| "Su Tommaso e Alfredo Dell'Era" di Marco Angelotti |
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Nell'Aprile dello scorso anno ricevetti una lettera nella mia casella di
posta elettronica di un dirigente dell'Università di Bari, Alfredo Dell'Era.
M'inviò un suo scritto (da lui stesso definito "...poco più di un
articolo, molto meno di un saggio...") inerente le opere e la vita del
padre, Tommaso, scrittore pugliese deceduto nel 1997, al tempo a me sconosciuto.
Era il primo lavoro in assoluto ricevuto con richiesta di pubblicazione nella
rivista letteraria on line nata come evoluzione di una mia home page personale,
che all'epoca era ancora lontana dal chiamarsi Rotta Nord Ovest. Ringraziandolo
per la considerazione in cui teneva il mio operato, lo pubblicai inorgoglito dal
fatto che il primo articolo apparso su questo modesto magazine letterario fosse
un saggio su uno scrittore. Da questo
primo contatto è scaturita un'amicizia epistolare, ed egli si è adoperato per
divulgare l'esistenza del settimanale. Scambiando reciproche confidenze,
aspettative e sogni del nostro affaccendarci, abbiamo assistito in parallelo
alla realizzazione (in tutto o in parte, questo non saprei dirlo) degli
obiettivi prefissi, il suo sicuramente più nobile. Mi raccontò del suo
avvilimento derivante dal misconoscimento dell'opera del padre e degli sforzi
sintetizzati nelle sue parole: "...forse ce la faccio a non farlo morire
del tutto". Sono lieto che sia riuscito ad ottenere per il padre quanto
prefissosi: lo scorso Gennaio è stato organizzato a Bari il primo convegno a
lui dedicato, sicuramente meritato per lo spessore letterario del personaggio.
Ma, al di là di Tommaso Dell'Era scrittore, non ho deciso di scrivere queste poche righe per addentrarmi
nella critica dell'opera dell'illustre barese, ritenendo che altri abbiano
espresso pareri ben più fondati al riguardo. La mia attenzione, più che alla
memoria del letterato, è rivolta alla persona, all'aspetto essenzialmente
privato della vicenda, al ricordo, come testimonianza di profondo affetto filiale, di un legame vero mostrato con
dignità sobria che varca il tempo e l'oblio, una pagina che giustificherebbe di
per sé stessa una storia, quella di due uomini. Ebbi modo di scrivergli, quando mi confidò il progetto del convegno,
che "...mi sarebbe piaciuto essere ricordato da mio figlio con lo stesso
amore, la stessa stima e il rispetto che lui provava nei confronti del padre,
commosso ad assistere a un affetto così vivo a dispetto del tempo", grato ad Alfredo
per avermi svelato un aspetto vero dell'esistenza umana, facendomi assaporare il miraggio più ambito per
spoglie
mortali e cioè, se non la certezza, per lo meno la speranza di sopravvivenza
nei ricordi di chi abbiamo amato e ai quali abbiamo cercato di lasciare un
refolo di felicità. |