"Diatribe sofistiche" di Marco Angelotti, 2004



Durante i convivi natalizi allestiti da amici lettori e scrittori mi è stato domandato spesso un parere relativo all'annosa diatriba se il genere letterario del romanzo abbia un' importanza maggiore di quello del racconto,  per ampiezza di narrazione e profondità di respiro; o se invece la forza evocativa d'una sintesi superba metta a tacere la magniloquenza di molti romanzieri. Rimango sempre un po' inebetito quando mi chiamano in causa per questo genere d'opinione, tanto che gli altri commensali sicuramente scambiano il mio stupor in ottundimento provocato da smodata commistura di cibo e alcolici. E' come sentirsi domandare se sia più significativo l' 'Ulisse' di Joyce o 'La metamorfosi' di Kafka. Non è possibile sbilanciarsi, dato il valore indiscutibile delle opere confrontate. E' comunque un agone sterile. Senza scomodare i maestri della narrativa, che hanno tutto il diritto di riposare in pace e godersi la loro gloria, mi è capitato di leggere piccoli cammei indimenticabili, dove le parole evocano in corpore l'oggetto del loro stesso narrare; come queste poche righe scritte dallo psicologo David Elkind per tracciare un ritratto di Jean Piaget negli ultimi anni della vita, nel 1979: "È ancora, a 74 anni, un'immagine familiare per le vie di Ginevra, mentre pedala in bicicletta o passeggia lentamente; alto, con le spalle curve, è qualcosa di imponente, come se stesse rimuginando tra se su qualche nuovo problema sorto dalle sue recenti ricerche sul mistero di come la conoscenza si sviluppa nei giovani esseri umani. La pipa sporge dalle sue labbra e una massa di bei capelli bianchi sfugge di sotto al basco blu. Nei luoghi chiusi il basco non c'è più, ma resta la pipa di schiuma ambrata; lui tira boccate di fumo, l'indice attorno al cannello, e gli occhi, dietro le lenti cerchiate di corno, si stringono con interesse quando gli viene mossa una domanda. E risponde -in francese -con un linguaggio lucido e chiaro, intercalando nelle risposte qualche lieve battuta; i suoi modi hanno il fascino del Vecchio Mondo."
   Mi è altresì capitato di leggere un romanzo ricevuto in dono a Natale, 'Stella del mare' di Joseph O'Connor, pretenziosamente presentato sulla quarta di copertina come
"Il miglior libro di Joseph O'Connor. Vivace, emozionante, acuto e scritto magnificamente". E potrebbe esserlo, un discreto libro, se fosse stato scritto cento anni prima e portasse la firma di un altro Joseph, Conrad. Questo non perché la vicenda sia collocata storicamente a metà del diciannovesimo secolo, ma piuttosto per il narrare manieristico che s'abbandona a descrizioni prolisse e funambolismi con l'intento di richiamare l'attenzione su elementi invero di poco interesse e allungare il 'brodo' -non quello gustoso di cappone, dove cuocere i tortellini, preparato per la cena di S.Silvestro da mia nonna -tanto da far apparire Victor Hugo scarno ed essenziale.
   A questo punto mi rendo conto che i compagni di trimalcioniche libagioni tacciono, in attesa delle mie parole. Qualcuno tossisce, un altro sorride, come soddisfatto di vedermi in difficoltà -chissà cos'avrò da farmi perdonare da quello. Allora respiro profondamente e tento di scacciare l'ebbrezza. Tra la nebbia mi s'illumina una parola, ripescata a caso dalle mie cognizioni di psicologia spicciola, reminiscenza di studi lontani nel tempo:
"Gestalt: forma superiore costituita da unità elementari, avente peculiarità superiori alla mera somma di quelle delle parti che la compongono". Ringrazio Calliope -o Wertheimer?- per lo strale lanciato a trarmi d'impaccio. Ora devo solo mettere in correlazione questa brillante folgorazione con quanto la mia lingua ha finora esposto con eloquio strascicato per l'alcol. Così, a questo familiare auditorio, tento di spiegare che per me un romanzo è un'unione di più parti, singolarmente già complete di senso e fruibili, che confluiscono in un'entità organizzata superiore; e che non è semplicemente la somma di queste, ma possiede caratteristiche nuove, superiori. I capitoli di un romanzo non possono essere che racconti impeccabili a formare, appunto, una Gestalt; dovrebbero però poter brillare di luce propria, anche avulsi dal contesto del romanzo. Questa logica spietata a mio parere deve partire da ogni semplice parola, a formare i periodi, poi i paragrafi, quindi i capitoli; una sequenzialità di Gestalt che si sublimano in una Ganzheit. Leggo perplessità negli occhi degli ascoltatori raccolti attorno alla tavola imbandita -ho vanificato la singolar tenzone tra racconto e romanzo, spazzando via lo stesso concetto sacro di Incipit. Ogni frase estratta a caso da un romanzo dovrebbe possedere l'intensità di un incipit, altrimenti è inutile. Odio sia i romanzi che i racconti pieni di parole e pagine inutili, vergognandomi di quelle che, sicuramente, anch'io ho scritto.
Con ciò, buona fortuna a tutti i sedicenti scrittori.



©
Marco Angelotti 

 

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