"Non chiamatela fantascienza" di Marco Angelotti

Esiste la buona letteratura. Basta. Non avverto la necessità di chiudere la realtà in scatole ben sigillate, applicarvi sopra un'etichetta e riporle in un armadio per sentirmi rassicurato da tanta maniacale precisione. Fahrenheit 451 di Ray Bradbury non è fantascienza, così come George Simenon non è sinonimo di 'giallo'. La narrativa classificata di genere mi evoca immagini di scaffali dei supermercati, dove è facile trovare il prodotto desiderato seguendo le indicazioni in testa a ogni corsia. Trovo avvilente costringere il talento (ove esista) di un autore in una tipologia atta a stimolare l'acquirente, più che lettore, a prendere il prodotto e a metterlo nel carrello. Lì, il ripiano dei romanzi d'amore; là quello della narrativa di viaggio; due corsie più avanti, il filone storico. Vicino alle casse, la fantascienza... La fantascienza. Ho sempre sentito definire Bradbury come il maestro della moderna science-fiction americana. E' una delle maggiori assurdità da me udite. Lev Tolstoj può essere definito autore di narrativa storica? E Stendhal? Non è ammissibile voler contenere in una definizione così restrittiva il genio dello scrittore. Il fatto che Bradbury - osannato da Aldous Huxley e dal regista Truffaut, che ha realizzato la trasposizione cinematografica della sua opera - abbia ambientato la propria produzione di racconti e l'unico suo romanzo (ma che romanzo!) nel futuro, non autorizza nessuno a liquidarlo affibbiandogli un cliché solo perché, per ignoranza, non sappiamo dove collocarlo nella nostra libreria. Fahrenheit 451 - potete trovarne un estratto nella sezione 'Maestri' - non è una storia di fantascienza, è una pietra miliare della narrativa contemporanea, scritta con un occhio al futuro (prossimo, e più di quanto immaginiamo) e uno al passato, con richiami a roghi, inquisizioni antigalileiane e oscurantismo, e che suscita emozioni e timori propri del presente. La maestria di questa scrittura è nell'evanescenza della temporalità dell'azione, che si dissolve alla percezione del lettore in un unicum di futuro-passato-presente, carico di simboli angoscianti e dubbi ancestrali della psiche umana. Lo stile è scorrevole, il testo accattivante. Quattro ore avvincenti senza necessità di soste intermedie. Per chi non lo avesse ancora letto, una libro da non perdere. Anche per chi non è particolarmente amante del genere fantascienza, come il sottoscritto.

 

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