Da "Accendi la TV, sono le otto" di Daniela Attilini, Prospettiva Editrice, 2003


Mio padre lavorava alla RAI, Radio Cagliari, dal 1947. Non poteva immaginare che l'invenzione della televisione e in maniera più specifica del telegiornale, avrebbe fatto cambiare direzione al suo destino.
Dopo due anni di sperimentazione e di cosiddetti "numeri zero" (ovvero puntate di prova) il 3 gennaio 1954 alle 20.45 nasce il primo telegiornale italiano. Il primo direttore è Vittorio Veltroni (cognome familiare? Sì, è proprio il babbo dell'attuale sindaco di Roma) e i suoi collaboratori sono davvero uno sparuto gruppetto di ignoti che solo con santa pazienza guadagneranno la stima del pubblico.
A quel punto, nella lontana sede di Cagliari (potremmo quasi dire "oltre oceano"), il capo chiama, dopo aver ben riflettuto.
"Serve manforte nella Capitale. Hanno bisogne di forze giovani, in modo particolare per il telegiornale. Ragazzi, penso davvero ne valga la pena. Sarete i pionieri di un nuovo strumento, qualcosa che ha proprio odore di futuro. Che ne dite?
E poi ormai è un dato assodato: la Radio si può VEDERE! E voi potete rendere il mondo partecipe degli avvenimenti di cronaca con l'ausilio delle immagini… sarà faticoso, ma anche esaltante. Siete giovani. Raccogliete la sfida. Non tiratevi indietro!" Tito Stagno (giornalista e conduttore), Lino Martis (cameraman) e mio padre erano amici sin dall'infanzia e il destino (o chissà cosa) decide di tenerli insieme per il resto della vita.
Tito comincia a collaborare con Radio Cagliari un paio d'anni dopo l'assunzione di mio padre e si distingue come una delle più belle voci radiofoniche. Continua i suoi studi universitari ai quali riesce ad affiancare il lavoro finché, un bel giorno, Gianni lo convince ad inviare la domanda di partecipazione ad un concorso per conduttori televisivi. Tito parte per affrontare l'esame e, neanche a dirlo, tra Roma e Milano straccia tutti gli altri partecipanti e dà così il via alla sua avventura romana: missione televisione. I due amici rimangono comunque in contatto "via cavo" come accadeva allora e sarà Tito, questa volta, qualche tempo dopo, a convincere mio padre a Cagliari e il suo direttore a Roma a trasferire Gianni nella Capitale.
Quando mio padre decide di partire per il "Continente" ha già la strada aperta e una ragione in più per lasciare la sua isola.
Frequenta a Cagliari un corso "iniziatico" sulla televisione ed è pronto ad imbarcarsi: "Il mio posto è il mondo. Tutto da guadagnare. Niente da perdere".
Il suo primissimo incarico è lo smistamento delle pellicole, poi, per quarant'anni, si occupa di commentare con immagini fisse (diapositive e fotografie) i servizi del TG1 e di altri programmi giornalistici.
I primi tempi sono duri ma anche divertenti e pieni di soddisfazioni, come per tutti i progetti elefantiaci che decollano.
La loro terra di conquista, il loro laboratorio d'esperimenti è il TG1, allora unico, in onda sul Nazionale.
Ma potete immaginare l'emozione? E i casini? Già, molti casini, perché loro, in fondo, erano ragazzi, anche se grandi professionisti e poi erano, pochi, pochissimi. Un telegiornale si mandava avanti con lo stretto indispensabile del personale e tutti facevano tutto e nessuno si tirava indietro e nessuno reclamava il confine al proprio lavoro e nessuno rimaneva a braccia conserte se aveva finito il turno.
Ho una caricatura di mio padre a casa, fatta da un bravo vignettista, che lo ritrae in piena corsa furibonda, con la gambette che ruotano vorticosamente (stile "Gli Antenati" quando vanno in macchina) e una serie di scartoffie e penne che svolazzano attorno.
Quello della corsa dell'ultimo secondo, del battere il tempo senza avere il computer, dello stringersi la mano e pacche sulle spalle dopo aver mandato in onda una notizia data con apparentissima calma e tranquillità era il loro lavoro, era la scommessa: la vincevano sempre.
Mi ricordava qualche anno fa Paolo Frajese di una volta in cui, mentre faceva il telegiornale (sì, si dice fare il telegiornale, non condurre o altro perché un TG va proprio fatto, con le mani e con la testa), arrivò la notizia dell'ultimo secondo e non c'era altro modo di farla arrivare a destinazione se non quello di allungare a Paolo un foglio con su quattro righe.
Scena: mio padre si lancia in piena corsa, è a pochi decimetri dal traguardo, pronto ad allungare un invisibile braccio, inciampa su qualcosa e, avete presente la classica scena fantozziana? Bene, precisa precisa. L'unica cosa che riesce a fare Frajese è pensare all'idea più triste che gli venga in mente per non scoppiare a ridere di fronte a milioni di telespettatori.
Tito diventa presto uno dei volti più amati dal pubblico e le immagini (allora solo diapositive) bè: strofinata di unghie sul mio vestito e relativo specchiamento. Tito si sposa, Lino si sposa, mio padre continua a vivere da single in una palazzina al quartiere Prati, vicino alla RAI di Via Teulada e, diciamolo, si gode la vita.

© 
Daniela Attilini 


 

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