Il 5 maggio la pioggia su Sarno era insistente, sottile, tiepida; a coprirsi
si sudava perché maggio aveva già quasi portato, come sempre nel Sud,
l'estate.
Un unico presagio, cui non si badò molto al momento, e che riaffiora soltanto
nella memoria: la montagna era da giorni ricoperta da una fittissima nuvola,
scesa fino alle sue pendici. Era una nuvola, non nebbia - che da queste parti
non c'è mai, perché la terra non si raffredda davvero mai. Una nube nera di
pioggia, pesante, tale da impedire totalmente la visuale. "Se solo avessimo
potuto vedere" dicono oggi molti dei superstiti.
Ma la rabbia della montagna, covata a lungo, non voleva avere testimoni. Luogo
di miti greci, di antropomorfismi che affiorano naturali nella mente degli
abitanti: come non pensare a quella nuvola come al segno di una volontà
assassina?
Da dietro quella maschera iniziò la vendetta, che per essere più efficace, più
crudele, doveva continuare a essere fino all'ultimo imprevedibile.
Rilasciò così, molto piano, le sue creature. 143 frane, 14 solo su Sarno.
Iniziarono alle 4 del pomeriggio, e continuarono con la costanza di uno
stillicidio. Ma sempre sorprendenti.
Scesero a velocità diverse, e con rumori diversi.
Alcune furono silenziose e improvvise. Altre passarono con lo sferragliare di un
treno. Altre ancora si annunciarono con colpi simili a dei tuoni. Alcune più
liquide, altre solidificate dal peso della terra che gli si arrendeva man mano.
Non ci fu mai un solo fronte da cui guardarsi.
Scesero in luoghi sempre diversi: prima divisero il paese a metà, poi lo
circondarono, lo isolarono facendo saltare luce e telefoni, e continuarono a
ricomparire, sempre altrove, trasformando alla fine Episcopio e Sarno in una
piccola scacchiera, di aree sommerse e aree asciutte, dove ognuno venne
intrappolato senza sapere cosa ci fosse dentro il buio e di là del muro di
materiali immondi che lo isolava.
Disorientante.
Il terremoto accomuna. Il tremore prende tutti, dà un allarme generale. Chi
sopravvive sa che ad altri potrebbe essere accaduto qualcosa. Non così le
frane, non nel buio progressivo di una serata piovosa. Silenziosa, la frana
travolge chi c'è; poi si ferma. Chi è dieci metri più in là non se ne
accorge. Il metodo si rivelò così molto efficace per una vendetta: molti
restarono a vedere convinti che il peggio fosse passato. Molti restarono perché
non capirono.
E a mezzanotte, mentre arrivava la convinzione che comunque peggio di così
nulla poteva esserci, venne il colpo finale.
Con un rombo che questa volta sembrò un terremoto venne rilasciata la frana di
proporzioni maggiori. Una colata larga cento metri, in alcuni punti alta trenta,
seguendo il terreno o inglobandolo, cancellò una intera fetta del paese, e
l'ospedale, simbolo della lotta che comunque si era opposta fino a quel momento
alla catastrofe.
La colata lasciò in aria una nube di polvere marroncina, leggermente
fosforescente contro l'alone delle luci riverberate in cielo dalla ricca valle
ai piedi del Vesuvio. Nella notte rimasero solo i trilli dei telefonini ancora
carichi, e le urla dei sopravvissuti che gridavano nel vuoto di un luogo che,
per quello che a quel punto capivano, poteva essere stato inghiottito.
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Come le guerre non sono tutte uguali, e ognuna infatti si scardina intorno a un
atto o a un'arma per eccellenza - il Kalachnikov delle guerriglie sudamericane,
le bombe auto del Libano, gli Scud iracheni, il fucile con cannocchiale dei
cecchini di Sarajevo - così le tragedie hanno ognuna una propria firma, una
meccanica che ce ne svela l'identità. Il Vajont, il terremoto del Messico,
l'esplosione del vulcano Nevado del Ruiz in Colombia, il tornado della Florida,
il terremoto recente dell'Umbria: ognuno di questi disastri, indipendentemente
persino dal numero dei morti, ci ha svelato qualcosa delle popolazioni colpite,
della loro cultura e, soprattutto, del posto che esse occupavano nel mondo.
Dandoci delle lezioni.
La frana che si abbatte su Sarno - e parleremo di questo paese, per indicare
comunque tutti gli altri abitati colpiti, Quindici, Bracigliano, Siano, San
Felice a Cancello - ricostruita nella sua meccanica si rivela come la tragedia
della incomprensione e della solitudine. Dei cittadini fra loro. Ma anche fra
loro e le istituzioni. Locali e nazionali.
Il disastro di Sarno diventa, suo malgrado, un test.
In questa cittadina dell'hinterland napoletano si congiungono infatti una serie
di politiche di ieri e di oggi, che, tutte insieme, costituiscono lo stato
presente delle cose, nella ormai eterna, e insostenibile, transizione italiana.
Le cause della frana sono in gran parte pregresse: risultato di anni di
politiche speculative. Ma il presente non ne viene illuminato meglio. Ritardi
nei soccorsi, caos burocratico, lentezza nel percepire, promesse non mantenute,
scarsa solidarietà sociale, svelano aspetti inquietanti anche nell'Italia di
oggi. Ricordano bruscamente che l'entrata in Europa non è tutto, che la nostra
è ancora una nazione a doppia cittadinanza, e aprono un dubbio profondo sulla
natura del passaggio al governo della sinistra. Guardando alla solitudine di
Sarno in quelle ore e nei mesi successivi, è difficile infatti non ripensare
alle visite di Belinguer e di Pertini in Irpinia, è difficile non paragonare le
manifestazioni di solidarietà e volontariato costruite intorno ad altre
tragedie, ed è difficile non domandarsi se diverso sarebbe stato l'impegno del
Paese nel caso che la sinistra fosse stata all'opposizione.
In questo senso, la frana che seppellisce Sarno apre una prima crepa anche nella
facciata fino a quel momento sicura e perfetta della sinistra. E fa temere che
il passaggio al governo finisca con l'approdo a una concezione tecnicistica
della politica, affetta da una certa pavidità, un certo distacco e, infine, da
una certa indifferenza del cuore.
© Lucia
Annunziata
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