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La nuova campagna elettorale si sviluppa sotto il segno della violenza e dell'intimidazione. Del resto benché Mussolini pretenda e faccia credere all'estero - di avere ristabilito l'ordine in Italia, la milizia fascista non ha mai cessato le sue aggressioni, le sue depredazioni, le sue spedizioni punitive. In questo periodo, anzi, la sua attività s'intensifica: s'impedisce all'opposizione di raccogliere liberamente le firme necessarie alla proclamazione delle candidature, si proibiscono la propaganda antifascista e le riunioni elettorali, si sequestra la stampa, si minacciano gli elettori... Per impressionarli si giunge a demolire la casa del deputato "popolare" (di estrema sinistra) Miglioli, e all'assassinio del socialista Piccinini, colpevole di essersi candidato.
Mussolini non è direttamente all'origine di tutti questi fatti. La maggioranza gli è comunque assicurata con la legge Acerbo, e la recente annessione di Fiume all'Italia ha fatto aumentare la sua popolarità. Si è anche opposto più volte allo "squadrismo anarchico" con delle circolari ai prefetti (13 giugno 1923, 4 e 11 luglio 1923), che egli indica come gli unici e soli rappresentanti dell'autorità governativa. Si lamenta di un "fascismo marginale" che bisogna reprimere. Ma si rifiuta sempre di intervenire sulla milizia, che prosegue così autonomamente la sua azione violenta.
In queste condizioni non c'è da sorprendersi se il 6 aprile il Partito Nazional-Fascista ottiene trecentocinquanta deputati.
E' piuttosto da rimarcare il fatto che il Partito Popolare ne raccolga ancora quaranta tra cui De Gasperi e qualche fedelissimo. Una trentina di socialisti, qualche repubblicano, liberale, socialdemocratico e comunista formeranno con loro quadrato di opposizione alla dittatura. Alla notizia della sua elezione per fare fronte più da vicino a una lotta che si prospetta impari se non perduta dall'inizio, De Gasperi decide di stabilirsi a Roma, con la moglie, in via Ripetta 102, vicino alla sede del suo partito. A maggio, all'apertura del Parlamento gli sono affidati gli incarichi di capo del suo gruppo parlamentare e di segretario del partito (al posto del triumvirato), estremo omaggio all'abilità e al coraggio di un uomo che si sa di valore tale da combattere per il diritto fino al limite estremo. Il 30 maggio, qualche giorno dopo la riapertura del Parlamento, è, come si sa, una delle date fondamentali della storia del fascismo, che conosce una crisi provvisoria, ma grave. E una storia ben nota: il deputato socialista Matteotti, in un discorso coraggioso e circostanziato, denuncia le violenze e le illegalità della campagna elettorale e richiede l'invalidazione della nomina di numerosi deputati fascisti. Grida di indignazione si levano dai banchi della maggioranza. Si schiamazza e s'insulta Matteotti che ha appena il tempo di terminare la sua requisitoria, poi, voltandosi verso i suoi amici conclude: "E adesso, potete prepa-rare la mia orazione funebre".
Mussolini, dietro le quinte, avrebbe detto ai suoi che, se non fossero stati tutti dei vili, un tale discorso non sarebbe mai stato pronunciato. Matteotti sparì nella campagna romana l'11 giugno. Il suo corpo non fu ritrovato che il 16 agosto, sommariamente sepolto sulla riva del Tevere. Un'ondata d'indignazione percorse tutto il Paese e l'opposizione si scatenò. Non vi è alcun dubbio sulla complicità delle più alte autorità fasciste. I centoventi deputati non fascisti - di cui i quaranta del Partito Popolare - dichiararono, in segno di protesta, che si sarebbero astenuti dal partecipa-re ai lavori del Parlamento. Fecero, come essi dissero riferendosi all'antico episodio della lotta della plebe romana contro il patriziato, una nuova secessione dell'Aventino. In realtà non si ritirarono sul colle dell'Aventino, ma si riunirono in un altro locale di Montecitorio.
I principali leader del movimento detto dell'Aventino sono, con De Gasperi, Filippo Turati (ovviamente da non confondere con il fascista Augusto Turati) e Amendola, che si può qualificare come indipendente, ma che proviene dal socialismo. Alcuni hanno criticato la scelta di questi deputati, spettacolare, ma inefficace, che, comunque, scosse l'opinione pubblica, sconfessando ufficialmente la via presa dal fascismo. Fu un bell'esempio, nella tradizione romana di responsabilità civica e spirito di libertà, uno di quei gesti che salvano l'onore come quello di Cesare che sistema le pieghe della toga per morire degnamente.
Gli uomini dell'Aventino non si ritirarono, però, in una comoda passività. Invece di approfittare delle vacanze parlamentari anticipate si riunirono - anche in pieno agosto - a Roma, presero contatti, diffusero opuscoli. Il primo luglio i deputati dell'opposizione presentarono al re una nota di protesta che in condizioni normali avrebbe dovuto condurre al cambio del primo ministro, ma che ricevette solo una risposta vaga, mentre i venticinque giornali che l'avevano pubblicata furono sequestrati dalla polizia. In seguito il 27 giugno 1925 De Gasperi, Amendola e Di Cesaro ritornarono alla carica e chiesero udienza al re per invitarlo a usare i suoi poteri ed esigere la resa dei conti da parte del suo primo ministro.
Vittorio Emanuele, anche questa volta, non prestò ascolto, come nel 1922, non dando alcuna speranza ai suoi interlocutori. Una sua parola, tuttavia, avrebbe potuto far vacillare il gioco politico. Ma fino a qual punto? Anche in quel caso come rovesciare il partito onnipotente, che teneva in pugno la milizia, la polizia e i prefetti, come una buona parte dell'esercito? Come trasformare l'indignazione popolare in azione insurrezionaria, quando sindacati, associazioni e organismi diversi erano stati sciolti, soffocati o assorbiti dal fascismo? La monarchia era amata e rispettata, ma un re poteva essere sostituito da un altro, dal duca d'Aosta, ad esempio, molto stimato da Mussolini. Quelli dell'Aventino hanno anche lottato con la voce dei loro giornali, il Popolo soprattutto, fondato l'anno precedente dall'intrepido Giuseppe Donati. Il 14 giugno 1924, il quotidiano popolare denuncia, nella sparizione di Matteotti, il crimine politico: "Ormai è chiaro che l'onorevole Matteotti è stato soppresso per ragioni che dipendono dall'esercizio del mandato politico; e questo delitto ne richiama alla memoria altri meno gravi materialmente ma in realtà non meno significativi".
E il giornalista evoca la recente aggressione da parte della milizia di due deputati, Misuri e Amendola. Avrebbe potuto ricordare l'assassinio di don Minzoni, un prete antifascista, ucciso a colpi di bastone l'anno precedente. E continua: "Due parole soltanto abbiamo da rivolgere ai custodi della legge: Luce e Giustizia, luce e giustizia su Tutte le responsabilità. Non domandiamo questo - si badi - per soddisfazione ad una parte contro l'altra. Lo domandiamo semplicemente per l'onore dell'Italia."
In seguito il medesimo giornalista incolpa De Bono, l'ex capo della polizia, della sparizione di Matteotti. Che cosa ne ha fatto? Una caricatura lo rappresenta in conversazione con un cannibale che gli domanda: "Detto tra di noi, ve lo siete mangiato". I giornali fascisti, Il Popolo d'Italia e soprattutto L'impero, ribattono denigrando Matteotti: dopo tutto, sia dove sia, la perdita non è poi grave. Del resto neI 1915 non era forse contro l'intervento, dunque venduto all'Austria? L'Impero suggeriva di eliminare anche altri: "Togliere dalla circolazione quelle perenni offese al sentimento nazionale che si chiamano: Albertini, Amendola, Sturzo, De Gasperi, Turati ecc.". In seguito si vedrà che furono posti, in un modo o nell'altro, in condizione di non nuocere.
Nel frattempo Donati reclama la messa in stato d'accusa di De Bono, con vigore ancora maggiore quando il corpo di Matteotti viene scoperto. Si tratta dell'assassinio di un parlamentare: il Senato è moralmente obbligato a costituirsi in Alta Corte di Giustizia davanti alla quale deve comparire De Bono, presumibile complice del crimine del quale si ricercano gli esecutori. Ma l'alto dignitario fascista beneficiò di un non luogo a procedere per mancanza di prove. Per quanto riguarda gli esecutori materiali, furono giudicati dalla Corte di Assise di Chieti, piccola città difficilmente raggiungibile. Si trattava di cinque miliziani. Il vero e proprio assassino, Amerigo Dumini, infine fu condannato, con due com-plici, a due mesi di prigione per omicidio preterintenzionale. Fu compreso nell'amnistia dell'agosto 1925, prima di venire confortevolmente installato in Libia, a spese del Governo.
Appena pronunciata la sentenza, un carabiniere andò a consegnare a Donati un passaporto in regola a suo nome. Era pregato di lasciare l'Italia nel più breve tempo possibile, in caso contrario non si sarebbe risposto della sua vita. Il direttore de Il Popolo prese il treno per la Francia, fu insultato e malmenato alla frontiera. Morì di miseria a Parigi, dopo qualche tempo. Con lui scomparve uno degli appoggi più saldi del Partito Popolare.
Prima di lui don Sturzo aveva subìto la medesima sorte di esule. Si era dimesso dal suo incarico di capo del partito. Ma una personalità come la sua disturbava anche con la sola presenza. Fu fatto oggetto di minacce, la sua casa venne depredata e saccheg-giata. Il segretario di Stato vaticano, dal quale come sacerdote dipendeva, gli consigliò di espatriare: si fermò in Inghilterra dove si recò spesso a pregare sulla tomba di Thomas More; in seguito si trasferì negli Stati Uniti. Altri irriducibili dovettero lasciare la scena. Deputato dell'Aventino, De Gasperi è sempre attivo. Poco dopo la sparizione di Matteotti riunì a Roma i segretari provinciali del suo partito. Riaffermò davanti a loro la sua opinione sul governo, augurandosi: "Quella libertà che oggidì è conculcata e soppressa dallo Stato-Partito, attraverso la compressione amministrativa e che è paralizzata dallo spirito totalitario di violenza e di sopraffazione e dalla minaccia sempre vigile e sempre attiva di una milizia di parte".
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