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La
figura di Pietro Gori mi è ripetutamente venuta incontro in questi ultimi
anni. In occasione del settantesimo anniversario della morte (1981) quando
il progetto di un convegno non riuscì a concretizzarsi. Non molto tempo
dopo, quando, per ricordare Gino Cerrito scomparso nel 1982, la Facoltà di
Magistero di Firenze organizzò un numero degli annali (uscito nel 1985) a
cui collaborai con una prima versione del saggio che è stato il punto di
partenza di questo lavoro. Nel 1991, ancora con un anniversario
(l'ottantesimo) mancato. In quella circostanza pensai appunto a un qualche
"omaggio goriano", lasciato poi cadere per altre esigenze ed impegni. Oggi
la ricorrenza della morte è ancora lontana. Comunque non c'è ragione di
rimandare quello che rischia di diventare una sorta di debito personale.
Un debito personale che la prima edizione di questo lavoro ha solo in
parte ripagato e che mi induce a proporre una nuova edizione con le
modifiche di cui dirò più oltre. Certo, riprendendo il nostro discorso,
gli anniversari sono comodi, quasi una solida protezione a cui
appoggiarci. L'anniversario si spiega da sé, è una consuetudine cadenzata,
ha un ritmo interno che lo sostiene in modo pressoché autonomo, anche se
negli ultimi tempi se ne avverte, almeno per quanto riguarda il movimento
operaio genericamente definibile socialista, la stanchezza profonda. Il
Primo Maggio insegna, nonostante gli (ultimi forse) sprazzi di vitalità in
occasione del centenario nel 1990. Il fatto stesso che in paesi di grande
tradizione. come la Gran Bretagna, ci si sia posti il problema di
cancellarlo dal calendario è il sintomo più evidente non tanto di una
sopraffazione produttivistica del "capitalismo', quanto della evanescenza
dell'antica "festa ribelle" nella consuetudine mentale stessa delle classi
subalterne vecchie e nuove. Siamo ormai molto lontani da quello che il
leader socialista austriaco Victor Adler dichiarava nel 1892, in un
polemico intervento in difesa del Primo Maggio al congresso della
socialdemocrazia tedesca: " La festa del 1° maggio si è radicata così
potentemente nel cuore dei proletari austriaci che noi non potremmo
sradicarla neanche volendo". In questo caso, tuttavia, il progetto ha
preso vita fuori ricorrenza e forse qualche spiegazione è d'obbligo. Per
quanto mi riguarda del resto, Ai anniversari non sono necessariamente,
come per Giovanni Zibordi, esponente di punta del socialismo riformista
reggiano in età giolittiana, "qualcosa che ravviva, che rafferma le
credenze e i propositi, le memorie e le speranze". Le credenze e i
propositi, le memorie e le speranze, così importanti nella vita degli
individui e delle collettività, non appartengono alla sfera storiografica
se non come oggetto d'analisi. Ma ognuno - è evidente - indirizza la
propria analisi in alcune direzioni e non in altre e talvolta si avvia in
certe direzioni soltanto in particolari stagioni della propria vita o
della propria storia. Ma non è sempre facile capirne il perché. Spesso ci
si occupa di qualcosa per contiguità ideologica, se non per motivazioni
(sempre nobilmente?) politiche. Non è questo il caso, o non lo è nei
termini consueti. Ma anche qui bisogna fare attenzione. Scansare
l'ideologia, come ha scritto Cristiano Grottanelli in un recente,
interessante volume, che in apparenza ha poco a che vedere con quello di
cui mi sto occupando, è "ideologico in sommo grado". Non che l'idea di
riconoscere dentro di sé (di me) consonanze ideologiche con l'oggetto di
studio, Gori nel caso specifico, sia preoccupante. Il richiamo libertario,
per chi l'ha provato, ha la voce delle sirene. "I have heard the mermaids
singing, each to each" (T.S. Eliot). Ma continuando con il verso
successivo, si potrebbe aggiungereA do not think that they will sing to
me". Tuttavia, è bene precisarlo, anche se le sirene (quelle sirene) non
canteranno per noi, non ha senso tentare di dimenticarle tappandosi le
orecchie con la cera. Si può ascoltare ugualmente il loro "suono di miele"
e ripartire per altri lidi "pieno di gioia, e conoscendo più cose" (se
dobbiamo dare retta al messaggio non certo disinteressato delle sirene ad
Odisseo). Ma allora perché Gori, ammesso che abbia senso porsi una simile
domanda? Potrei rispondere, un po' provocatoriamente e anticipando quanto
affermo in seguito, perché Gori, nel quadro nel movimento anarchico,
risulta la figura più inattuale, la più resistente oggi ad ogni tentazione
di attualizzazione perché la più libera, nella memoria storica, dai
vincoli della contingenza politica. Ripeto, nella memoria storica.
Ripercorrendo infatti la vita e l'attività di Gori non si può non notare
come sia in Italia sia all'estero, ad esclusione dell'ultimo periodo in
cui la malattia ne limitò notevolmente l'azione, egli si sia trovato
spesso al centro di processi politici e organizzativi di notevole
importanza: la fase di costituzione del Partito dei lavoratori italiani e
dell'Internazionale operaia e socialista negli anni Novanta, quella
dell'orientamento degli anarchici verso 1'organizzazione operaia nei primi
anni del secolo, scioperi e agitazioni come quelli elbani del 1907-'08 e
per Francisco Ferrer nel 1909. Eppure, nonostante questo egli rimane per
coloro che ancora lo ricordano, quasi esclusivamente "il cavaliere
dell'Ideale", cioè una figura confinata - e per molti versi indubbiamente
a torto - in una dimensione astorica e volontaristica, nel mondo dei sogni
e dei desideri di mutamento, al di là e al di sopra delle reali pratiche
del mutamento stesso. I motivi di questo stato di cose saranno in parte
affrontati nel saggio seguente, ma è proprio tale aspetto a risultare oggi
ai miei occhi il più affascinante. Se, come ha scritto molti anni fa
Huizinga, " la storia della civiltà ha da fare con i sogni di bellezza e
con l'illusione di una nobile vita come con le cifre della popolazione e
delle imposte", sarà opportuno non dimenticare l'importanza di Gori nella
trasmissione dell'immagine di una "nobile vita" che non era più certo
quella dell'"autunno del medioevo", ma che, come "avvenir di Pace, di
Giustizia, di Luce", si proponeva all'attenzione di nuovi soggetti e si
radicava all'interno dell'immaginario collettivo popolare. Gori e il "sol
dell'avvenire" si fondevano in una sorta di unità simbolica. Gori era un
militante politico, la cui visione del processo rivoluzionario era una
visione di lungo periodo, una complessa trama di trasformazioni, lente e
profonde. Ma agli occhi di ceti popolari abbrutiti, socialmente
emarginati, colpiti nella loro dignità umana, rappresentava un sogno di
redenzione, di riscatto, di vita nuova. Cori era in un certo qual modo il
Messia dell'Idea e l'idea era la lede nel "liberato mondo". È probabile
(magari certo e quindi perché non dirlo) che una tale attenzione da parte
mia non sia indipendente da una fase come quella attuale in cui il
fastidio per l'ideologia o meglio per gli ideologismi si fa sempre più
forte e il disagio della classificazione politica a tutti i costi ancora
maggiore, pur resistendo, sul piano emotivo come su quello etico, i vecchi
ancoraggi. E che perciò risulti in un certo qual modo consolatorio
ritornare a figure particolari, figure che, come quella di Gori. hanno
acquisito i connotati del simbolo e ci permettono di guardare la vicenda
storica sotto un'altra ottica. Che cosa intendo dire? Che quando il
distacco tra "l'ardua gioconda utopia" e la realtà si è consapevolmente
consumato, si corre il rischio di procedere in senso opposto, di farsi
prendere, come è accaduto e accade a molti, dall'ansia di dover spiegare
diversamente la realtà stessa, non solo modificando talvolta la
prospettiva ma rovesciando, sovvertendo tutta una serie di giudizi
precedenti, dimenticando oggi come ieri che in fondo è solo una questione
di punti di vista. Girando intorno ai frammenti di storia che ci
interessano vediamo quello che il nostro fascio di luce ci permette di
osservare. Ed è forse il caso, per evitare di restringere il campo, di
morire di un'altra, simmetricamente opposta asfissia, di uscire (la]
cerchio della analisi delle scelte motivate, cioè dalla necessità
affannosa di spiegare a quale esigenza complessa una scelta risponda. Fo,
indubbio che questa esigenza esista. Ma forse parzialmente abita, come
diceva Enrico Ferri parlando del Primo Maggio, "nella parte oscura della
coscienza". Ed ecco che si ritorna al Primo Maggio, a cui la figura di
Gori è per certi versi indissolubilmente legata. Infatti il mio interesse
per Pietro Gori è in larga misura cresciuto proprio studiando la "festa
dei lavoratori", scrivendo un volume che poi non a caso ho intitolato con
il primo verso dell'Inno Boriano: Vieni o maggio. Infatti, per il suo
intimo raccordo con la sfera dell'affettività proletaria, per il suo
sottintendere col evocare una realtà collettiva che lo trascendeva, il
Primo Maggio non va solo visto come "il risultato di una predeterminata
decisione politica", quanto e soprattutto come l'approdo di una ricerca,
collettiva ed inconsapevole perché racchiusa "nella parte più oscura della
coscienza", di momenti e di immagini di identità che le classi subalterne
volevano sentir propri, vivere come patrimonio esclusivo. Proprio per
questi motivi, il Primo Maggio assumeva la funzione dello schermo su cui
proiettare l'immagine ideale che i lavoratori avevano di sé come soggetto
collettivo, diventava, nella mentalità proletaria, il momento
dell'identità rassicurata, l'orizzonte psicologico dove le speranze e le
certezze si toccavano. E Gori, con la sua attività e i suoi scritti,
contribuì non poco a dar corpo a quelle speranze, a quelle certezze. La
sua figura diventò - attraverso un processo di trasfigurazione analogo a
quello precedentemente accennato - una componente stabile del quadro
simbolico che si andava costruendo. Non a caso Gori fu uno dei
conferenzieri del Primo Maggio più ricercati, i suoi bozzetti drammatici
furono tra i più rappresentati, il suo Inno il più riproposto nelle
pubblicazioni d'occasione per la "festa dei lavoratori" e il più cantato,
insieme con il turatiano Inno dei lavoratori, nei cortei e nelle adunanze.
Naturalmente fino al fascismo. Dopo, il ricordo dei Primi Maggio goriani
scivolò gradatamente in quelle regioni dell'inattualità in cui andò
confinandosi la sua figura, anche se con una iniziale, significativa
resistenza. Ed è per questo che ho voluto raccogliere i più importanti
testi di Gori: poesie, prose e il noto bozzetto sul Primo Maggio. Anche
questo è un modo di "dare fiori ai ribelli caduti". In questa seconda
edizione le varianti rispetto alla prima sono numerose. In primo luogo il
saggio introduttivo risulta arricchito di nuovi elementi. Secondariamente
la sezione relativa alle poesie su Gori è stata ampliata con altri
materiali. Al posto dell'atto unico Elba è stata inserita una sezione per
così dire "elvetica" con documenti che si riferiscono alla detenzione di
Pietro Gori a Lugano nel 1895, pubblicati l'anno successivo dal
Dipartimento di Giustizia del Canton Ticino. Si tratta della prima
versione di "Addio a Lugano" e di una poesia inedita "Agli umani
carcerieri del Penitenziere di Lugano" e di un manifesto di protesta
contro le persecuzioni degli anarchici. Chiude il volume una sezione
iconografica sensibilmente arricchita che comprende sia ritratti di Gori
di diversa fattura e qualità sia testimonianze fotografiche di alcune
delle commemorazioni descritte nel saggio introduttivo. Per la
ritrattistica non solo il quadro ad olio di Plinio Nomellini, conservato
presso la Pinacoteca Foresiana di Portoferraio e riprodotto in copertina,
ma anche il disegno di Carlo Carrà apparso nell'ultimo numero del
quindicinale "La Rivolta" di Milano (10 maggio 1911 ). Forse più in là il
cammino ripartirà dall'inizio; anche questa seconda edizione non
rappresenta un lavoro finito, ma vuole essere in qualche misura
l'anticipazione di un impegno maggiore, a lunga scadenza, stimolato sia
dal rapporto affettivo che si è via via, quasi inconsapevolmente,
instaurato con il personaggio sia dal continuo aumentare del materiale che
non sempre è stato possibile utilizzare all'interno di un quadro già
fissato in partenza. Ringrazio Franco Bertolucci per la sua preziosa
collaborazione, Claude Cantini e Umberto Sereni per i loro suggerimenti.
Voglio altresì ringraziare il Comune di Rosignano Marittimo per la
sensibilità dimostrata nel rendere di nuovo accessibili al pubblico le
sale dedicate a Gori nell'ambito del Museo Civico Archeologico. |