| "Radici italiche" di Marco Angelotti |
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Sette
secoli fa Dante Alighieri, nel vagabondare di esule che non lo avrebbe più
ricondotto nell'ingrata città amata, poneva mano alla Commedia. Mi è
causa d'imbarazzo scrivere queste poche righe ineluttabilmente
agiografiche sul Padre della Lingua - l'immagine di un randagio (non veltro)
che latra a un'irraggiungibile luna rispecchia veridica il mio sentire; ma il
desiderio o, meglio, la necessità di un forse inutile tributo stringemi a
sfidare l'altrui scherno. L'impronta del guelfo bianco, ghibellin
fuggiasco, assurta a mutazione del genoma della gens italica, non
indulge: l'endecasillabo riaffiora da melma sedimentata attraverso le falangi
di chiunque verghi carte, impossibile liberarsene. Narratori, poeti, autori di
canzoni, giornalisti e quanti altri dediti al mestiere della scrittura ne
portano dentro la cagione dell'essere, come la folta criniera bruna eredità di
un avo o l'iride azzurra in comune con la madre. E' il ritmo del nostro stesso
pensare, del vivere; un verso solenne che sa essere agile o funereo, giocoso e
insolente: italiano. Si potrebbe discorrere per ore con amenità di qualsiasi
argomento piluccando all'uopo - acini di succosa pigna matura - versi mirati
del poema dantesco, riunendoli in irriverente mosaico. Il buon gusto non mi
permette di attardarmi nell'esegesi dell'opera, già a lungo dibattuta da ben
più alti e sapienti scranni, ma desidero soffermarmi sull'uomo, nativo di
Firenze, non bello e ritratto nell'iconografia tradizionale con espressione,
più che severa, truce; non avrebbe potuto essere altrimenti, giovane arguto e
gioviale, dedito a trascorrere il tempo in combriccole amichevoli a poetare di
faccende amorose, spezzato - non piegato - per l'ingegno alto e l'orgoglio.
Difficile immaginarlo per osterie a ridere gustando vini dei quali la
terra toscana mai fu avara, in compagnia di amici letterati ("Guido, i'
vorrei che tu, Lapo ed io..."), ed ebbro di gioventù assopirsi al
crepuscolo del XIII° secolo, prima del risveglio tragico nell'alba del
Trecento con una condanna a morte in contumacia. Quanto la poesia l'ha elevato
all'Empireo, così la filosofia e la politica l'hanno dannato a vivere
l'inferno. Con la nostalgia del passato gentile e lo sguardo in un futuro
remoto, fu personalità anacronistica, impossibilitata a vivere il presente,
fatto di mercatura, intrighi e clientelismi; per la propria onestà si attirò
le ire d'una parte e dell'altra, ed ebbe sempre l'attitudine a schierarsi da
quella sbagliata. Suggellò la sentenza la malevolenza di Bonifacio VIII, che
vide in lui l'avversario ideologico più temibile. Così perse beni, casa e
famiglia in un contrappasso ante litteram che l'obbligò, destinato ad
attraversare invulnerabile il regno ultraterreno divenendo egli stesso
immortale, a tristi peregrinazioni terrene, ferito ma tetragono - suo malgrado
- a' colpi di sventura; inviso, nonostante la propria salda fede, alle
divinità di ogni firmamento delle quali ha oscurato la fama. Mi prostro
all'Uomo che ha sofferto; il Poeta già è osannato.
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