possibilità e che nel conflitto tra popoli fosse lecito 'in extremis' il ricorso all'uso della forza. Non sono, per l'appunto, i due principi entrati in crisi, una volta superata la soglia della bomba atomica?(…) E' ormai diventata un luogo comune, di cui si fan forti i movimenti ecologisti, la tesi che il nesso tra l'attuale sistema industriale e la degradazione dell'ambiente vitale diventerà mortale per la specie, se non si arriverà all'autoregolazione dei bisogni e dei consumi, proprio secondo le indicazioni, appena ieri tacciate di ascetismo medievale, ostinatamente proposte da Gandhi con l'insegnamento della vita. L'altro principio, quello della guerra come ultimo strumento di giustizia internazionale, è stato sconfessato dalla Carta Atlantica, prima ancora che il superamento della soglia atomica lo rivelasse estraneo alla ragione, "alienum a ratione" come dice la "Pacem in terris". Lo riconoscono ormai anche gli uomini soggetti, per il ruolo che hanno, alle regole del realismo politico. Se essi hanno imboccato le vie del disarmo atomico è perché la sicurezza armata si capovolge ormai nel suo contrario, lasciando sgombra la via all'unica ipotesi possibile per il futuro, quella della sicurezza comune. Ora che la guerra non è più una possibilità secondo ragione, il passato si sta separando da noi per rientrare nell'arco di un'epoca di civiltà nata con la fondazione della città-stato e finita con l'equilibrio armato tra due blocchi atomici. Non è più possibile immaginare un futuro con la guerra, e non è possibile immaginare un futuro senza guerre, se non immaginando una Comunità Mondiale in cui tutte le strutture dell'inimicizia - fisiche, giuridiche e mentali - siano abolite. Questo è il corso della storia da poi che la "piccola voce silenziosa" della coscienza e la terribile voce della bomba all'uranio si sono incontrate, dissolvendo per sempre il contrasto, che sembrava eterno, tra l'utopia e il realismo. Nemmeno l'uomo più scettico può ormai escludere che la smisurata "pretesa" del Mahatma Gandhi sia, quanto meno, una possibilità nascosta nelle pieghe di questo futuro già cominciato.
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