| "Qualcosa si muove" di Marco Angelotti |
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Il
divenire è metamorfagogo - spesso in peggio, talvolta in meglio come in
questo caso - anche per ciò che di più immutabile e intimo all'essere
è sempre apparso (si badi bene con visione umana, quindi limitata, di un
concetto così assoluto come il sempre) ai più: la tetragonicità della
tradizione umanistica letteraria. Ad avvalorare questa tesi azzardata posso
addurre testimonianza oculare del fatto che in quel di Pisa, genitrice di Galileo,
nella giornata di giovedì 23 settembre scorso, nell'aula multimediale di
Palazzo Ricci, sede della facoltà di Lettere e Filosofia dell'ateneo toscano,
è stato presentato dal corpo dei docenti l'impubere corso di laurea in "Letterature
Europee per l'editoria e comunicazione culturale". Impubere, certo, ma
con una volontà di esistere degna di agilulfiana memoria, tale che già
avrebbe potuto ghermire in altri tempi l'interesse del Calvino nostrano e
recente, distogliendolo dalla storiografia dei nostri avi. Questo
novello percorso formativo presieduto dal professor Luca Crescenzi - il corso
è attivo da tre anni - amplia l'offerta didattica per le 'matricole' che
scelgono questa città già sede di antica repubblica marinara, forte di radici
umanistiche e scientifiche, come campus per la propria futura carriera
accademica. Quest'agorà raccoglie competenze e docenti di tre facoltà
universitarie, Lettere e Filosofia, Lingue e Letterature Straniere
e Economia, per facilitare l'inserimento dei discenti nel mercimonio
della Provincia Editoriale agli antipodi, oggi, di Castalia, fortificandoli
con solide armature per giostre pugnaci nelle arene di case editrici,
biblioteche, uffici stampa o redazioni giornalistiche. E' bene, dico, è bene
che ciò sia germogliato, perché un conto è declamare classici per proprio
diletto, vanagloriandosene come il sottoscritto; un altro, invece, è lottare
per farne professione, come imparano dalle loro ecchimosi i giovani dottori in
Lettere. Da qui l'utilità di questa scuola nuova a fortificar le menti e
l'ingegno furbo di mestiere, di bottega. Ma, a ben guardare, è proprio dalla
tradizione di bottega che è fiorito il rinascimento toscano. Il nume
tutelare dell'Università pisana, guardando ora da oltre l'Emipreo col proprio
telescopio, (dai cui, o Galileo, distogliesti l'occhio per debolezza) con
maggior ardimento - e forza, anche - di quello che allora lo sostenne contro
autorità per lui troppo potente, non può che approvare e, con sorriso
benevolo, benedicere verso il coraggio e gli sforzi profusi da chi ha
creduto in questa realtà didattica per il ventunesimo secolo.
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