"Michele Righetti, il cuore vivo dell'Appennino nel mondo" di Veronica Balboni

    

Nato a Castiglione dei Pepoli, e residente a Gaggio Montano, Michele Righetti è cittadino del mondo; un mondo da un lato reale, contingente, attuale ed esigente, dall’altro, un mondo che resta e resterà immutabile nel suo cuore, un cuore che batte per la sua terra natale, l’Appennino che egli porta come un vessillo trionfante d’amore e di gioia. Righetti( classe 1974) è stato allievo, a Firenze, di Stano Dusik,artista slovacco di fama internazionale e ha preso il volo per terre lontane, portando in sé le storie magiche di fate, folletti, giganti che, con i fratelli, assaporava con occhi spalancati, innanzi al camino, nei lunghi inverni montani della propria infanzia.Distintosi in numerosi concorsi internazionali( Torino,Pechino, Inghilterra), ha realizzato a Toronto, in Canada, nella cattedrale di Markham, un dipinto di mt.10x4, intitolato “ See the paint of the Guardian Angel”, mentre nel corso del 2002 ha realizzato un progetto a Melbourne, in Australia, intitolato “ The light beyond winter”(La luce oltre l’inverno), in cui, in ogni singola immagine, l’artista ha percorso strettamente la vita del ’suo’ Appennino in acrilico su tela, con vastissimo successo di critica e di pubblico.. “Nessuna grande idea, dietro -esordisce con modestia - ma solamente le mie origini, i miei posti, la gente…gli anziani, i paesaggi, le case in pietra e tutto ciò che questo cela, meravigliosamente, in sé”.
Ora, a Singapore, racconta la sua vita attuale, i progetti ed i sogni che, fino ad ora, ha dimostrato di tradurre in realtà.
“Singapore è una città freneticamente organizzata una città dove le razze del sud-est asiatico si fondono, dove indiani, pakistani, cinesi, indonesiani, filippini e sopratutto malesi, vivono in armonia, dove i buddha, gli incensi, il profumo di fiori tropicali e gli aromi intensi delle cucine all’aperto, sono così presenti che se provi ad entrare in un mercato, o lungo una via nella vecchia India, nella Chinatown o in una corte dove “si fa da mangiare” puoi quasi perdere i sensi e ritrovarti in una confusione di voci, facce ed odori che ti rapiscono magicamente. Nei Kopitiam (Kopi significa Caffè e tiam significa posto), puoi fare colazione al mattino oppure curiosare fra i volti delle persone che cercano ristoro nei pomeriggi afosi. Comunque, per la mia colazione al mattino spesso bevo il caffè locale, un caffè che viene servito facendo un’interessante operazione da giocolieri: esso viene fatto letteralmente volare da una brocca all’altra finché non si ottiene una schiuma densa e speziata. Il caffè, viene poi versato in un bicchiere di vetro, alto con il manico che mi ricorda quello dove mio nonno beveva il suo di caffè, che contiene sul fondo uno strato di latte condensato,sta al cliente la delicata mescolanza.
La colazione, il pranzo e la cena si consumano spesso fuori, in uno di questi coffee shop o food court, chiamate in gergo Hokker Center dove trovi ogni tipo di specialità asiatica, indiana e malesiana, dal riso aromatizzato al cocco con acciughe e fagioli essiccati, cetrioli affettati e pesce di mare salato alla griglia, chiamato Nasi Lemak, ai noodles Mee Pok (simili alle nostre tagliatelle) con immancabile salsa di peperoncino, fish balls (palle di pasta di pesce), pork dumpling (ravioli di pasta di riso ripieni di carne di maiale e verdure) e una ciotolina di zuppa calda con erbe. Se invece scegli Cicken Rice, o Duck Rice, ti danno una ciotola ovale con riso dai chicchi leggermenti più grandi con salsa di ostriche e pezzetti di pollo o anitra arrostiti.Io preferisco Sam Lo, tagliatelle di riso leggermente affumicate in salsa bianca con fettine di pesce aromatizzate al vino bianco cinese con pezzettini di lardo di maiale. Ormai ho anche fatto l’abitudine alla sentenza che mi viene provocatoriamente ripetuta quando mangio i noodles : “gli Italiani, con Marco Polo, ci hanno copiato e ora chiamano spaghetti quella roba che assomiglia alla nostra cucina…” E allora mi chiedo: chi saprà mai la realtà?!?
Generalmente il cibo in questi posti costa pochissimo; ti siedi ad un tavolaccio di plastica che viene pulito con uno straccio che ne ha già passati altri venti ,di tavolacci, e dove se non ti sbrighi ad ordinare puoi anche beccare dei nomi. Il tipico proprietario di questi locali, o piccoli ristoranti, veste pantaloncini corti, canottiera con patacche di unto che assomigliano più a fossili e macchie di caffè appena versato, barbetta lunga sotto il mento, pochi capelli sulla testa e un sorriso che si fa beffa di ogni pubblicità per l’igiene, ma possiede una voce strillante che non perde tempo. D’altro canto, c’è una città modernissima, i grattacieli vetrati, un teatro che ha forma di un frutto tropicale chiamato Durian, ed infrastrutture favolose, con un sistema elettronico di controllo del traffico che fa invidia al mondo intero. L’arte, quella occidentale, qui a Singapore e’ stata portata inizialmente dagli europei, ma non da tanto tempo; questo Paese e’ nato dal niente ed e’ fondato sulle risorse umane; non c’e’ natura, anzi ce n’e’ poca, non ci sono spazi aperti, tutto viene costruito e sviluppato verticalmente e quando manca la terra, la si reclama al mare. Non c’e’ storia dell’arte e nessuno la vuole, poiché nessuno la capisce e la desidera. La tradizione cinese, si richiama ad un’arte puramente decorativa e alla bellissima calligrafia, espressione di poesie e saggezza orientali.
Per questo, qui c’e’ spazio solamente per l’arte contemporanea che deve essere veloce e moderna, di facile comprensione, come d’altro canto e’ la vita qui.La mia mente torna allora in Appennino, ai suoi sassi, alla sua gente, alle tradizioni ataviche che tanto ci hanno dato. Qui, chi ama l’arte occidentale, ha avuto e ha relazioni con altri Paesi. Gli amanti dell’arte a Singapore hanno studiato in gioventù ,spesso in Europa o in USA, s’identificano in una società che mantiene le tradizioni cinesi ma che ha cambiato stile di vita, spiritualità (la percentuale di cristiani e’ altissima) e naturalmente modo di arredare le case. I miei collezionisti appartengono a questa categoria di persone. Da quando sono arrivato, non ho fatto altro che sistemare ed installare i dipinti che mi sono stati commissionati da privati e enti pubblici. Durante l’estate del 2002, ho realizzato nella mia casa, in Appennino, una collezione di dipinti moderni disegnata appositamente per i miei clienti in Singapore, chiamata “Paesaggi Remoti” ed ispirata alla Genesi, il primo capitolo dell’Antico Testamento, una collezione che interpreta la divina creazione del mondo, un mondo remoto che non contiene alcuna traccia di opera umana, ma solamente elementi dell’opera divina, vento, acqua, fuoco, terra, cielo ed esseri viventi, un mondo vergine… l’astrazione suprema che possiede all’interno una geometria ed una perfezione che spesso sfugge ai nostri occhi, ma che giorno dopo giorno ci mantiene in vita, la vita che ci arriva dall’acqua che beviamo, dall’aria che respiriamo o dalla carne che mangiamo; questa e’ l’essenza di ciò che ho creato per Singapore. Fra le altre cose, ho dipinto anche un paio di nature morte, soggetti tipicamente italiani, legati dalla tradizione montanara che a mia grande meraviglia sono piaciuti tantissimo. Così molte di queste opere sono finite in case private, fra le quali il giudice di corte suprema dello Stato di Singapore, altre invece in Hotel come l’Intercontinental o in Banche come la UOB di Singapore, la più importante banca asiatica, dove le mie opere sono appese ai muri.
Ora c’e’ una mostra in progetto, probabilmente per la meta’ del 2003 sempre qui ,a Singapore,e sarà dedicata alla vita di questo Paese, alle emozioni e alle impressioni che ho ricevuto in sei mesi di soggiorno, una mostra di schizzi a matita, fotografie in bianco e nero, acquerelli e dipinti ad olio ed acrilico su tela , accompagnata da un libro intitolato “Sì…Singapore” che raccoglierà tutte le immagini esposte e che porterà nel suo intimo più profondo un grande battito…il cuore dei miei monti, dei volti cari, dell’Appennino”.


© Veronica Balboni 2002


 
 

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