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Anche
a chi trae piacere dalla lettura accade -essenzialmente a causa del numero di
opere edite -di non notare pietre miliari letterarie al momento della loro prima
edizione, e solo in un secondo momento (grazie magari a una recensione letta in
ritardo o, a volte, affascinati casualmente da una copertina accattivante) di
venirne a conoscenza. Così è successo a me con "Bianco su nero"
di Rubén Gallego (Adelphi Edizioni, 2002).Chi non rimarrebbe colpito da una
vecchia foto in bianco e nero di un bambino con fazzoletto intorno al collo
ritoccato in rosso? Onore al merito per le scelte grafiche della casa editrice di
Via San Giovanni sul Muro, ma quale sorpresa il resto!
E' raro trovare oggi un libro che generi emozioni, ma questa è una lettura sorprendente, un pugno allo stomaco, da
leggere senza interruzioni, scritta con linguaggio essenziale e incisivo; ancor
più incredibile quando ci si rende conto che non è narrativa, ma saggistica,
vita vissuta; un'autobiografia: il dolore, la lotta e la fortunosa vittoria di un uomo, vero, tra
gli altri. C'è da rimanerne allibiti: Rubén Gallego (nipote di Ignacio Gallego,
ex segretario del Partito Comunista Spagnolo in esilio a Parigi negli anni
Sessanta, e figlio di Aurora Gallego, giornalista inviata dal padre a vivere
Mosca per "depurarsi" del liberalismo occidentale) nasce a
Mosca nel 1968. Solo sopravvissuto di una coppia di gemelli, per le difficoltà
insorte nel travaglio del parto è colpito da paralisi cerebrale infantile che
lo priva completamente dell'uso delle gambe e delle braccia, risparmiandogli le
funzioni di due dita della mano sinistra. Sottratto alla madre e internato in
orfanotrofio, trascorrerà la propria vita tra un istituto e l'altro nell'Unione
Sovietica della guerra fredda, sopravvivendo solo per il proprio desiderio di
vivere, fino alla Perestroika di Gorbaciov e alla libertà. Gallego ha scritto questa opera prima in Russo,
sua madre lingua, nella propria casa in Spagna, battendo con
le uniche dita sane, lettera dopo lettera, su una tastiera di computer con
l'energia, la rabbia e la gioia che gli derivano da una vita che è di per se
stessa un romanzo. Qualche critico ha fatto di questa storia un documento
politico che svela i retroscena tragici di un regime: mi sembra molto
riduttivo coglierla solo in quest'ottica. Non attendetevi una fredda ricostruzione
di eventi, luoghi e responsabilità oggettive. E' l'appassionata lotta di un
uomo mai domo, una battaglia contro le circostanze che avrebbe potuto essere
combattuta ovunque; è un romanzo con un ritmo incalzante e lessico preciso,
godibile universalmente.
Se quanto scritto non fosse stato vero, avrebbe potuto inaugurare un genere
moderno di feuilleton (termine da me enunciato con estremo rispetto) per il
ventunesimo secolo, e Rubén Gallego accomunato a Edmond Dantès in un destino
estenuante; ahimè, è vita vissuta e non possiamo che essere lieti del fatto che l'autore
sia sopravvissuto e ci abbia regalato le proprie emozioni in un libro che resterà per le generazioni future.
"Bianco su nero" ha vinto in Russia il "Booker Prize"
nel 2003.
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