"Pietro Gori" di Maurizio Antonioli, Biblioteca Franco Serantini scrl, 1996

 

La figura di Pietro Gori mi è ripetutamente venuta incontro in questi ultimi anni. In occasione del settantesimo anniversario della morte (1981) quando il progetto di un convegno non riuscì a concretizzarsi. Non molto tempo dopo, quando, per ricordare Gino Cerrito scomparso nel 1982, la Facoltà di Magistero di Firenze organizzò un numero degli annali (uscito nel 1985) a cui collaborai con una prima versione del saggio che è stato il punto di partenza di questo lavoro. Nel 1991, ancora con un anniversario (l'ottantesimo) mancato. In quella circostanza pensai appunto a un qualche "omaggio goriano", lasciato poi cadere per altre esigenze ed impegni. Oggi la ricorrenza della morte è ancora lontana. Comunque non c'è ragione di rimandare quello che rischia di diventare una sorta di debito personale. Un debito personale che la prima edizione di questo lavoro ha solo in parte ripagato e che mi induce a proporre una nuova edizione con le modifiche di cui dirò più oltre. Certo, riprendendo il nostro discorso, gli anniversari sono comodi, quasi una solida protezione a cui appoggiarci. L'anniversario si spiega da sé, è una consuetudine cadenzata, ha un ritmo interno che lo sostiene in modo pressoché autonomo, anche se negli ultimi tempi se ne avverte, almeno per quanto riguarda il movimento operaio genericamente definibile socialista, la stanchezza profonda. Il Primo Maggio insegna, nonostante gli (ultimi forse) sprazzi di vitalità in occasione del centenario nel 1990. Il fatto stesso che in paesi di grande tradizione. come la Gran Bretagna, ci si sia posti il problema di cancellarlo dal calendario è il sintomo più evidente non tanto di una sopraffazione produttivistica del "capitalismo', quanto della evanescenza dell'antica "festa ribelle" nella consuetudine mentale stessa delle classi subalterne vecchie e nuove. Siamo ormai molto lontani da quello che il leader socialista austriaco Victor Adler dichiarava nel 1892, in un polemico intervento in difesa del Primo Maggio al congresso della socialdemocrazia tedesca: " La festa del 1° maggio si è radicata così potentemente nel cuore dei proletari austriaci che noi non potremmo sradicarla neanche volendo". In questo caso, tuttavia, il progetto ha preso vita fuori ricorrenza e forse qualche spiegazione è d'obbligo. Per quanto mi riguarda del resto, Ai anniversari non sono necessariamente, come per Giovanni Zibordi, esponente di punta del socialismo riformista reggiano in età giolittiana, "qualcosa che ravviva, che rafferma le credenze e i propositi, le memorie e le speranze". Le credenze e i propositi, le memorie e le speranze, così importanti nella vita degli individui e delle collettività, non appartengono alla sfera storiografica se non come oggetto d'analisi. Ma ognuno - è evidente - indirizza la propria analisi in alcune direzioni e non in altre e talvolta si avvia in certe direzioni soltanto in particolari stagioni della propria vita o della propria storia. Ma non è sempre facile capirne il perché. Spesso ci si occupa di qualcosa per contiguità ideologica, se non per motivazioni (sempre nobilmente?) politiche. Non è questo il caso, o non lo è nei termini consueti. Ma anche qui bisogna fare attenzione. Scansare l'ideologia, come ha scritto Cristiano Grottanelli in un recente, interessante volume, che in apparenza ha poco a che vedere con quello di cui mi sto occupando, è "ideologico in sommo grado". Non che l'idea di riconoscere dentro di sé (di me) consonanze ideologiche con l'oggetto di studio, Gori nel caso specifico, sia preoccupante. Il richiamo libertario, per chi l'ha provato, ha la voce delle sirene. "I have heard the mermaids singing, each to each" (T.S. Eliot). Ma continuando con il verso successivo, si potrebbe aggiungereA do not think that they will sing to me". Tuttavia, è bene precisarlo, anche se le sirene (quelle sirene) non canteranno per noi, non ha senso tentare di dimenticarle tappandosi le orecchie con la cera. Si può ascoltare ugualmente il loro "suono di miele" e ripartire per altri lidi "pieno di gioia, e conoscendo più cose" (se dobbiamo dare retta al messaggio non certo disinteressato delle sirene ad Odisseo). Ma allora perché Gori, ammesso che abbia senso porsi una simile domanda? Potrei rispondere, un po' provocatoriamente e anticipando quanto affermo in seguito, perché Gori, nel quadro nel movimento anarchico, risulta la figura più inattuale, la più resistente oggi ad ogni tentazione di attualizzazione perché la più libera, nella memoria storica, dai vincoli della contingenza politica. Ripeto, nella memoria storica. Ripercorrendo infatti la vita e l'attività di Gori non si può non notare come sia in Italia sia all'estero, ad esclusione dell'ultimo periodo in cui la malattia ne limitò notevolmente l'azione, egli si sia trovato spesso al centro di processi politici e organizzativi di notevole importanza: la fase di costituzione del Partito dei lavoratori italiani e dell'Internazionale operaia e socialista negli anni Novanta, quella dell'orientamento degli anarchici verso 1'organizzazione operaia nei primi anni del secolo, scioperi e agitazioni come quelli elbani del 1907-'08 e per Francisco Ferrer nel 1909. Eppure, nonostante questo egli rimane per coloro che ancora lo ricordano, quasi esclusivamente "il cavaliere dell'Ideale", cioè una figura confinata - e per molti versi indubbiamente a torto - in una dimensione astorica e volontaristica, nel mondo dei sogni e dei desideri di mutamento, al di là e al di sopra delle reali pratiche del mutamento stesso. I motivi di questo stato di cose saranno in parte affrontati nel saggio seguente, ma è proprio tale aspetto a risultare oggi ai miei occhi il più affascinante. Se, come ha scritto molti anni fa Huizinga, " la storia della civiltà ha da fare con i sogni di bellezza e con l'illusione di una nobile vita come con le cifre della popolazione e delle imposte", sarà opportuno non dimenticare l'importanza di Gori nella trasmissione dell'immagine di una "nobile vita" che non era più certo quella dell'"autunno del medioevo", ma che, come "avvenir di Pace, di Giustizia, di Luce", si proponeva all'attenzione di nuovi soggetti e si radicava all'interno dell'immaginario collettivo popolare. Gori e il "sol dell'avvenire" si fondevano in una sorta di unità simbolica. Gori era un militante politico, la cui visione del processo rivoluzionario era una visione di lungo periodo, una complessa trama di trasformazioni, lente e profonde. Ma agli occhi di ceti popolari abbrutiti, socialmente emarginati, colpiti nella loro dignità umana, rappresentava un sogno di redenzione, di riscatto, di vita nuova. Cori era in un certo qual modo il Messia dell'Idea e l'idea era la lede nel "liberato mondo". È probabile (magari certo e quindi perché non dirlo) che una tale attenzione da parte mia non sia indipendente da una fase come quella attuale in cui il fastidio per l'ideologia o meglio per gli ideologismi si fa sempre più forte e il disagio della classificazione politica a tutti i costi ancora maggiore, pur resistendo, sul piano emotivo come su quello etico, i vecchi ancoraggi. E che perciò risulti in un certo qual modo consolatorio ritornare a figure particolari, figure che, come quella di Gori. hanno acquisito i connotati del simbolo e ci permettono di guardare la vicenda storica sotto un'altra ottica. Che cosa intendo dire? Che quando il distacco tra "l'ardua gioconda utopia" e la realtà si è consapevolmente consumato, si corre il rischio di procedere in senso opposto, di farsi prendere, come è accaduto e accade a molti, dall'ansia di dover spiegare diversamente la realtà stessa, non solo modificando talvolta la prospettiva ma rovesciando, sovvertendo tutta una serie di giudizi precedenti, dimenticando oggi come ieri che in fondo è solo una questione di punti di vista. Girando intorno ai frammenti di storia che ci interessano vediamo quello che il nostro fascio di luce ci permette di osservare. Ed è forse il caso, per evitare di restringere il campo, di morire di un'altra, simmetricamente opposta asfissia, di uscire (la] cerchio della analisi delle scelte motivate, cioè dalla necessità affannosa di spiegare a quale esigenza complessa una scelta risponda. Fo, indubbio che questa esigenza esista. Ma forse parzialmente abita, come diceva Enrico Ferri parlando del Primo Maggio, "nella parte oscura della coscienza". Ed ecco che si ritorna al Primo Maggio, a cui la figura di Gori è per certi versi indissolubilmente legata. Infatti il mio interesse per Pietro Gori è in larga misura cresciuto proprio studiando la "festa dei lavoratori", scrivendo un volume che poi non a caso ho intitolato con il primo verso dell'Inno Boriano: Vieni o maggio. Infatti, per il suo intimo raccordo con la sfera dell'affettività proletaria, per il suo sottintendere col evocare una realtà collettiva che lo trascendeva, il Primo Maggio non va solo visto come "il risultato di una predeterminata decisione politica", quanto e soprattutto come l'approdo di una ricerca, collettiva ed inconsapevole perché racchiusa "nella parte più oscura della coscienza", di momenti e di immagini di identità che le classi subalterne volevano sentir propri, vivere come patrimonio esclusivo. Proprio per questi motivi, il Primo Maggio assumeva la funzione dello schermo su cui proiettare l'immagine ideale che i lavoratori avevano di sé come soggetto collettivo, diventava, nella mentalità proletaria, il momento dell'identità rassicurata, l'orizzonte psicologico dove le speranze e le certezze si toccavano. E Gori, con la sua attività e i suoi scritti, contribuì non poco a dar corpo a quelle speranze, a quelle certezze. La sua figura diventò - attraverso un processo di trasfigurazione analogo a quello precedentemente accennato - una componente stabile del quadro simbolico che si andava costruendo. Non a caso Gori fu uno dei conferenzieri del Primo Maggio più ricercati, i suoi bozzetti drammatici furono tra i più rappresentati, il suo Inno il più riproposto nelle pubblicazioni d'occasione per la "festa dei lavoratori" e il più cantato, insieme con il turatiano Inno dei lavoratori, nei cortei e nelle adunanze. Naturalmente fino al fascismo. Dopo, il ricordo dei Primi Maggio goriani scivolò gradatamente in quelle regioni dell'inattualità in cui andò confinandosi la sua figura, anche se con una iniziale, significativa resistenza. Ed è per questo che ho voluto raccogliere i più importanti testi di Gori: poesie, prose e il noto bozzetto sul Primo Maggio. Anche questo è un modo di "dare fiori ai ribelli caduti". In questa seconda edizione le varianti rispetto alla prima sono numerose. In primo luogo il saggio introduttivo risulta arricchito di nuovi elementi. Secondariamente la sezione relativa alle poesie su Gori è stata ampliata con altri materiali. Al posto dell'atto unico Elba è stata inserita una sezione per così dire "elvetica" con documenti che si riferiscono alla detenzione di Pietro Gori a Lugano nel 1895, pubblicati l'anno successivo dal Dipartimento di Giustizia del Canton Ticino. Si tratta della prima versione di "Addio a Lugano" e di una poesia inedita "Agli umani carcerieri del Penitenziere di Lugano" e di un manifesto di protesta contro le persecuzioni degli anarchici. Chiude il volume una sezione iconografica sensibilmente arricchita che comprende sia ritratti di Gori di diversa fattura e qualità sia testimonianze fotografiche di alcune delle commemorazioni descritte nel saggio introduttivo. Per la ritrattistica non solo il quadro ad olio di Plinio Nomellini, conservato presso la Pinacoteca Foresiana di Portoferraio e riprodotto in copertina, ma anche il disegno di Carlo Carrà apparso nell'ultimo numero del quindicinale "La Rivolta" di Milano (10 maggio 1911 ). Forse più in là il cammino ripartirà dall'inizio; anche questa seconda edizione non rappresenta un lavoro finito, ma vuole essere in qualche misura l'anticipazione di un impegno maggiore, a lunga scadenza, stimolato sia dal rapporto affettivo che si è via via, quasi inconsapevolmente, instaurato con il personaggio sia dal continuo aumentare del materiale che non sempre è stato possibile utilizzare all'interno di un quadro già fissato in partenza. Ringrazio Franco Bertolucci per la sua preziosa collaborazione, Claude Cantini e Umberto Sereni per i loro suggerimenti. Voglio altresì ringraziare il Comune di Rosignano Marittimo per la sensibilità dimostrata nel rendere di nuovo accessibili al pubblico le sale dedicate a Gori nell'ambito del Museo Civico Archeologico.


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