"Di Albertina Santi Baffè" di Veronica Balboni

Si parla ovunque di guerra, parola dal sinistro eco che rimbalza troppo spesso nei cantoni del nostro io. La guerra non ha un credo politico, la guerra non si configura in nessuna corrente... è solo orrore e morte. Parlare ora di Albertina Santi Baffè è quindi doveroso, raccontare di questa donna in sintonia con la vita semplice della sua Romagna, dove viveva con la sua famiglia tra viti ed olmi,la vita felice di chi sta bene con sé stesso e con i propri cari, una donna che,ridendo, partecipava ai felici riti di campagna sull'aia della propria casa, la stessa aia che fu teatro di una delle più atroci esecuzioni nazifasciste cui, inerme e nascosta , dovette assistere impietrita. Il 17 ottobre del 1944, dieci familiari di Albertina furono massacrati, mitragliati e arsi vivi ed ebbero la casa distrutta con la dinamite e lei, in quel momento fuori dall'edificio, confusa dai carnefici per un'estranea, trattenuta a stento dagli astanti inorriditi era là che subiva un martirio interiore, un calvario, la cui immagine non l'avrebbe mai più lasciata e che ha scritto una delle pagine più terribili della guerra del nostro paese.Lo stesso giorno, nella stessa zona, altri tredici persone subirono la stessa fine, alcuni a pochi passi dalla casa dei Baffè, altri presi qua e là, nei campi, nelle case.Dal 1943 fino alla Liberazione nel 1945, in Emilia si contarono 273 eccidi con cinquanta stragi, oltre quattrocento morti e centinaia di deportati nei campi di sterminio. Albertina Santi Baffè era nata a Massalombarda, in provincia di Ravenna nel 1912, trentunesima di una grande famiglia patriarcale; insegnante a San Donà di Piave, nel bolognese e poi a Bologna stessa, si sposa nel 1938 ed ha quattro figli;Alcuni anni dopo la strage, essa scrive la sua prima poesia e nel 1950 è finalista,ex-aequo con Pierpaolo Pasolini, al Premio Nazionale di poesia dialettale,con la valutazione di una giuria composta, tra gli altri, da Edoardo De Filippo, Salvatore Quasimodo ed Emilio Sereni, tanto per citane alcuni.Nel 1952, Albertina vince il secondo premio del Concorso e da lì comincia la pubblicazione delle sue poesie su quotidiani , riviste, che continuerà negli anni a seguire con crescente interesse da parte di un pubblico attento,fino alla prima raccolta pubblicata nel 1989"Mi nòna la cunteva" dalla editrice Forum-Quinta Generazione ed a comparire in antologie("Bologna e i suoi poeti" editrice Mongolfiera) nel 1991, lo stesso anno in cui essa si spense. Incredibile, nonostante tutto, l'amore per gli esseri umani, per la vita, con uno straordinario contributo alla poesia popolare e una dolcezza semplice, che va dritta al cuore…." Mi sembra di udirli ancora/ battere alla porta/con i fucili:/"Presto,presto!"/.Andavano/ alla mattina/ dentro le case/ quando si dormiva/ ancora. E i morti, i massacrati,/ le grida delle donne/ le urla dei bambini/chi può contarli?/Il tempo o più che il tempo/ la vita/ hanno posato un velo/ sopra quei giorni/un velo/non una pietra/che basta/un po' di vento/per muoverlo./Ma se si scatena/una bufera/ il velo si strappa/il velo va lontano./Saranno troppo vive/le nostre piaghe allora/andrà più in fretta/allora il nostro cuore/e i nostri morti/saranno come noi/a gridare forte:'No, i fucili no/da battere alla porta/alla mattina presto!'".
Veronica Balboni


 
 

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