Durante i convivi natalizi allestiti da amici lettori e
scrittori mi è stato domandato spesso un parere relativo all'annosa
diatriba se il genere letterario del romanzo abbia un' importanza maggiore di
quello del racconto, per ampiezza di narrazione e profondità di respiro; o se
invece la forza evocativa d'una sintesi superba metta a tacere la magniloquenza
di molti romanzieri. Rimango sempre un po' inebetito quando mi chiamano in
causa per questo genere d'opinione, tanto che gli altri commensali sicuramente
scambiano il mio stupor in ottundimento provocato da smodata commistura di cibo e alcolici. E'
come sentirsi domandare se sia più significativo l' 'Ulisse' di
Joyce o 'La metamorfosi' di Kafka. Non è possibile sbilanciarsi, dato
il valore indiscutibile delle opere confrontate. E' comunque un agone sterile. Senza scomodare i maestri della
narrativa, che hanno tutto il diritto di riposare in pace e godersi la loro
gloria, mi è capitato di leggere piccoli cammei indimenticabili, dove le parole evocano
in corpore l'oggetto del loro stesso narrare; come queste poche righe scritte
dallo psicologo David Elkind per tracciare un ritratto di Jean Piaget negli
ultimi anni della vita, nel 1979:
"È ancora, a 74 anni, un'immagine familiare per le vie di Ginevra, mentre pedala in bicicletta o passeggia lentamente; alto, con le spalle curve, è qualcosa di
imponente, come se stesse rimuginando tra se su qualche nuovo problema sorto dalle sue recenti ricerche sul mistero di come la
conoscenza si sviluppa nei giovani esseri umani. La pipa sporge dalle sue labbra e una massa di bei capelli bianchi sfugge di sotto al basco blu. Nei luoghi chiusi
il basco non c'è più, ma resta la pipa di schiuma ambrata; lui tira boccate di fumo, l'indice attorno al cannello, e gli occhi, dietro le
lenti cerchiate di corno, si stringono con interesse quando gli viene mossa una domanda. E risponde -in francese -con un linguaggio lucido e chiaro, intercalando nelle risposte qualche lieve battuta; i suoi modi hanno il fascino del Vecchio Mondo."
Mi è altresì capitato di leggere un
romanzo ricevuto in dono a Natale, 'Stella del mare' di Joseph O'Connor, pretenziosamente presentato sulla quarta di copertina come
"Il miglior libro di Joseph O'Connor. Vivace, emozionante, acuto e
scritto magnificamente". E potrebbe esserlo, un discreto libro, se
fosse stato scritto cento anni prima e portasse la firma di un altro Joseph,
Conrad. Questo non perché la vicenda sia collocata storicamente a metà del
diciannovesimo secolo, ma piuttosto per il narrare manieristico che
s'abbandona a descrizioni prolisse e funambolismi con l'intento di
richiamare l'attenzione su elementi invero di poco interesse e allungare il
'brodo' -non quello gustoso di cappone, dove cuocere i tortellini, preparato
per la cena di S.Silvestro da mia nonna -tanto da far
apparire Victor Hugo scarno ed essenziale.
A questo punto mi rendo conto
che i compagni di trimalcioniche libagioni tacciono, in attesa delle mie
parole. Qualcuno tossisce, un altro sorride, come soddisfatto di vedermi in
difficoltà -chissà cos'avrò da farmi perdonare da quello. Allora respiro
profondamente e tento di scacciare l'ebbrezza. Tra la nebbia mi s'illumina una
parola, ripescata a caso dalle mie cognizioni di psicologia spicciola,
reminiscenza di studi lontani nel tempo: "Gestalt: forma
superiore costituita da unità elementari, avente peculiarità superiori alla
mera somma di quelle delle parti che la compongono". Ringrazio
Calliope -o Wertheimer?- per lo strale lanciato a trarmi d'impaccio. Ora devo
solo mettere in correlazione questa brillante folgorazione con quanto la mia
lingua ha finora esposto con eloquio strascicato per l'alcol. Così, a questo
familiare auditorio, tento di spiegare che per me un romanzo è un'unione di
più parti, singolarmente già complete di senso e fruibili, che confluiscono
in un'entità organizzata superiore; e che non è semplicemente la somma di
queste, ma possiede caratteristiche nuove, superiori. I capitoli di un romanzo
non possono essere che racconti impeccabili a formare, appunto, una Gestalt;
dovrebbero però poter brillare di luce propria, anche avulsi dal contesto del
romanzo. Questa logica spietata a mio parere deve partire da ogni semplice
parola, a formare i periodi, poi i paragrafi, quindi i capitoli; una
sequenzialità di Gestalt che si sublimano in una Ganzheit. Leggo perplessità
negli occhi degli ascoltatori raccolti attorno alla tavola imbandita -ho vanificato la singolar tenzone tra racconto e
romanzo, spazzando via lo stesso concetto sacro di Incipit. Ogni frase
estratta a caso da un romanzo dovrebbe possedere l'intensità di un incipit,
altrimenti è inutile. Odio sia i romanzi che i racconti pieni di parole e pagine inutili,
vergognandomi di quelle che, sicuramente, anch'io ho scritto.
Con ciò, buona fortuna a tutti i sedicenti scrittori.
©
Marco Angelotti
|