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"La storia delle trasposizioni cinematografiche da opere di narrativa non ha seguito una linea uniforme, dalle origini fino ai giorni nostri, occupando essa l'intera storia del cinema. Il
più antico dei modelli cinematografici e' stato infatti quello che potremmo definire all'incirca letterario, e se ne comprendono facilmente le ragioni. Nato con una vocazione sussidiaria, quando ancora non se ne era chiarita agli occhi stessi degli artefici la natura, il cinema vide nella divulgazione attraverso lo schermo di opere della letteratura - quelle che ovviamente godevano di maggiore
popolarità - una duplice possibilità di affermazione, una volta esaurita la carica di
curiosità del pubblico per i primi esempi di immagini in movimento; da un canto la sia pur relativa
popolarità di alcuni romanzi assicurava alle ancora rudimentali trasposizioni (peraltro contratte in una durata che non ne avrebbe permesso un sia pur approssimativo ricalco, qualcosa di molto vicino,
perciò, ai "tableaux vivants") quella comprensibilità che altrimenti era compromessa dalle inevitabili lacune determinate
dall'immaturità del suo linguaggio, ma da un altro canto il ricorso alla letteratura attraverso le sue opere
più celebrate poteva fornire un alibi culturale a una forma di spettacolo verso cui il pubblico
più colto guardava ancora con molta perplessità, come a un fenomeno pseudo-artistico non del tutto emancipato dalla sua oscura origine. I nomi dei grandi scrittori o autori teatrali dalle cui opere il cinema attingeva per i suoi film costituivano
perciò un salvacondotto culturale, di cui esso magari fruiva letteralmente senza alcun pedaggio quando a essere utilizzati erano testi lontani nel tempo.
A questa politica di accaparramento culturale va ricondotta una pratica che, specialmente nel cinema europeo,
favorì il reclutamento di alcuni scrittori nelle file dei cineasti, impiegati ovviamente nello scrivere una sceneggiatura, ma talvolta anche nel realizzare in veste di registi alcuni film. Una politica, dunque, non esente da rischi e da incomprensioni che segnarono poi la storia del controverso rapporto fra le due arti, praticata con molte reticenze da intellettuali che non riuscivano a liberarsi da un senso di imbarazzo per aver accettato forme di collaborazione di dubbio prestigio culturale, ma alle quali essi, evidentemente, si erano piegati per comprensibili ragioni economiche. Questa alleanza, contrastata o provvisoria che sia stata, non e' soltanto un episodio collaterale al tema che qui interessa: dal modo in cui essa fu stipulata, con le riserve
cioè che la situazione imponeva, contribuì a consolidare la convinzione di una funzione puramente subalterna del cinema alla letteratura, di un asservimento,
cioè, legittimato dall'appartenenza di quest'ultima a quella dimensione cui le scarse o nulle referenze culturali del cinema impedivano di aspirare.
Da questa matrice restarono anche, e a lungo, caratterizzati la natura e i modi della trasposizione cinematografica di opere letterarie, la cui storia coincide in una prima fase con un modello che non potremmo definire altrimenti che come "illustrazione", tentativo di un ricalco mediante le immagini di una storia che il romanzo ha raccontato attraverso la parola. Un modello egemonico, dunque, se e' vero che lo ritroviamo, con poche o decisive variazioni, in tutte le cinematografie, almeno fino ai primi segnali di
più decisa emancipazione che si manifestano all'incirca a metà degli anni Cinquanta.
[...] L'epoca d'oro di questo modello di trasposizione coincide con la stagione del cinema classico che va dagli inizi del sonoro ai tardi anni Cinquanta, e tramonta in seguito all'irreversibile incrinatura provocata nel cinema europeo dalla riformulazione del linguaggio cinematografico a opere delle nouvelles vagues che provocarono la crisi dei generi, delle procedure di realizzazione tradizionali e, conseguentemente, anche del film tratto da un classico della letteratura, ormai svincolato da quei troppo rigidi condizionamenti che lo indirizzavano in un verso preciso, riconducibile
cioè alla formula "illustrativa" (e favorendo implicitamente quella valutazione comparativa su cui a lungo si e' fondata la pratica critica). Nel 1948 Alexandre Astruc
pubblicò sull'"Ecran Francais" il famoso manifesto della
caméra-stylo, Naissance d'une nouvelle avant-garde, la camèra-stylo [...]." Elevando il cinema a forma d'arte e di comunicazione, Astruc riesce a determinare il principio di una nuova forma di scrittura. "'Il cinema sta semplicemente diventando un mezzo d'espressione, come prima del cinema lo sono state tutte le arti, sta diventando a poco a poco un linguaggio'.
Nasce così il principio di una scrittura cinematografica che, al pari di quella letteraria, apre al cineasta un vasto campo di sperimentazione, lo rende
cioè consapevole di una libertà di cui forse prima non sospettava la
possibilità. Il linguaggio cinematografico diventa uno strumento ancora più flessibile di quanto fosse nel passato, il momento di concretizzazione di un progetto estetico ormai libero da legami, asservimenti, condizionamenti
più o meno dichiarati. [...] Non e' perciò senza ragione se possiamo datare a partire dai tardi anni Cinquanta la
più decisa affermazione di un modello filmico che realizza in nuovi modi il vecchio legame fra cinema e letteratura. Dopo il film come "illustrazione" del romanzo, si impone
più decisamente una pratica artistica che consente di muoversi con minore rispetto reverenziale verso la letteratura dalle cui opere si tragga ispirazione. Il film "tratto da" non si fonda
più necessariamente su un legame di sudditanza, ma su un insieme di possibilità la cui scelta e' il segno di una
più consapevole autonomia. Si afferma perciò una pratica, destinata a consolidarsi sempre
più, che vede nel testo letterario un pre-testo da cui si dipartono tante e non definibili procedure di manipolazione, il cui esempio
più vistoso e' quello della dislocazione della originaria trama romanzesca: risultato esteriore, ma significativo, di un processo di aggiornamento inteso a sondare la
capacità di resistenza di un'opera, la sua possibilità di aprirsi a letture interpretative nuove e
più in sintonia con la cultura contemporanea (in tal caso ci si riferisce soprattutto alle trasposizioni dei classici del passato la cui riattualizzazione appare come la conferma indiretta di una "durata" nel tempo)."
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